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lunedì 26 maggio 2014

Dante si lasciava "sconvolgere", l'opposto della nostra apatia

Cécile Le Lay è una giovane docente di lingua, letteratura e cultura italiana all’Università di Lione appassionatissima in particolare del nostro Dante Alighieri. La scelta fatta alle scuole medie di studiare l’italiano e l’incontro, molti anni dopo qui in Italia, con alcune grandi personalità che le hanno fatto intravedere come la letteratura potesse coinvolgere tutta la vita, ne hanno segnato in modo indelebile la vocazione umana e professionale. Il suo lavoro oggi è tentare di trasmettere a generazioni di giovani studenti in Francia la stessa passione che ha coinvolto lei per prima tanti anni fa. L’abbiamo incontrata a Catania dove è venuta per partecipare ad un seminario svoltosi presso il nostro Ateneo e per incontrare alcuni studenti del Liceo Spedalieri.

Professoressa, un uomo, un poeta italiano vissuto oltre settecento anni fa ha ancora qualcosa da dire a noi moderni?
«Io credo proprio di sì. Dante è uno che si lascia “sconvolgere”, non rimane indifferente alla realtà che lo circonda. Noi invece siamo diventati apatici, un po’ cinici, spesso in balia di qualcosa che non sappiamo nemmeno definire. Lui invece porta con sé e riesce a comunicare una ricchezza di esperienza che nessuno dei suoi contemporanei possiede, senza censurare nulla, senza dimenticare le oscurità, senza mettere da parte nemmeno un aspetto del reale. Nella Divina Commedia tante domande, tante difficoltà, tanti drammi sono messi davanti agli occhi del lettore e affrontati dal protagonista con la certezza che è possibile percorrere una strada e che questa strada porta verso una meta sicura. Direi che in questo senso Dante è più moderno di noi moderni».

C’è un aspetto, secondo lei, che colpisce maggiormente i giovani nel leggere Dante?
«La tematica dell’amore in Dante è talmente appassionante che non può, credo, non coinvolgere anche i giovani di oggi sia all’università sia, come ho avuto modo di sperimentare, al liceo. Quello che mi preme sottolineare però è che l’amore in Dante non si riduce ad una passione irrazionale, quella passione che, a giudizio di tanta critica, ha condannato all’Inferno Paolo e Francesca. A mio avviso invece la condanna dei due amanti è avvenuta in forza di un libero assenso della loro volontà e non appena a causa di una passione tumultuosa e inarrestabile. Dante cerca di farci fare un percorso di comprensione attraverso la nostra ragione, non cerca banalmente di sedurci attraverso una immedesimazione sentimentale».

Dante è il poeta cristiano per eccellenza e lei lo insegna nella “laicissima” Francia. Questo non le ha creato qualche problema?

«In Francia scontiamo una pesante eredità anticristiana e parlare di certi temi a volte non è facile. Secondo altri aspetti però questa difficoltà è positiva perché obbliga ad essere più veri, a non dare nulla per scontato e ad andare verso l’essenziale: ai ragazzi non puoi fare un discorso sulla religione, lo rifiuterebbero, e a ragione mi verrebbe da dire. È fondamentale ancora una volta l’insegnamento di Dante: la luce cristiana che penetra la sua opera non è un cristianesimo ridotto a meri valori da salvaguardare, l’intera Divina Commedia imploderebbe su se stessa se fosse un discorso sui valori. Il mio connazionale Fabrice Hadjadj usava un’immagine efficace per descrivere i valori cristiani: sono come una bellissima rosa posta dentro un vaso in mezzo ad una stanza. All’inizio rallegrerà l’ambiente e spanderà un buon profumo, ma alla lunga marcirà diffondendo un cattivo odore. Ecco, i valori cristiani senza Cristo sono come quella rosa staccata dalle sue radici. È indispensabile, secondo me, che l’uomo di oggi recuperi una tensione ideale verso qualcosa che può irrompere nella nostra esperienza quotidiana con una potenza, direi, sovversiva. In questo senso Dante è un grandissimo educatore, nel senso etimologico del termine, uno che conduce, che fa un cammino insieme a te perché era uno che prendeva sul serio tutta la sua umanità, senza censurare nulla. E si capisce perché qualcuno possa appassionarsi a lui talmente tanto da dedicargli la vita».


