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domenica 2 marzo 2014

Giovani alla ricerca di adulti che offrano ipotesi per la vita

«Noi abbiamo bisogno che qualcuno ci aiuti a trovare il senso del vivere e del morire, qualcuno che non censuri la nostra domanda di felicità e di verità». Così scrivevano nel febbraio 2007 gli studenti del liceo Spedalieri di Catania, all’indomani dei tragici fatti del Massimino in cui perse la vita l’ispettore Raciti. Una lettera che ha avuto una vasta eco e che ha suscitato una vivace discussione tra i docenti e gli studenti di quella stessa scuola. Un gruppo di 28 insegnanti infatti dopo la pubblicazione della lettera scrissero una contro risposta nella quale affermavano che proporre «delle verità è integralismo, cioè barbarie, e pertanto questo atteggiamento non può avere luogo nella scuola pubblica, cioè democratica e laica». In questo dibattito si era inserito il prof. Pietro Barcellona, impressionato evidentemente dalla forza delle domande che emergevano nella lettera dei ragazzi, il quale scrisse a sua volta un editoriale su La Sicilia sostenendo che «scuola laica non significa neutrale» perché «chi insegna ha il dovere di esplicitare i propri valori e le proprie verità». Inoltre egli sosteneva che «la giusta esigenza dell’onestà intellettuale implica che chiunque parli dichiari in principio le proprie credenze e sia disponibile a metterle in discussione. È l’apertura all’altro, che garantisce la laicità e non il vecchio paravento della “neutralità”». Alcuni anni dopo un professore di Pedagogia generale dell’Università Cattolica, Giuseppe Mari, profondamente colpito dalle parole di Barcellona decide di incontrarlo e da quell’incontro è venuto fuori un libro-intervista che, man mano che si procede nella lettura, somiglia molto più al dialogo tra due amici di vecchia data, dal titolo “La sfida della modernità” (Editrice La Scuola, 2014).

Professore, cosa l’ha colpita maggiormente nell’incontro con il prof. Barcellona?
«La cosa che mi ha impressionato di più è che nonostante avessimo due orientamenti di fondo differenti, e due storie differenti, ci siamo incontrati su un terreno comune. E questo terreno comune è l’umanità, cioè il riconoscimento che l’essere umano ha qualcosa di particolare, qualcosa che già 2500 anni fa Eraclito chiamava il “Logos”, affermando che esso rende comune la realtà. Diceva il filosofo greco che per coloro che hanno il Logos l’esistente può essere avvicinato in maniera comune, mentre coloro che non fanno leva sul Logos vivono ciascuno racchiuso nel suo sonno. E mi domando se quest’immagine, dell’essere racchiusi nei propri sonni, non corrisponda a tante forme surrogate che oggi insidiano in particolare la vita giovanile e si configurano come fuga dalla realtà. Pensiamo infatti alle numerose forme di “addiction”, di dipendenza. Sono tutte esperienze che alla fine ci fanno sentire isolati all’interno di un mondo che ci siamo costruiti semplicemente per compensare le nostre frustrazioni.»

A proposito della famosa lettera redatta dagli studenti dello Spedalieri nel 2007 lei afferma nel libro che i ragazzi chiedevano alla scuola di affrontare esplicitamente le questioni etiche. Non le sembra che in gioco ci fossero ben più che le questioni etiche?
«L’etica non è staccata dalla vita, è una lettura sbagliata quella che ha portato a ritenere che l’etica sia una specie di facciata che nasconde la realtà. L’etica raccoglie le risposte alla domanda “che cosa è buono?” e questa domanda noi ce la poniamo di fronte ai fatti che ci sfidano. I ragazzi di fronte al tragico evento dell’uccisione dell’ispettore Raciti, si sono chiesti che cosa fosse accaduto, ma non sul piano della mera descrizione, bensì cercando di inquadrare questo fatto all’interno della vicenda umana. Barcellona si è introdotto in quel dibattito sottolineando come la laicità della scuola non significa neutralità, perché l’essere umano in quanto libero è un soggetto intenzionale. Anche quando dice di volersi elevare al di sopra delle parti in realtà assume sempre un punto di vista. Occorre quindi affermare schiettamente come la pensiamo entrando in un dialogo pacifico tra posizioni che vogliono andare a riconoscere la verità, cioè quell’elemento originario che si specchia nella realtà come condizione di partenza».

Lei accennava prima a queste “forme surrogate” che oggi insidiano la vita giovanile. Il prof. Barcellona nel dialogo con lei denunciava il fatto che i giovani sono diventati quasi una tabula rasa, non perché sono privi materialmente di riferimenti identitari, ma perché ne sono privi spiritualmente, soprattutto perché i padri hanno abdicato alla loro funzione.
«I giovani di oggi sono alla ricerca di adulti, cioè sono alla ricerca di gente che faccia loro delle proposte e non si tiri indietro rispetto a delle ipotesi o a degli orientamenti. Mente spesso gli adulti sono intimoriti ma questo è un grave errore, non devono avere paura di incontrare i ragazzi. Nel mio dialogo con il prof. Barcellona egli sottolineava proprio il fatto che ciascuno di noi quando entra in contatto con un giovane, è un modello che può anche essere rifiutato ma comunque costituisce un punto di riferimento. In questa direzione il ruolo della scuola è fondamentale. Mi viene da dire che la scuola è nata proprio come istituzione di cui la società si è dotata proprio per introdurre in essa i giovani. È un luogo che deve favorire l’emergere della domanda di senso, intesa non nella sua connotazione narcisistico-autoreferenziale, per cui ha senso solo ciò che mi soddisfa, ma come la direzione che fa crescere nella dignità. Per questo affermare che la libertà, che ci caratterizza in quanto uomini, si riduce alla semplice opzione è sbagliato, perché noi siamo liberi non quando scegliamo, ma quando scegliamo solo quello che ci merita, ossia il bene, ciò in cui si specchia il valore della nostra vita». 


Pubblicato su La Sicilia domenica 2 Marzo 2014

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