La storia di Valentina, la 194 e la legge 40. Se la polemica nasconde il vero dramma:l'aborto
Qualche giorno fa il Comitato europeo dei Diritti
Sociali del Consiglio d’Europa ha bacchettato l’Italia per violazione dei
diritti derivanti dalla legge 194. Troppi medici obiettori, sentenzia il
Consiglio d’Europa, impediscono alle donne che vogliono interrompere la
gravidanza di non poter esercitare i diritti concessi loro dalla legge. Sempre
nei giorni scorsi, quasi in contemporanea, è saltata fuori la storia della
giovane donna di 28 anni che ha abortito in un bagno dell’ospedale Sandro
Pertini di Roma e che ha riacceso le polemiche tra quanti difendono la liceità
dell’aborto trincerandosi dietro la legge 194 e quanti invece sostengono con
forza la possibilità di esercitare l’obiezione di coscienza. La vicenda in
particolare è però un po’ più complessa di quel che appare e riguarda anche il
dibattito intorno alla legge 40 sulla fecondazione assistita su cui in questi
mesi sono stati sollevati dubbi di costituzionalità. La storia risale alla fine
di ottobre del 2010, quasi quattro anni fa: Valentina Magnanti risulta
portatrice sana di una “traslocazione reciproca bilanciata tra il braccio corto
di un cromosoma 3 ed il braccio lungo di un cromosoma 5”, una grave malattia genetica,
ma è fertile e dunque non può avvalersi della legge 40 la quale in questi casi garantirebbe
anche la diagnosi pre-impianto che, com’è noto, implica la selezione degli
embrioni con conseguente eliminazione di quelli malati a favore di quelli sani
che possono così essere impiantati nell’utero materno. Il suo desiderio di
maternità è però molto forte e alla fine arriva la gravidanza tanto desiderata.
Ben presto però si scopre, attraverso una “villocentesi per lo studio del
cariotipo fetale”, che la piccola nel grembo di Valentina è affetta da una gravissima
malattia genetica che le lascerebbe poche settimane, se non addirittura pochi
giorni di vita. La donna, d’accordo con il marito, decide di porre fine alla
gravidanza giunta al quinto mese e si ricovera al “Sandro Pertini”. E qui
accade l’episodio che in questi giorni ha scatenato su giornali, web e tv, una
ridda di polemiche, indignazioni, prese di posizione: Valentina, racconta lei
stessa, nel momento di maggior necessità, quando ormai le erano state indotte
le contrazioni per il parto, viene abbandonata e, dopo quindici ore è costretta
a partorire il feto morto nel bagno dell’ospedale assistita solo dal marito.
Dopo questa esperienza drammatica i due coniugi decidono di intraprendere la
via della fecondazione assistita con la diagnosi pre-impianto, ma non essendo
sterili non possono accedervi. Si rivolgono allora al tribunale di Roma
assistiti dagli avvocati Filomena Gallo e Angelo Calandrini, segretario e
membro dell’Associazione Luca Coscioni. Il tribunale di Roma il 28 febbraio
scorso ha emesso un’ordinanza nella quale solleva dubbi di legittimità
costituzionale della legge 40 con le motivazioni che è “diritto della coppia
avere un figlio sano” e che il diritto di “autodeterminazione nelle scelte
procreative è inviolabile e costituzionalmente tutelato”. La parola adesso
spetta alla Consulta che dovrà pronunciarsi nel merito l’otto aprile prossimo.
Tutta la vicenda è stata resa nota lunedì scorso durante una conferenza stampa
dell’Associazione Coscioni dalla stessa Magnanti. Fin qui i fatti. Ma a parte i
dubbi che solleva la tempistica ad orologeria con cui la notizia è stata
diffusa dopo quasi quattro anni dagli eventi e che sembra voler infliggere un
altro colpo alla legge 40 che, sentenza dopo sentenza, la magistratura sta
demolendo in barba alla sovranità del Parlamento che quella legge l’aveva
legittimamente votata, oltre al fatto che le dichiarazioni della donna
contrastano nettamente con quelle della Asl di Roma, questa è una storia che
deve far riflettere, che non può non far emergere grandi interrogativi. Nella
relazione degli avvocati Gallo e Calandrini pubblicata online sul Sole24ore in
un passaggio si legge che «la coppia era costretta
ad interrompere volontariamente la gravidanza». Perché “costretta”? Perché un
padre e una madre devono essere costretti a sopprimere la vita di un figlio? In
nome di cosa? È sufficiente rispondere “perché la legge lo consente”? L’aborto
è diventato un dogma della modernità, intoccabile, immutabile, indiscutibile.
Un dio spietato al quale offrire la nostra illimitata pretesa di
autodeterminazione, complice anche la nostra idea distorta e mostruosamente
darwiniana per cui merita di vivere solo colui che è sano e senza difetto; un’idea
orrenda ed egoista di pietas che esige la soppressione del figlio per
risparmiargli la sofferenza di una vita penosa e indegna, quando in fondo è la
nostra di sofferenza che vogliamo risparmiarci; la nostra pretesa (assurda) del
diritto al figlio, di essere padri e madri solo a determinate condizioni, come
se migliaia di anni di storia umana non ci avessero insegnato che ogni persona
è irriducibile a qualsiasi pretesa di dominio, fosse anche quella dei nostri
genitori che ci vogliono sani e belli. Non che questo desiderio non sia
legittimo, ci mancherebbe! Ma è proprio questa confusione tra desiderio e
pretesa che ha prodotto nel tempo immani disastri. L’aborto è il frutto anche
di una profonda solitudine in cui la donna incinta si trova immersa, un
ambiente ostile (quello sanitario in primis) che al minimo problema, anziché
condividere il dramma e la difficoltà, aiutando la donna a prendere coscienza
che ciò che porta nel grembo non è un’escrescenza patologica, ma suo
figlio, preferisce spingerla verso
l’interruzione della gravidanza. Questo è quello che ha vissuto Valentina,
questo è quello che hanno vissuto migliaia di donne. Siamo realmente convinti
che la 194 ci ha portato progresso, benessere e civiltà? Oppure che la
fecondazione artificiale o la diagnosi pre-impianto, invasive oltre ogni
immaginazione, siano la panacea di tutti i mali? Sono domande che una società che
vuol davvero chiamarsi civile non può non farsi.
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