Pubblicato su La Sicilia lunedì 19 Maggio 2014

venerdì 18 aprile 2014

Barabba, il carcerato che incontra Cristo ma rimane scettico

[foto D. Anastasi]
Per la quinta volta nell’arco di due anni la casa circondariale di piazza Lanza si trasforma in un palcoscenico nel quale i detenuti diventano attori, costumisti  e spettatori privilegiati.  E dopo l’opera teatrale di Sartre, rappresentata lo scorso gennaio, ad andare in scena questa volta è stato il “Barabba”, capolavoro dello scrittore e premio Nobel svedese Pär Lagerkvist, uno scritto che racconta, grazie alla possente vis creativa del suo autore, le vicende successive alla morte di Cristo occorse al malfattore che la folla dei giudei di Gerusalemme ha voluto a gran voce libero proprio al posto di Gesù. L’incontro con il Nazareno nella vita di Barabba, seppur per un breve istante, ha fatto irruzione in modo del tutto imprevisto e segnerà intensamente la sua vita: egli avrò sempre la percezione confusa di aver fatto un incontro eccezionale, però non riuscirà mai a dare un nome a questa Presenza non comprendendo quindi fino in fondo il senso più vero di quell’incontro. Il suo imbattersi poi durante le sue peripezie in Pietro e nei discepoli e in altri personaggi come la Leporina o lo schiavo frigio Sahak, gli ricorderanno ancora una volta il volto di quell’Uomo che lo ha salvato dalla croce ma egli anche allora non comprende rimanendo pervicacemente ancorato alla sua solitudine e alla sua ambiguità. Si tratta di un testo assai complesso nato come romanzo e che dunque ha dovuto essere ridotto e adattato alla forma teatrale. Un progetto questo che è riuscito a concretizzarsi grazie anche all’eccellente collaborazione con la direzione del carcere, nella persona della dottoressa Elisabetta Zito e del comandante della polizia penitenziaria, Salvatore Tramontana. A guidare i detenuti-attori nella realizzazione di questo dramma per mezzo del laboratorio espressivo-teatrale è stato ancora una volta Alfio Pennisi, preside del liceo Spedalieri, e tutti i volontari della cappellania in sinergia con gli educatori ed i professori che operano all’interno del carcere catanese. Giovanna Pappalardo, una delle volontarie, insieme alle detenute, ha curato meticolosamente la realizzazione dei costumi di scena che gli attori hanno poi indossato durante la rappresentazione. Si tratta ovviamente di attori non professionisti ma la grandissima attenzione e il clima di grande silenzio da parte  dei detenuti che affollavano le panche della cappella del carcere, prestata per l’occasione a divenire il palcoscenico della rappresentazione, hanno testimoniato il grande impegno e la dedizione che i detenuti-attori hanno messo in questo lavoro e che per molti è stata la grande occasione di scoprire talenti nascosti di cui non sospettavano l’esistenza.  Nell’intero arco della giornata si sono svolte tre repliche, due alla mattina, per consentire a tutti i detenuti di partecipare, e una al pomeriggio riservata esclusivamente ai familiari degli attori. È questo forse il momento più intenso ed emozionante perché attori e pubblico sono profondamente uniti gli uni agli altri e così il dramma che tocca Barabba pare diventare il dramma di ciascuno di noi: imbattersi nell’evento eccezionale del Dio fatto uomo, subirne tutto il fascino, ma rimanere ultimamente ai margini senza comprendere davvero quello che ci è accaduto. Eppure la messa in scena di questo spettacolo nel cuore della Settimana Santa, nell’imminenza delle festività pasquali vuole forse ricordare ad ognuno che, come ha ricordato il Papa, «non è la stessa cosa aver conosciuto Gesù o non conoscerlo, [perché] sappiamo bene che la vita con Gesù diventa molto più piena e che con Lui è più facile trovare il senso di ogni cosa». Un episodio contribuisce ad avvalorare e a dare ancora più consistenza a queste parole: la mattina della rappresentazione viene comunicato all’attrice che impersonava la Leporina  che le sono stati concessi i domiciliari. Lei però ha deciso di rimanere in carcere  qualche ora in più per poter recitare nel pomeriggio davanti ai suoi familiari.

