Qualche giorno fa il Comitato europeo dei Diritti
Sociali del Consiglio d’Europa ha bacchettato l’Italia per violazione dei
diritti derivanti dalla legge 194. Troppi medici obiettori, sentenzia il
Consiglio d’Europa, impediscono alle donne che vogliono interrompere la
gravidanza di non poter esercitare i diritti concessi loro dalla legge. Sempre
nei giorni scorsi, quasi in contemporanea, è saltata fuori la storia della
giovane donna di 28 anni che ha abortito in un bagno dell’ospedale Sandro
Pertini di Roma e che ha riacceso le polemiche tra quanti difendono la liceità
dell’aborto trincerandosi dietro la legge 194 e quanti invece sostengono con
forza la possibilità di esercitare l’obiezione di coscienza. La vicenda in
particolare è però un po’ più complessa di quel che appare e riguarda anche il
dibattito intorno alla legge 40 sulla fecondazione assistita su cui in questi
mesi sono stati sollevati dubbi di costituzionalità. La storia risale alla fine
di ottobre del 2010, quasi quattro anni fa: Valentina Magnanti risulta
portatrice sana di una “traslocazione reciproca bilanciata tra il braccio corto
di un cromosoma 3 ed il braccio lungo di un cromosoma sabato 15 marzo 2014
La storia di Valentina, la 194 e la legge 40. Se la polemica nasconde il vero dramma:l'aborto
Qualche giorno fa il Comitato europeo dei Diritti
Sociali del Consiglio d’Europa ha bacchettato l’Italia per violazione dei
diritti derivanti dalla legge 194. Troppi medici obiettori, sentenzia il
Consiglio d’Europa, impediscono alle donne che vogliono interrompere la
gravidanza di non poter esercitare i diritti concessi loro dalla legge. Sempre
nei giorni scorsi, quasi in contemporanea, è saltata fuori la storia della
giovane donna di 28 anni che ha abortito in un bagno dell’ospedale Sandro
Pertini di Roma e che ha riacceso le polemiche tra quanti difendono la liceità
dell’aborto trincerandosi dietro la legge 194 e quanti invece sostengono con
forza la possibilità di esercitare l’obiezione di coscienza. La vicenda in
particolare è però un po’ più complessa di quel che appare e riguarda anche il
dibattito intorno alla legge 40 sulla fecondazione assistita su cui in questi
mesi sono stati sollevati dubbi di costituzionalità. La storia risale alla fine
di ottobre del 2010, quasi quattro anni fa: Valentina Magnanti risulta
portatrice sana di una “traslocazione reciproca bilanciata tra il braccio corto
di un cromosoma 3 ed il braccio lungo di un cromosoma martedì 11 marzo 2014
Giovanni XXIII spiegato ai bambini
Il nome di Giovanni XXIII è legato spesso a quello di scuole
e ospedali, è entrato nella toponomastica cittadina a denominare vie e piazze,
ma i più giovani (e forse anche qualche adulto) probabilmente non sarebbero in
grado di associare un volto a questo nome. E in effetti coloro che c’erano già
al tempo di papa Giovanni oggi sono padri e madri, forse perfino nonni. Eppure
Giovanni XXIII, il Papa buono, è stato a suo modo un rivoluzionario, è stato
colui che ha indetto il Concilio Vaticano II inaugurando una stagione
entusiasmante per la vita della Chiesa. Tra poco più di un mese questo gigante
della fede sarà proclamato Santo, assieme all’altro suo grande successore
Giovanni Paolo II. È bene allora che anche ai più piccini si racconti la storia
di papa Giovanni, che proprio per loro aveva una speciale predilezione. A
questo proposito è stato recentemente pubblicato un testo a cura di Marco
Pappalardo, “Giovanni XXIII” (Il pozzo di Giacobbe, 2014), nel quale viene
narrata la storia del Papa buono, un testo scritto apposta per i più piccoli, i
quali possono così accostarsi con semplicità alle storia di questo santo
straordinario. Grazie anche ad un apparato di illustrazioni molto ben curato, si
racconta infatti la vicenda di don Angelo Roncalli, un parroco di umili origini
proveniente da un paesino della provincia di Bergamo che è divenuto successore
di S. Pietro. Giovanni XXIII, nel suo pur breve pontificato, è riuscito a
