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sabato 15 marzo 2014

La storia di Valentina, la 194 e la legge 40. Se la polemica nasconde il vero dramma:l'aborto

Qualche giorno fa il Comitato europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d’Europa ha bacchettato l’Italia per violazione dei diritti derivanti dalla legge 194. Troppi medici obiettori, sentenzia il Consiglio d’Europa, impediscono alle donne che vogliono interrompere la gravidanza di non poter esercitare i diritti concessi loro dalla legge. Sempre nei giorni scorsi, quasi in contemporanea, è saltata fuori la storia della giovane donna di 28 anni che ha abortito in un bagno dell’ospedale Sandro Pertini di Roma e che ha riacceso le polemiche tra quanti difendono la liceità dell’aborto trincerandosi dietro la legge 194 e quanti invece sostengono con forza la possibilità di esercitare l’obiezione di coscienza. La vicenda in particolare è però un po’ più complessa di quel che appare e riguarda anche il dibattito intorno alla legge 40 sulla fecondazione assistita su cui in questi mesi sono stati sollevati dubbi di costituzionalità. La storia risale alla fine di ottobre del 2010, quasi quattro anni fa: Valentina Magnanti risulta portatrice sana di una “traslocazione reciproca bilanciata tra il braccio corto di un cromosoma 3 ed il braccio lungo di un cromosoma 5”, una grave malattia genetica, ma è fertile e dunque non può avvalersi della legge 40 la quale in questi casi garantirebbe anche la diagnosi pre-impianto che, com’è noto, implica la selezione degli embrioni con conseguente eliminazione di quelli malati a favore di quelli sani che possono così essere impiantati nell’utero materno. Il suo desiderio di maternità è però molto forte e alla fine arriva la gravidanza tanto desiderata. Ben presto però si scopre, attraverso una “villocentesi per lo studio del cariotipo fetale”, che la piccola nel grembo di Valentina è affetta da una gravissima malattia genetica che le lascerebbe poche settimane, se non addirittura pochi giorni di vita. La donna, d’accordo con il marito, decide di porre fine alla gravidanza giunta al quinto mese e si ricovera al “Sandro Pertini”. E qui accade l’episodio che in questi giorni ha scatenato su giornali, web e tv, una ridda di polemiche, indignazioni, prese di posizione: Valentina, racconta lei stessa, nel momento di maggior necessità, quando ormai le erano state indotte le contrazioni per il parto, viene abbandonata e, dopo quindici ore è costretta a partorire il feto morto nel bagno dell’ospedale assistita solo dal marito. Dopo questa esperienza drammatica i due coniugi decidono di intraprendere la via della fecondazione assistita con la diagnosi pre-impianto, ma non essendo sterili non possono accedervi. Si rivolgono allora al tribunale di Roma assistiti dagli avvocati Filomena Gallo e Angelo Calandrini, segretario e membro dell’Associazione Luca Coscioni. Il tribunale di Roma il 28 febbraio scorso ha emesso un’ordinanza nella quale solleva dubbi di legittimità costituzionale della legge 40 con le motivazioni che è “diritto della coppia avere un figlio sano” e che il diritto di “autodeterminazione nelle scelte procreative è inviolabile e costituzionalmente tutelato”. La parola adesso spetta alla Consulta che dovrà pronunciarsi nel merito l’otto aprile prossimo. Tutta la vicenda è stata resa nota lunedì scorso durante una conferenza stampa dell’Associazione Coscioni dalla stessa Magnanti. Fin qui i fatti. Ma a parte i dubbi che solleva la tempistica ad orologeria con cui la notizia è stata diffusa dopo quasi quattro anni dagli eventi e che sembra voler infliggere un altro colpo alla legge 40 che, sentenza dopo sentenza, la magistratura sta demolendo in barba alla sovranità del Parlamento che quella legge l’aveva legittimamente votata, oltre al fatto che le dichiarazioni della donna contrastano nettamente con quelle della Asl di Roma, questa è una storia che deve far riflettere, che non può non far emergere grandi interrogativi. Nella relazione degli avvocati Gallo e Calandrini pubblicata online sul Sole24ore in un passaggio si legge che «la coppia era costretta ad interrompere volontariamente la gravidanza». Perché “costretta”? Perché un padre e una madre devono essere costretti a sopprimere la vita di un figlio? In nome di cosa? È sufficiente rispondere “perché la legge lo consente”? L’aborto è diventato un dogma della modernità, intoccabile, immutabile, indiscutibile. Un dio spietato al quale offrire la nostra illimitata pretesa di autodeterminazione, complice anche la nostra idea distorta e mostruosamente darwiniana per cui merita di vivere solo colui che è sano e senza difetto; un’idea orrenda ed egoista di pietas che esige la soppressione del figlio per risparmiargli la sofferenza di una vita penosa e indegna, quando in fondo è la nostra di sofferenza che vogliamo risparmiarci; la nostra pretesa (assurda) del diritto al figlio, di essere padri e madri solo a determinate condizioni, come se migliaia di anni di storia umana non ci avessero insegnato che ogni persona è irriducibile a qualsiasi pretesa di dominio, fosse anche quella dei nostri genitori che ci vogliono sani e belli. Non che questo desiderio non sia legittimo, ci mancherebbe! Ma è proprio questa confusione tra desiderio e pretesa che ha prodotto nel tempo immani disastri. L’aborto è il frutto anche di una profonda solitudine in cui la donna incinta si trova immersa, un ambiente ostile (quello sanitario in primis) che al minimo problema, anziché condividere il dramma e la difficoltà, aiutando la donna a prendere coscienza che ciò che porta nel grembo non è un’escrescenza patologica, ma suo figlio,  preferisce spingerla verso l’interruzione della gravidanza. Questo è quello che ha vissuto Valentina, questo è quello che hanno vissuto migliaia di donne. Siamo realmente convinti che la 194 ci ha portato progresso, benessere e civiltà? Oppure che la fecondazione artificiale o la diagnosi pre-impianto, invasive oltre ogni immaginazione, siano la panacea di tutti i mali? Sono domande che una società che vuol davvero chiamarsi civile non può non farsi.


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