Pubblicato su La Sicilia giovedì 17 Aprile 2014

mercoledì 16 aprile 2014

Wojtyla e Roncalli santi, evento mediatico in 3D

Tre milioni di persone, in pratica l’equivalente degli abitanti di Roma, sono attese il 27 aprile in piazza S. Pietro e nelle zone limitrofe per assistere alla canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, i due papi che hanno segnato la storia della Chiesa e del mondo. Un numero impressionante certo, ma irrisorio se paragonato alle decine di milioni di persone che, pur non essendo fisicamente presenti a Roma, vorranno partecipare a quest’ avvenimento così importante. Chi si occuperà di portare Roma al mondo intero domenica 27 aprile sarà il Centro Televisivo Vaticano che ormai da molti mesi è all’opera per organizzare e gestire dal punto di vista mediatico l’evento dell’anno. A guidare tutte le operazioni c’è Mons. Dario Edoardo Viganò, direttore del CTV, al quale abbiamo chiesto di raccontare in che modo lui ed i suoi collaboratori si stanno preparando ad affrontare questa sfida appassionante.

Mons. Viganò da quanto tempo state lavorando alla gestione mediatica delle canonizzazioni del prossimo 27 aprile?
«Nell’ottobre dello scorso anno abbiamo dato forma alla nostra idea e abbiamo individuato alcuni partner tecnologici a cui avremmo potuto presentare il progetto. Dopo un paio di mesi in cui ci sono stati alcuni briefing preparatori in cui abbiamo messo meglio a fuoco i dettagli, a dicembre abbiamo organizzato un meeting al quale sono stati invitati i partner tecnologici che avevamo scelto e abbiamo fissato un piano di lavoro con scadenze ben precise. Giusto in questi giorni abbiamo una serie di incontri, molto ravvicinati nel tempo, per mettere a punto gli ultimi particolari tecnici».

Che ruolo ha svolto in passato la televisione nel comunicare gli eventi ecclesiastici?
«La televisione, che ha raccontato per la prima volta il Vaticano II, ha permesso di far comprendere che la Chiesa è un insieme di diversità e raggruppa, tenendole insieme, persone che provengono da mondi affatto diversi. La cattolicità, cioè l’universalità della Chiesa, un concetto relegato fino ad allora alla sfera teologica, è stata resa manifesta grazie alla televisione che ha mostrato al mondo i volti, i colori della pelle e gli abiti dei tanti vescovi che partecipavano al Concilio».

E oggi quali sono le principali novità che verranno introdotte considerando che non è la prima volta che il CTV gestisce la comunicazione di un grosso evento mediatico riguardante la vita della Chiesa?
«Ci saranno tre segnali di produzione, tutti e tre prodotti dal CTV, in tre formati differenti. Avremo l’ HD, che è il nostro formato tradizionale, il 3D e poi anche  l’ultra HD o 4K. Il motivo per cui abbiamo scelto di differenziare in questo modo i segnali risponde ad una diversa modalità di comunicare l’evento delle canonizzazioni: il “classico” HD è quello usato nel circuito internazionale e trasmesso da tutte le televisioni del mondo. Ho scelto invece la tecnologia 3D pensando alle moltissime persone che magari vorrebbero essere presenti ma che di fatto, soprattutto in questo momento di crisi in cui diventa problematico affrontare spese di viaggio e soggiorno a Roma, non potranno esserci. Il 3D allora è stato pensato non come curiosità tecnologica, ma per consentire a coloro i quali possiedono una smart TV di percepirsi “dentro”, come se fossero in mezzo alla gente in piazza S. Pietro e dunque di vivere una fruizione totalmente immersiva dell’evento. Il 4K è un formato che ancora non può essere distribuito in Italia ma è stato scelto per soddisfare una delle mission del CTV che è quella della documentazione. Questo formato infatti potrà essere molto utile tra qualche anno agli storici per le loro ricerche presso gli archivi audiovisivi che presto affiancheranno le biblioteche cartacee, anzi dirò che una delle nuove frontiere della ricerca storica sarà proprio la “visual history”».

