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lunedì 12 settembre 2011

Padre Aldo al Meeting

Sabato 27 agosto, il Meeting di Rimini sta per chiudere i battenti. Padre Aldo Trento, missionario in Paraguay dal 1989, prima dell’orario di apertura “ufficiale” della fiera ha incontrato un gruppetto di giovani volontari all’interno dei padiglioni. Svariate sono state le domande che i ragazzi hanno posto al sacerdote veneto, soprattutto su due questioni che, evidentemente, erano avvertite come le più urgenti. La prima. L’uomo è una perenne domanda di senso; si muove nella realtà domandando, cercando, lottando per affermare un significato senza il quale la vita diventerebbe insipida, incerta, vana. Allora, nel meeting della “immensa certezza”, come permanere in un atteggiamento di domanda, quando la realtà sembra sorda al nostro interrogare e avara o finanche muta nelle risposte?
«Occorre vivere intensamente la realtà, ha risposto padre Trento, e affidare la vita a qualcuno che riconosci autorevole per te. Da solo altrimenti non ce la fai. Mi vengono in mente quelli che ho visto ogni giorno venendo qui in fiera, sotto il sole, a fare i parcheggiatori; sono contenti, li ho visti! Ma come fanno? Sono forse degli stupidi? No! E’ che si sono fidati di quello che è stato detto loro e hanno riconosciuto che c’è una positività per la loro vita anche facendo parcheggiare le macchine».
La seconda domanda si intreccia giocoforza con la prima: quando la realtà è dura si fa fatica. Ma perché?
«Bisogna soffrire perché la verità non si cristallizzi in dottrina» risponde il missionario. Potrebbe essere un bell’aforisma, sciorinato ad effetto per colpire la platea. Ma chi ascolta conosce bene la storia di padre Aldo e sa che dietro ogni parola utilizzata c’è tutta una vita; le sue parole non sono semplici suoni, flatus vocis, ma raccontano un’esperienza.
Per questo motivo nessuno fiata e tutti aspettano che il sacerdote riprenda a parlare.
«Al culmine del mio esaurimento nervoso, quando la depressione mi avvinghiava già nella sua morsa, ricorda, l’unico che ha avuto il coraggio di abbracciarmi, quando tutti volevano spedirmi in clinica psichiatrica, è stato Giussani, che mi ha portato con sé quella famosa estate del 1988 (o ’89 non ricordo… ndr). Il suo però è stato un abbraccio “ontologico”, non appena l’abbraccio di un amico all’amico o del moroso alla morosa; è stato l’abbraccio, posso dirlo adesso, del Mistero alla mia vita».
«Quando sono arrivato in Paraguay, -perché, sapete, Giussani, alla fine di quell’estate lì mi disse: “Ora sono sicuro di te, puoi partire in missione!”- non c’era niente nella mia vita che fosse a posto, ed ero incazzato con Dio e la Madonna. Non che avessi dei dubbi, no, però incazzato lo ero, e tanto.
Tra le tante parole che mi sentivo dire ce n’era una in particolare che mi faceva girare le balle: attesa. Ci sono voluti dodici anni, anni nei quali non ho letteralmente chiuso occhio, rasentando la follia, per comprendere che l’attesa è il tempo di Dio. Non sarebbe spiegabile altrimenti quello che accade ad Asuncìon al San Rafael, oppure ai miei bambini della “casita”; bambini malati, abusati, stuprati, feriti nella carne e nello spirito, che non parlano, non sorridono…
Io vivo quotidianamente nella sofferenza, ho a che fare ogni giorno con il dolore e la morte, a volte è quasi impossibile sopportarlo, ti lacera dentro. Eppure il dolore e la fatica sono la condizione perché la vita, la verità non diventino un discorso, una teoria.
Ma noi abbiamo paura di soffrire. Perché abbiamo paura di soffrire? Perché non vogliamo amare, perché più ami più soffri non c’è niente da fare. E più cresci nel tuo rapporto con Cristo, più impari la sua sensibilità. Quando Dio ti chiede di essere testimone di Lui nel mondo, ti fa entrare nel Getsemani: Gesù risorto si mostra con le sue piaghe, vi ricordate dell’episodio di Tommaso?
Si può essere “funzionari” di Cristo, ma se Lui non è la ragione della vita tu non soffri. Voler eliminare il dolore significa voler eliminare l’io, la possibilità di dire veramente io.
Ad un sacerdote che si è fatto mandare in missione fuori dall’Italia perché si era innamorato di una donna e volevo dimenticarla ho detto: Cretino! Perché vuoi dimenticare? Per eliminare la ferita e diventare un borghese! Devi imparare ad amare da uomo e lei, questa donna, c’è per farti amare ancora di più la tua vocazione sacerdotale e Cristo. Cari amici, in tutto quello che vi ho detto c’è una cosa fondamentale senza la quale sarebbe impossibile reggere: occorrono degli amici che ci abbraccino, perché loro sono il segno più potente della tenerezza di Dio per me. Dio, che prima ancora che mia madre mi concepisse ha pronunciato il mio nome, mi raggiunge ora grazie al volto di Carròn, Cleuza e Marcos. La malattia, la disperazione, si sconfigge solo se c’è qualcuno che ti abbraccia».
Padre Aldo finisce di parlare, posa il microfono e si asciuga la fronte madida di sudore con un fazzoletto. Nessuno si muove: sono tutti con gli occhi sgranati di fronte a lui. All’improvviso risuona la canzone che annuncia l’apertura dei padiglioni della fiera al pubblico e che ha accompagnato i visitatori per tutta la settimana; “Al final de este viaje en la vida” che in una strofa recita: “quedamos los que puedan sonreìr en medio de la muerte, en plena luz”: siamo quelli che possono sorridere in mezzo alla morte, in pieno giorno. Udire queste parole adesso dopo aver ascoltato la testimonianza di padre Aldo sembra l’avverarsi di una profezia: davvero l’esistenza è una immensa certezza! 


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