conquistare l’affetto di tantissime persone, dentro e fuori
Pubblicato su La Sicilia sabato 8 Marzo 2014
domenica 2 marzo 2014
Giovani alla ricerca di adulti che offrano ipotesi per la vita
«Noi abbiamo bisogno che qualcuno ci aiuti a trovare il
senso del vivere e del morire, qualcuno che non censuri la nostra domanda di
felicità e di verità». Così scrivevano nel febbraio 2007 gli studenti del liceo
Spedalieri di Catania, all’indomani dei tragici fatti del Massimino in cui
perse la vita l’ispettore Raciti. Una lettera che ha avuto una vasta eco e che
ha suscitato una vivace discussione tra i docenti e gli studenti di quella
stessa scuola. Un gruppo di 28 insegnanti infatti dopo la pubblicazione della
lettera scrissero una contro risposta nella quale affermavano che proporre
«delle verità è integralismo, cioè barbarie, e pertanto questo atteggiamento
non può avere luogo nella scuola pubblica, cioè democratica e laica». In questo
dibattito si era inserito il prof. Pietro Barcellona, impressionato
evidentemente dalla forza delle domande che emergevano nella lettera dei
ragazzi, il quale scrisse a sua volta un editoriale su
Professore, cosa l’ha
colpita maggiormente nell’incontro con il prof. Barcellona?
«La cosa che mi ha impressionato di più è che nonostante
avessimo due orientamenti di fondo differenti, e due storie differenti, ci
siamo incontrati su un terreno comune. E questo terreno comune è l’umanità,
cioè il riconoscimento che l’essere umano ha qualcosa di particolare, qualcosa
che già 2500 anni fa Eraclito chiamava il “Logos”, affermando che esso rende
comune la realtà. Diceva il filosofo greco che per coloro che hanno il Logos
l’esistente può essere avvicinato in maniera comune, mentre coloro che non
fanno leva sul Logos vivono ciascuno racchiuso nel suo sonno. E mi domando se
quest’immagine, dell’essere racchiusi nei propri sonni, non corrisponda a tante
forme surrogate che oggi insidiano in particolare la vita giovanile e si
configurano come fuga dalla realtà. Pensiamo infatti alle numerose forme di
“addiction”, di dipendenza. Sono tutte esperienze che alla fine ci fanno
sentire isolati all’interno di un mondo che ci siamo costruiti semplicemente
per compensare le nostre frustrazioni.»
A proposito della
famosa lettera redatta dagli studenti dello Spedalieri nel 2007 lei afferma nel
libro che i ragazzi chiedevano alla scuola di affrontare esplicitamente le
questioni etiche. Non le sembra che in gioco ci fossero ben più che le
questioni etiche?
«L’etica non è staccata dalla vita, è una lettura sbagliata
quella che ha portato a ritenere che l’etica sia una specie di facciata che
nasconde la realtà. L’etica raccoglie le risposte alla domanda “che cosa è
buono?” e questa domanda noi ce la poniamo di fronte ai fatti che ci sfidano. I
ragazzi di fronte al tragico evento dell’uccisione dell’ispettore Raciti, si
sono chiesti che cosa fosse accaduto, ma non sul piano della mera descrizione,
bensì cercando di inquadrare questo fatto all’interno della vicenda umana.
Barcellona si è introdotto in quel dibattito sottolineando come la laicità
della scuola non significa neutralità, perché l’essere umano in quanto libero è
un soggetto intenzionale. Anche quando dice di volersi elevare al di sopra
delle parti in realtà assume sempre un punto di vista. Occorre quindi affermare
schiettamente come la pensiamo entrando in un dialogo pacifico tra posizioni
che vogliono andare a riconoscere la verità, cioè quell’elemento originario che
si specchia nella realtà come condizione di partenza».
Lei accennava prima a
queste “forme surrogate” che oggi insidiano la vita giovanile. Il prof.
Barcellona nel dialogo con lei denunciava il fatto che i giovani sono diventati
quasi una tabula rasa, non perché sono privi materialmente di riferimenti
identitari, ma perché ne sono privi spiritualmente, soprattutto perché i padri
hanno abdicato alla loro funzione.