A proposito del 3D quale potrebbe essere, secondo lei, il valore aggiunto di questa tecnologia in un evento ecclesiale di così grande portata?
 «Abbiamo pensato di distribuire il segnale 3D, oltre alle case che dispongono di TV adatte, anche nei cinema che supportano la tecnologia a tre dimensioni. In questo senso fino ad oggi ci è pervenuta la richiesta da oltre venti paesi, dall’America all’Australia, di poter distribuire il segnale in oltre 600 sale cinematografiche del mondo. Ecco allora che il valore aggiunto del 3D appare evidente perché un grandissimo numero di persone potrà “vivere” l’avvenimento di piazza S. Pietro come se si trovasse realmente lì. In questo senso abbiamo scelto accuratamente dopo tre sopralluoghi la dislocazione delle 13 telecamere in 3D, oltre a quelle in HD e 4K, in modo tale da enfatizzare al massimo l’effetto tridimensionale rispettando comunque le esigenze della celebrazione liturgica».

Lei personalmente come sta vivendo l’attesa del 27 aprile?
«Beh diciamo con grande fatica perché questi incontri preparatori sono stati e sono molto complessi; con grande senso di sfida perché un evento del genere, di portata mondiale, non è mai stato realizzato in questo modo, basti pensare al fatto che verranno utilizzati ben nove satelliti mentre per le olimpiadi invernali di Sochi ne sono stati usati solo quattro; ma anche con grande tranquillità perché so di poter contare sull’intero staff del CTV che è costituito davvero da professionisti straordinari».


Pubblicato su La Sicilia mercoledì 16 Aprile 2014






giovedì 10 aprile 2014

Violini: "Sentenza demolitiva"

