«Noi abbiamo bisogno che qualcuno ci aiuti a trovare il
senso del vivere e del morire, qualcuno che non censuri la nostra domanda di
felicità e di verità». Così scrivevano nel febbraio 2007 gli studenti del liceo
Spedalieri di Catania, all’indomani dei tragici fatti del Massimino in cui
perse la vita l’ispettore Raciti. Una lettera che ha avuto una vasta eco e che
ha suscitato una vivace discussione tra i docenti e gli studenti di quella
stessa scuola. Un gruppo di 28 insegnanti infatti dopo la pubblicazione della
lettera scrissero una contro risposta nella quale affermavano che proporre
«delle verità è integralismo, cioè barbarie, e pertanto questo atteggiamento
non può avere luogo nella scuola pubblica, cioè democratica e laica». In questo
dibattito si era inserito il prof. Pietro Barcellona, impressionato
evidentemente dalla forza delle domande che emergevano nella lettera dei
ragazzi, il quale scrisse a sua volta un editoriale su
Professore, cosa l’ha
colpita maggiormente nell’incontro con il prof. Barcellona?
«La cosa che mi ha impressionato di più è che nonostante
avessimo due orientamenti di fondo differenti, e due storie differenti, ci
siamo incontrati su un terreno comune. E questo terreno comune è l’umanità,
cioè il riconoscimento che l’essere umano ha qualcosa di particolare, qualcosa
che già 2500 anni fa Eraclito chiamava il “Logos”, affermando che esso rende
comune la realtà. Diceva il filosofo greco che per coloro che hanno il Logos
l’esistente può essere avvicinato in maniera comune, mentre coloro che non
fanno leva sul Logos vivono ciascuno racchiuso nel suo sonno. E mi domando se
quest’immagine, dell’essere racchiusi nei propri sonni, non corrisponda a tante
forme surrogate che oggi insidiano in particolare la vita giovanile e si
configurano come fuga dalla realtà. Pensiamo infatti alle numerose forme di
“addiction”, di dipendenza. Sono tutte esperienze che alla fine ci fanno
sentire isolati all’interno di un mondo che ci siamo costruiti semplicemente
per compensare le nostre frustrazioni.»
A proposito della
famosa lettera redatta dagli studenti dello Spedalieri nel 2007 lei afferma nel
libro che i ragazzi chiedevano alla scuola di affrontare esplicitamente le
questioni etiche. Non le sembra che in gioco ci fossero ben più che le
questioni etiche?
«L’etica non è staccata dalla vita, è una lettura sbagliata
quella che ha portato a ritenere che l’etica sia una specie di facciata che
nasconde la realtà. L’etica raccoglie le risposte alla domanda “che cosa è
buono?” e questa domanda noi ce la poniamo di fronte ai fatti che ci sfidano. I
ragazzi di fronte al tragico evento dell’uccisione dell’ispettore Raciti, si
sono chiesti che cosa fosse accaduto, ma non sul piano della mera descrizione,
bensì cercando di inquadrare questo fatto all’interno della vicenda umana.
Barcellona si è introdotto in quel dibattito sottolineando come la laicità
della scuola non significa neutralità, perché l’essere umano in quanto libero è
un soggetto intenzionale. Anche quando dice di volersi elevare al di sopra
delle parti in realtà assume sempre un punto di vista. Occorre quindi affermare
schiettamente come la pensiamo entrando in un dialogo pacifico tra posizioni
che vogliono andare a riconoscere la verità, cioè quell’elemento originario che
si specchia nella realtà come condizione di partenza».
Lei accennava prima a
queste “forme surrogate” che oggi insidiano la vita giovanile. Il prof.
Barcellona nel dialogo con lei denunciava il fatto che i giovani sono diventati
quasi una tabula rasa, non perché sono privi materialmente di riferimenti
identitari, ma perché ne sono privi spiritualmente, soprattutto perché i padri
hanno abdicato alla loro funzione.
«I giovani di oggi sono alla ricerca di adulti, cioè sono alla ricerca
di gente che faccia loro delle proposte e non si tiri indietro rispetto a delle
ipotesi o a degli orientamenti. Mente spesso gli adulti sono intimoriti ma
questo è un grave errore, non devono avere paura di incontrare i ragazzi. Nel
mio dialogo con il prof. Barcellona egli sottolineava proprio il fatto che
ciascuno di noi quando entra in contatto con un giovane, è un modello che può
anche essere rifiutato ma comunque costituisce un punto di riferimento. In
questa direzione il ruolo della scuola è fondamentale. Mi viene da dire che la
scuola è nata proprio come istituzione di cui la società si è dotata proprio
per introdurre in essa i giovani. È un luogo che deve favorire l’emergere della
domanda di senso, intesa non nella sua connotazione narcisistico-autoreferenziale,
per cui ha senso solo ciò che mi soddisfa, ma come la direzione che fa crescere
nella dignità. Per questo affermare che la libertà, che ci caratterizza in
quanto uomini, si riduce alla semplice opzione è sbagliato, perché noi siamo
liberi non quando scegliamo, ma quando scegliamo solo quello che ci merita,
ossia il bene, ciò in cui si specchia il valore della nostra vita».
Pubblicato su La Sicilia domenica 2 Marzo 2014

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