«I giovani di oggi sono alla ricerca di adulti, cioè sono alla ricerca
di gente che faccia loro delle proposte e non si tiri indietro rispetto a delle
ipotesi o a degli orientamenti. Mente spesso gli adulti sono intimoriti ma
questo è un grave errore, non devono avere paura di incontrare i ragazzi. Nel
mio dialogo con il prof. Barcellona egli sottolineava proprio il fatto che
ciascuno di noi quando entra in contatto con un giovane, è un modello che può
anche essere rifiutato ma comunque costituisce un punto di riferimento. In
questa direzione il ruolo della scuola è fondamentale. Mi viene da dire che la
scuola è nata proprio come istituzione di cui la società si è dotata proprio
per introdurre in essa i giovani. È un luogo che deve favorire l’emergere della
domanda di senso, intesa non nella sua connotazione narcisistico-autoreferenziale,
per cui ha senso solo ciò che mi soddisfa, ma come la direzione che fa crescere
nella dignità. Per questo affermare che la libertà, che ci caratterizza in
quanto uomini, si riduce alla semplice opzione è sbagliato, perché noi siamo
liberi non quando scegliamo, ma quando scegliamo solo quello che ci merita,
ossia il bene, ciò in cui si specchia il valore della nostra vita».
Pubblicato su La Sicilia domenica 2 Marzo 2014
sabato 1 marzo 2014
E' la dignità la vera eredità di Solidarnosc
«Non sono un eroe». Così si schermiva nel 1981 Lech Walesa,
storico leader e fondatore di Solidarnosc, a chi, osannandolo, gli domandava
quale fosse il “segreto” del suo immenso successo che nel volgere di poco tempo
aveva contagiato milioni di polacchi. Lo stesso Walesa proseguiva poi
dichiarando che l’unico motivo per il quale moltissima gente lo seguiva era uno
solo: perché diceva la verità. «Qualunque sia il sistema se non ci si fonda
sulla verità e sull’onestà, non si ha nessuna possibilità. La verità è l’uomo.
Non si può fare nulla contro la verità. Non la si può distruggere». Relegare
dunque l’esperienza di Solidarnosc ad un passato ancorché recente ritenendola
definitivamente tramontata è un’operazione antistorica perché in un tempo in
cui l’identità della nostra vecchia Europa vacilla e ci si avvita su
discussioni spesso sterili in materia di diritti reali o presunti, l’eredità
del sindacato polacco può servire per riportare al centro del dibattito europeo
il Soggetto, inteso non come individuo “e vinculis solutus”, ma come persona
inserita in un contesto di relazioni più ampie che costiuiscono una civiltà. Da
queste preoccupazioni nasce “Operazione Solidarnosc” (Salvatore Sciascia
Editore, 2014) di Vincenzo Grienti che, attraverso una rigorosa indagine
storica e utilizzando documenti e fonti dell’epoca, vuol mettere in evidenza
quel fenomeno assolutamente originale ed inusitato che si è sviluppato in
Polonia, un Paese del blocco sovietico ed in piena guerra fredda: la nascita
del primo sindacato libero. Si tratta – secondo Grienti – della prima incrinatura
al muro di Berlino che sarebbe poi definitivamente crollato nel 1989. Il volume
dunque ripercorre la storia della Polonia nel secondo dopoguerra concentrandosi
maggiormente negli undici anni (1978-1989) che effettivamente videro lo
sbriciolarsi lento ma inesorabile del blocco comunista nell’Europa dell’Est. Il
1978 non è scelto a caso come punto di partenza perché è proprio quello l’anno
in cui il polacco Karol Wojtyla diviene Giovani Paolo II, un pontefice che già l’anno
successivo durante la visita nella “sua” Polonia mostra a tutto il mondo il
profondo legame che esiste con
Pubblicato su La Sicilia domenica 9 Febbraio 2014
giovedì 27 febbraio 2014
Pentiti e scandali per Enzo Russo
In un pomeriggio noioso e sonnolento un uomo bussa
al portone della sede romana della Dia. Non spiega il motivo della sua visita,
dice solo di essere il dottor Ettore Milazzo, un commercialista palermitano, e
di voler parlare esclusivamente con il direttore. All’iniziale diffidenza dei
funzionari della direzione investigativa antimafia un nome, pronunciato dal
misterioso personaggio, cattura immediatamente il loro interesse: Giovanni
Basile. Dietro questo nome infatti si cela uno dei più pericolosi latitanti
ricercato da anni senza successo da tutte le forze di polizia. Milazzo è un
pezzo pregiatissimo dell’ingranaggio criminale di Basile, è colui che ne cura
personalmente gli interessi in ogni parte del mondo, ma è anche colui che ha
deciso di consegnare il suo boss alle forze dell’ordine perché si è reso conto
che la sua vita è in pericolo... Prende da qui le mosse l’avvincente romanzo di
Enzo Russo, “Nessuno escluso” (Barion, 2013) pubblicato per la prima volta nel 1995, in un periodo in cui
il fenomeno dei pentiti e del pentitismo si mischiava alle efferate stragi di
mafia che qualche anno prima avevano visto cadere i giudici Falcone e
Borsellino. In un crescendo di colpi di scena le rivelazioni di Ettore Milazzo,
che pezzo dopo pezzo ricostruiscono un puzzle in cui la menzogna sembra verità
e la verità menzogna, provocheranno un terremoto istituzionale che susciterà scandali,
arresti e dimissioni, trascinando nell’ignominia uomini fino a quel momento
considerati irreprensibili. C’è però una domanda che si insinua nel romanzo
dall’inizio alla fine: chi è davvero Ettore Milazzo?