Nel decimo anno dall’entrata in vigore della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita un pronunciamento della Corte Costituzionale rischia seriamente di far naufragare un provvedimento che, sin dalla sua promulgazione, ha suscitato una miriade di polemiche tra coloro che vedevano in esso una sorta di argine al “far west” procreativo e coloro che invece vi ravvisavano una violazione dei diritti delle singole persone alla propria autodeterminazione. La Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale degli articoli della legge riguardanti la fecondazione eterologa che consiste nella possibilità di ricorrere a gameti “esterni” alla coppia se uno dei due partner è sterile. Abbiamo chiesto a Lorenza Violini, ordinario di Diritto Costituzionale all’Università degli Studi di Milano, che si è trovata a Catania per partecipare ad un seminario su “Europa dei diritti e della persona” organizzato dal Camplus d’Aragona, un giudizio su questa decisione della Corte Costituzionale.
Professoressa qual è la sua opinione sulla sentenza della Consulta?
«Mi sembra una sentenza molto particolare perché compie una valutazione sostanziale di alcuni articoli cardine della legge che invece a mio avviso avevano una loro razionalità. Si tratta tra l’altro di una sentenza demolitiva in quanto dichiarando incostituzionali sia l’articolo 4, sia il 9 che il 12 è come se estirpasse dalla legge tutto il divieto fino alle radici lasciando campo libero alle scelte dei singoli e dei medici e non definisce ad esempio se la donazione dei gameti deve essere gratuita o a pagamento. Non chiarisce inoltre le posizioni giuridiche del donatore rispetto al figlio e le posizioni giuridiche del padre rispetto al figlio il quale, non essendo “geneticamente” suo, può essere disconosciuto, cosa che l’articolo 9 comma 1 della legge invece proibiva. Tutto questo devo dire mi sembra un risultato abbastanza sconcertante».
Secondo lei ci troviamo di fronte ad un mutamento del concetto di madre in forza dell’arbitrio del legislatore?
«A questo punto credo di sì. Abbiamo modificato la legge e quindi abbiamo modificato un elemento sostanziale che è proprio il concetto di madre. Anche questo è un elemento sorprendente perché di norma succede il contrario: non è l’elemento giuridico a cambiare la sostanza, ma è la sostanza che cambia l’elemento giuridico. Siamo di fronte a fenomeni la cui portata in questo momento ci è oscura ed anche le conseguenze giuridiche e sociali per il momento restano oscure. Io auspico davvero che si apra un confronto forte proprio sulla sostanza delle cose, sul senso della maternità e della paternità».
Oggi manca un confronto serio a suo giudizio?
«Ne sono convinta. Oggi si stanno eliminando tute quelle barriere che l’ordinamento ha introdotto perché le ha giudicate razionali all’interno sempre di limiti naturali ma sugli effetti di questa eliminazione invece non si ragiona, non c’è un confronto semplice, serio, senza pregiudizi. Si operano, ancora una volta, interventi giurisprudenziali che agiscono palesemente sul senso della norma. Sono scelte unilaterali, che dovrebbero essere applicate al caso singolo ed invece hanno un riverbero importante sulla generalità. Questo, ancora una volta, è un fenomeno che deve far riflettere perché ultimamente ogni giudice può diventare l’arbitro della legge. Si fa presto ad abolire i limiti, ma ricostruirli poi a fronte di questioni che nel tempo dovessero emergere diventa davvero molto più complicato».
I detrattori della legge 40 affermano che le norme devono evitare di porre limiti alla libertà personale…
«Una posizione che in effetti oggi è vincente perché, secondo me, va a pescare in quella naturale ed infinita tendenza che l’uomo ha di essere felice.Ma questo desiderio infinito dell’uomo però non può coincidere con l’illimitatezza delle sue pretese, né tantomeno la legge può diventare lo strumento per rispondere a questa infinitezza de desiderio. Sono questioni che impegneranno seriamente non solo noi giuristi ma anche la società nella sua interezza.


Pubblicato su La Sicilia giovedì 10 Aprile 2014




martedì 25 marzo 2014

Davanti alla bellezza siamo tutti uniti

La professoressa Wakako Saito, buddista di tradizione Shingon Mikkyo e docente di lingua e cultura italiana all’università di Nagoya, mai avrebbe potuto immaginare che ciò che le è accaduto nel lontano 1987 l’avrebbe un giorno portata a Catania a raccontare la sua storia. Ad ascoltarla e interrogarla c’è un nutrito gruppo di studenti del liceo Spedalieri. Con loro la prof giapponese dialoga sulle questioni più importanti della vita come il senso del dolore e della morte, la ricerca della felicità e l’apertura al Mistero.

Professoressa com’è nato questo forte legame d’amicizia con l’Italia?
«Durante la Settimana italiana del centro internazionale del Comune di Nagoya, dovevo organizzare una conferenza proprio sull’Italia e mi domandavo quale sarebbe stato l’elemento peculiare su cui incentrare la discussione. La cucina? Ma la cucina italiana è nota, la pizza, gli spaghetti li facciamo anche noi giapponesi anche se voi siete insuperabili. La moda forse? Ma neanche quella mi sembrava soddisfacente perché desideravo parlare di qualcosa che esprimesse la radice più profonda della cultura italiana. Ho pensato allora che questa fosse da ricercarsi nel cristianesimo, perché è proprio il cristianesimo che ha creato la cultura dell’Italia. Una mia amica italiana allora mi ha suggerito di invitare un certo mons. Luigi Giussani, che insegnava all’Università Cattolica di Milano, a parlare del cristianesimo. Io l’ho invitato ma non consideravo certo che sarebbe venuto: troppo impegnato con i suoi giovani, troppo lontano il Giappone, pensavo… E invece ha accettato! Da quel giorno è nata una grande amicizia con i monaci buddisti del monte Koya ed in particolare con Shodo Habukawa il mio maestro».