Pubblicato su La Sicilia giovedì 16 Gennaio 2014
mercoledì 26 febbraio 2014
La solidarietà sociale al servizio della scuola
La scuola è un bene di tutti e per tutti, svolge un ruolo
sociale di fondamentale importanza e come tale deve essere tutelato e
garantito. Dalle colonne di questo giornale qualche giorno fa il professor
Lamberto Maffei, presidente dell’Accademia dei Lincei, sottolineava come la
questione educativa costituisse una vera e propria emergenza nel nostro Paese.
Nel nostro territorio questa situazione risulta essere ancora più drammatica a
fronte spesso di una mancanza di risorse da destinare alla scuola che né le
Istituzioni né gli enti locali sono in grado di garantire in modo pieno. Quali
possono essere allora le possibili soluzioni che la società civile può mettere
in campo per salvaguardare un bene così prezioso come l’educazione delle nuove
generazioni? Il professor Francesco Garraffo, docente di Business Economics
& Management all’Università di Catania, parla del progetto “educare”, un progetto che verrà presentato
oggi alla città in un incontro pubblico.
Professore in cosa
consiste concretamente il progetto “educare”?
«Ci troviamo di fronte, per quanto riguarda il nostro
territorio, ad un’iniziativa innovativa, pionieristica potrei dire, attraverso
la quale si vuol far dialogare il mondo profit, delle aziende, con il mondo
non-profit. Si tratta quindi di una proposta di solidarietà sociale volta a
finanziare, realizzare, avviare opere educative».
Come funziona?
«Il procedimento è molto semplice: attraverso una card, la
“educare card”, che verrà distribuita
gratuitamente a coloro che saranno interessati al progetto e ne faranno
richiesta e grazie ad alcune aziende radicate da molti anni nel nostro
territorio che hanno accettato di aderire ad educare, verrà devoluta una percentuale dell’incassato proveniente
dagli acquisti che le persone hanno effettuato utilizzando questa card. Questa percentuale
andrà a sostenere un fondo di risorse finanziare messo a disposizione della
Fondazione Sant’Orsola, la quale provvederà a realizzare opere educative aperte
a tutti, a favore cioè di tutti gli alunni delle scuole medie e superiori di
Catania. Non verrà fatta distinzione tra privato e statale ma ci sarà la
possibilità per i giovani di usufruire di queste risorse sotto forma di
progetti e iniziative. Se ci riflettiamo con attenzione, il bene di cui qui si
sta parlando è un bene pubblico, è il bene dell’educazione, che non riguarda la
scuola privata o la scuola pubblica, ma che riguarda i nostri giovani e il loro
futuro che sono un patrimonio inestimabile dell’intera società. Un giovane può
crescere, può evolvere, può diventare migliore nella misura in cui potrà
accedere ad iniziative che lo aiutano a migliorare. Il progetto educare si pone dunque come mission proprio
questo».
Perché un’impresa
dovrebbe aderire ad un progetto del genere?
«Rispondo a questa domanda citando a memoria una frase che
ho sentito dire una volta ad un
imprenditore che di sua spontanea volontà realizzava iniziative di questo genere:
“Faccio queste cose perché voglio lasciare un segno”. Le imprese sono vissute e
gestite da persone, portatrici di bisogni che in molti casi, e aggiungo per
fortuna, vanno al di là del bisogno meramente economico e di soddisfazione
personale. Un’impresa svolge già una funzione sociale nel momento in cui assume
persone che costituiranno poi una famiglia e grazie al loro lavoro potranno
realizzare poi altri progetti di vita. Ma l’impresa svolge il suo ruolo sociale
facendo lavorare altre imprese, perché un’azienda radicata in un territorio
sviluppa volume d’affari per altre aziende. Oggi, lo stiamo vedendo anche con
il progetto educare, ci sono imprese
nel nostro territorio sensibili a questi temi che hanno il desiderio di
sostenere iniziative di questa natura. Gli imprenditori stessi, gli uomini e le
donne che gestiscono imprese, sentono il bisogno di lasciare un segno nella società
attraverso quello che loro stessi negli anni hanno realizzato».
Come dovrebbero
guardare le Istituzioni, spesso distratte quando si tratta di educazione, a questi tentativi “dal basso”?
«Sicuramente possono guardare in termini estremamente positivi.
Le ragioni possono essere tante ma ne voglio elencare almeno due: primo, le
Istituzioni a qualunque livello ,ormai hanno acquisito la consapevolezza che i
mezzi di cui disponevano un tempo ora non sono più disponibili e quindi la
capacità dei privati di sopperire alle carenze delle risorse pubbliche è un
vantaggio per tutti. Ma non solo. La disponibilità dei privati di sostenere
iniziative di questa natura crea sinergia con ciò che il pubblico fa e quindi
la somma di una sinergia risulta sempre superiore al valore dei singoli
addendi. La capacità di alcuni soggetti, profit e no-profit, di spendersi per
realizzare iniziative di questa natura permette inoltre, sembra un paradosso ma
non è così, non solo di alimentare opere di natura sociale che fanno bene a
tutti, ma fa in modo che queste opere lavorino a favore delle altre opere che
lo Stato realizza per creare il benessere della collettività. Il bello di
questo progetto sperimentale (“educare” n.d.r.) qui nel nostro territorio consiste
proprio nel tentativo di mettere in una concreta e fattiva relazione il mondo
profit con quello no-profit. È un modo nuovo, diverso, direi quasi una nuova
socialità, per citare le parole di Bernhard Scholz, che fa riferimento a valori
di solidarietà, di benessere collettivo, di bene comune; valori critici per una
migliore crescita della nostra società».
Pubblicato su La Sicilia venerdì 6 dicembre 2013
mercoledì 4 dicembre 2013
Maffei: Scienza significa "domani" e "giovani"
Lamberto Maffei, neuroscienziato di fama internazionale ed
attuale presidente dell’Accademia dei Lincei, la gloriosa istituzione fondata a
Roma da Federico Cesi nel 1603 e che annovera fra i suoi soci Galileo Galilei, si
è trovato ieri in Sicilia per tenere una lectio magistralis in occasione del
centenario della sede che ospita la biblioteca Zelantea di Acireale, curata
fino al 1866 dall’Accademia degli Zelanti, la più antica istituzione accademica
siciliana. La sinergia tra le due storiche Accademie e la mediazione del dott.
Saverio Continella, direttore generale del Credito Siciliano, hanno reso
possibile l’incontro con Maffei, le cui ricerche negli anni si sono concentrate
sullo studio del Sistema Nervoso Centrale attraverso l’utilizzo di tecniche
sperimentali come l’elettrofisiologia la psicofisica e la biologia molecolare.
Professor Maffei, lei
è un medico: come giudica lo stato di salute della ricerca scientifica oggi in
Italia?