Un’amicizia che l’ha condotta fin qui a Catania…
«Sì, non avrei mai immaginato che un giorno sarei venuta dal Giappone in Sicilia, a Catania e avrei visto così tante cose belle e incontrato così tanti giovani. Non l’ho progettato, ma il Mistero, grazie al quale tutto accade nella mia vita, mi ha portato sino a qui».

Lei usa questa parola Mistero. Ma cos’è il Mistero per la tradizione buddista?
«Nel Buddismo esistono tante divinità diverse tramite le quali possiamo incontrare il Mistero. Inoltre, secondo la nostra tradizione, la contemplazione della ricchezza e della bellezza della natura ci consente di abbracciare sempre più il Mistero».

Due questioni che spesso vengono avvertite in modo più evidente dai giovani riguardano il senso del dolore e la ricerca della felicità. Noi occidentali pensiamo che per il Buddismo la felicità implichi una fuga dalla realtà. È davvero così?
«Nient’affatto! Il Buddismo non è una religione che contempla la fuga dalla realtà, noi buddisti accettiamo la vita con le sue difficoltà, le sue sofferenze e siamo anche noi alla ricerca della felicità come voi cristiani. I giapponesi per cultura ed educazione sono abituati a non manifestare esternamente i propri sentimenti, ma sono molto sensibili al dolore e alla morte. Quando c’è stato il grande terremoto del 2011 con quello tsunami terribile io mi trovavo in Italia ed ho pianto moltissimo al vedere quelle scene spaventose di morte e devastazione. I miei amici italiani mi hanno subito chiamato per confortarmi e mi hanno domandato cosa potevano fare per aiutarmi. Ricordo che abbiamo fatto un momento di preghiera in una scuola con i bambini, i quali hanno poi realizzato dei disegni da donare ai bimbi giapponesi, si è pregato per il Giappone nel duomo di Milano. Ma per noi buddisti oltre alla preghiera è importante l’azione: tornata in Giappone ho chiesto ai miei studenti la disponibilità ad organizzare opere caritative per sostenere le persone che avevano perso tutto. Questa è una cosa che ho imparato dal metodo cristiano!».

Cosa la colpisce maggiormente della tradizione cristiana?
«Approfondendo la vostra cultura mi sono accorta di quante affinità ci siano con la cultura e la tradizione giapponese: i monaci cristiani hanno creato la cultura italiana così come i monaci buddisti hanno creato la cultura giapponese. Il fondatore del Buddismo Shingon Mikkyo, quello più diffuso in Giappone, è stato il monaco Kobo Daishi vissuto tra l’VIII ed il IX secolo dopo Cristo, il quale si è stanziato sul monte Koya, una sorta di Terra Santa giapponese, ed ha fondato un’università per i più poveri. Gli anni trascorsi in Italia mi hanno fatto capire inoltre cos’è l’ecumenismo: non una tolleranza astratta secondo la quale, se ti vedo diverso da me, per venirti incontro devo modificare qualcosa di me così diventiamo amici. Assolutamente no! Per diventare amici con persone che sono diverse da me per lingua, tradizioni e religione, innanzitutto devo capire meglio chi sono io. Chi sono io come giapponese? Chi sono io come buddista? Ecco, ciascuno di noi deve scendere più nella profondità della sua esperienza personale e delle sue radici culturali e religiose. Venendo in Italia ho potuto vedere dovunque la bellezza del cristianesimo e questo mi ha aiutato moltissimo ad andare più in profondità nella mia esperienza buddista. Non a caso ai miei studenti di cultura italiana faccio leggere Dante Alighieri: lì si esprime tutta la bellezza del cristianesimo. Non dimenticatevi di questa bellezza, perché davanti alla bellezza siamo tutti uniti».