«La sua domanda è molto difficile; io ho fatto il
ricercatore tutta la vita e mi rendo conto che la ricerca, così come la
scienza, è considerata una “cenerentola”, relegata in un angolo polveroso delle
stanze di coloro che decidono. Questo credo che sia una vergogna perché scienza
significa “domani”, significa “giovani” e probabilmente significa anche avere,
in futuro, un PIL maggiore. In particolare i giovani non sono trattati bene,
anzi se c’è una classe della nostra società che oggi è particolarmente
trascurata io penso che siano proprio i giovani. Non ci sono prospettive e molti
dei nostri giovani migliori, li vedo partire per non ritornare. Ma così
rischiamo di diventare un Paese senza cultura, senza domani e soprattutto senza
quelle energie che certamente non possono provenire dagli anziani. Molti
giovani ricercatori che lavorano con me sono ancora a tempo determinato: ma in
questo modo con quale concentrazione si potranno dedicare alla ricerca se
magari sanno che il prossimo anno non avranno la borsa di studio? Una cosa
inimmaginabile! E talvolta quando io mi trovo insieme ai miei studenti mi
vergogno perché gente con cui ho lavorato, a cui ho insegnato, che magari è
diventata più brava di me, la vedo completamente trascurata. Una vergogna».
Quale contributo può
dare un’Accademia, come può essere quella dei Lincei, nel contesto della
società attuale?
«Da quando ho assunto la presidenza dell’Accademia ormai
quasi cinque anni fa, ho pensato insieme agli altri Soci dell’Accademia di
dover fare qualcosa soprattutto per i giovani e che celebrare il passato è
certamente doveroso ma occorre anche costruire per le nuove generazioni. Ora, i
soci dell’Accademia sono tutti anziani, però sono tutti vecchi professori che
sono stati astri nel campo della scienza, della letteratura, delle belle arti,
ecc… E dunque abbiamo cominciato ad insegnare agli insegnanti. Sono stati
costituiti nove poli che corrispondono ad altrettante città e presto verrà
attivato anche qui in Sicilia il polo di Palermo, la cui finalità è quella di
sostenere e favorire il miglioramento dei sistemi d’istruzione nel nostro
Paese. Ed è una cosa che interessa moltissimo. Il 12 ottobre scorso
all’inaugurazione del polo di Bologna sono venuti 730 insegnanti! Alcuni soci
dell’Accademia, a titolo gratuito, di concerto con il Ministero dell’Istruzione
sono andati ad incontrare soprattutto gli insegnanti delle elementari e delle
medie – perché è dai bambini che bisogna cominciare – proponendo loro delle
lezioni di matematica, italiano e scienze naturali che hanno lo scopo di
offrire un metodo e dei contenuti che gli insegnanti poi offrono ai loro alunni.
Devo dire che questa iniziativa, intrapresa con grande sforzo, ha avuto un
successo enorme e molte città italiane adesso ci chiedono di aprire un polo lì
dove ancora manca».
Lei si è occupato per
tutta la vita di neuroscienze e ultimamente la sua ricerca si è focalizzata
sulle malattie neurodegenerative. Come coniuga la sua attività di scienziato
con quella, per così dire, “istituzionale”?
«Effettivamente un’altra attività che l’Accademia svolge,
sempre in sinergia con il Ministero, riguarda l’altro polo “debole”, ma
fondamentale della società: gli anziani. Accanto all’educazione l’altro tema di
cui la società civile deve occuparsi è appunto quello che riguarda la persona
anziana. Su questo tema però ho fatto un po’ più fatica a convincere i Soci a
porre in atto idee e soluzioni, però gli anziani nei prossimi dieci anni diventeranno
una vera e propria “emergenza” planetaria. Una vita più lunga significa dover
fronteggiare un crescente numero di persone affette da demenza senile e si
calcola che un malato di Alzheimer costa al sistema sanitario 50mila euro
l’anno. Se pensiamo che in Italia vi sono oggi circa un milione di malati ricaviamo
una cifra spaventosa ma il nostro governo non ha all’ordine del giorno il
problema della demenza senile! E queste persone non possono essere abbandonate
a se stesse. Occorrono strutture e personale adeguato, sviluppo della
farmacologica e della robotica. Ma è necessario anche, ed è questo il mio campo
specifico, intervenire per cercare di prevenire il più possibile l’insorgere di
queste malattie. A Pisa c’è un progetto già avviato, e che fortunatamente è
stato finanziato, dove le cliniche forniscono il loro contributo gratis.
Dall’Alzheimer non si guarisce, ma si può certamente migliorare la qualità della
vita delle persone malate e dei loro familiari. Ma occorre che le nostre
Istituzioni si facciano carico di questo problema come altri Paesi dell’Unione
europea stanno già facendo».
Pubblicato su La Sicilia giovedì 28 Novembre 2013
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