Pubblicato su La Sicilia venerdì 21 Marzo 2014


sabato 15 marzo 2014

La storia di Valentina, la 194 e la legge 40. Se la polemica nasconde il vero dramma:l'aborto

Qualche giorno fa il Comitato europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d’Europa ha bacchettato l’Italia per violazione dei diritti derivanti dalla legge 194. Troppi medici obiettori, sentenzia il Consiglio d’Europa, impediscono alle donne che vogliono interrompere la gravidanza di non poter esercitare i diritti concessi loro dalla legge. Sempre nei giorni scorsi, quasi in contemporanea, è saltata fuori la storia della giovane donna di 28 anni che ha abortito in un bagno dell’ospedale Sandro Pertini di Roma e che ha riacceso le polemiche tra quanti difendono la liceità dell’aborto trincerandosi dietro la legge 194 e quanti invece sostengono con forza la possibilità di esercitare l’obiezione di coscienza. La vicenda in particolare è però un po’ più complessa di quel che appare e riguarda anche il dibattito intorno alla legge 40 sulla fecondazione assistita su cui in questi mesi sono stati sollevati dubbi di costituzionalità. La storia risale alla fine di ottobre del 2010, quasi quattro anni fa: Valentina Magnanti risulta portatrice sana di una “traslocazione reciproca bilanciata tra il braccio corto di un cromosoma 3 ed il braccio lungo di un cromosoma 5”, una grave malattia genetica, ma è fertile e dunque non può avvalersi della legge 40 la quale in questi casi garantirebbe anche la diagnosi pre-impianto che, com’è noto, implica la selezione degli embrioni con conseguente eliminazione di quelli malati a favore di quelli sani che possono così essere impiantati nell’utero materno. Il suo desiderio di maternità è però molto forte e alla fine arriva la gravidanza tanto desiderata. Ben presto però si scopre, attraverso una “villocentesi per lo studio del cariotipo fetale”, che la piccola nel grembo di Valentina è affetta da una gravissima malattia genetica che le lascerebbe poche settimane, se non addirittura pochi giorni di vita. La donna, d’accordo con il marito, decide di porre fine alla gravidanza giunta al quinto mese e si ricovera al “Sandro Pertini”. E qui accade l’episodio che in questi giorni ha scatenato su giornali, web e tv, una ridda di polemiche, indignazioni, prese di posizione: Valentina, racconta lei stessa, nel momento di maggior necessità, quando ormai le erano state indotte le contrazioni per il parto, viene abbandonata e, dopo quindici ore è costretta a partorire il feto morto nel bagno dell’ospedale assistita solo dal marito. Dopo questa esperienza drammatica i due coniugi decidono di intraprendere la via della fecondazione assistita con la diagnosi pre-impianto, ma non essendo sterili non possono accedervi. Si rivolgono allora al tribunale di Roma assistiti dagli avvocati Filomena Gallo e Angelo Calandrini, segretario e membro dell’Associazione Luca Coscioni. Il tribunale di Roma il 28 febbraio scorso ha emesso un’ordinanza nella quale solleva dubbi di legittimità costituzionale della legge 40 con le motivazioni che è “diritto della coppia avere un figlio sano” e che il diritto di “autodeterminazione nelle scelte procreative è inviolabile e costituzionalmente tutelato”. La parola adesso spetta alla Consulta che dovrà pronunciarsi nel merito l’otto aprile prossimo. Tutta la vicenda è stata resa nota lunedì scorso durante una conferenza stampa dell’Associazione Coscioni dalla stessa Magnanti. Fin qui i fatti. Ma a parte i dubbi che solleva la tempistica ad orologeria con cui la notizia è stata diffusa dopo quasi quattro anni dagli eventi e che sembra voler infliggere un altro colpo alla legge 40 che, sentenza dopo sentenza, la magistratura sta demolendo in barba alla sovranità del Parlamento che quella legge l’aveva legittimamente votata, oltre al fatto che le dichiarazioni della donna contrastano nettamente con quelle della Asl di Roma, questa è una storia che deve far riflettere, che non può non far emergere grandi interrogativi. Nella relazione degli avvocati Gallo e Calandrini pubblicata online sul Sole24ore in un passaggio si legge che «la coppia era costretta ad interrompere volontariamente la gravidanza». Perché “costretta”? Perché un padre e una madre devono essere costretti a sopprimere la vita di un figlio? In nome di cosa? È sufficiente rispondere “perché la legge lo consente”? L’aborto è diventato un dogma della modernità, intoccabile, immutabile, indiscutibile. Un dio spietato al quale offrire la nostra illimitata pretesa di autodeterminazione, complice anche la nostra idea distorta e mostruosamente darwiniana per cui merita di vivere solo colui che è sano e senza difetto; un’idea orrenda ed egoista di pietas che esige la soppressione del figlio per risparmiargli la sofferenza di una vita penosa e indegna, quando in fondo è la nostra di sofferenza che vogliamo risparmiarci; la nostra pretesa (assurda) del diritto al figlio, di essere padri e madri solo a determinate condizioni, come se migliaia di anni di storia umana non ci avessero insegnato che ogni persona è irriducibile a qualsiasi pretesa di dominio, fosse anche quella dei nostri genitori che ci vogliono sani e belli. Non che questo desiderio non sia legittimo, ci mancherebbe! Ma è proprio questa confusione tra desiderio e pretesa che ha prodotto nel tempo immani disastri. L’aborto è il frutto anche di una profonda solitudine in cui la donna incinta si trova immersa, un ambiente ostile (quello sanitario in primis) che al minimo problema, anziché condividere il dramma e la difficoltà, aiutando la donna a prendere coscienza che ciò che porta nel grembo non è un’escrescenza patologica, ma suo figlio,  preferisce spingerla verso l’interruzione della gravidanza. Questo è quello che ha vissuto Valentina, questo è quello che hanno vissuto migliaia di donne. Siamo realmente convinti che la 194 ci ha portato progresso, benessere e civiltà? Oppure che la fecondazione artificiale o la diagnosi pre-impianto, invasive oltre ogni immaginazione, siano la panacea di tutti i mali? Sono domande che una società che vuol davvero chiamarsi civile non può non farsi.


martedì 11 marzo 2014

Giovanni XXIII spiegato ai bambini

Il nome di Giovanni XXIII è legato spesso a quello di scuole e ospedali, è entrato nella toponomastica cittadina a denominare vie e piazze, ma i più giovani (e forse anche qualche adulto) probabilmente non sarebbero in grado di associare un volto a questo nome. E in effetti coloro che c’erano già al tempo di papa Giovanni oggi sono padri e madri, forse perfino nonni. Eppure Giovanni XXIII, il Papa buono, è stato a suo modo un rivoluzionario, è stato colui che ha indetto il Concilio Vaticano II inaugurando una stagione entusiasmante per la vita della Chiesa. Tra poco più di un mese questo gigante della fede sarà proclamato Santo, assieme all’altro suo grande successore Giovanni Paolo II. È bene allora che anche ai più piccini si racconti la storia di papa Giovanni, che proprio per loro aveva una speciale predilezione. A questo proposito è stato recentemente pubblicato un testo a cura di Marco Pappalardo, “Giovanni XXIII” (Il pozzo di Giacobbe, 2014), nel quale viene narrata la storia del Papa buono, un testo scritto apposta per i più piccoli, i quali possono così accostarsi con semplicità alle storia di questo santo straordinario. Grazie anche ad un apparato di illustrazioni molto ben curato, si racconta infatti la vicenda di don Angelo Roncalli, un parroco di umili origini proveniente da un paesino della provincia di Bergamo che è divenuto successore di S. Pietro. Giovanni XXIII, nel suo pur breve pontificato, è riuscito a conquistare l’affetto di tantissime persone, dentro e fuori la Chiesa, divenendo in brevissimo tempo uno dei papi più amati dei nostri tempi.


Pubblicato su La Sicilia sabato 8 Marzo 2014