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domenica 11 settembre 2011

Lo stile come disciplina di vita

La parola stile ricorre frequentemente nei discorsi di tutti i giorni: ci si riferisce ad essa quando si parla di un certo edificio, oppure per collocare in un determinato periodo storico un’opera letteraria, o ancora per indicare un modo di vestire nel quale il termine stesso può divenire un giudizio di valore su una persona, ecc… Ma a ben riflettere il concetto di stile è quanto di più aleatorio e sfuggente ci possa essere poiché esso si rifiuta di essere inscritto nei limiti angusti di una definizione univoca. A partire proprio dalla molteplicità dei significati che tale termine può assumere, sei persone, «non legate tra loro né da discipline né da altri misteriosi elementi […] che non siano la stima e l’amicizia», ciascuna affrontando la questione dalla prospettiva peculiare del proprio campo di ricerca (architettonico, urbanistico, filosofico e letterario), si sono cimentate nel tentativo, definito da loro stesse “ambizioso ed umile”, di trovare una teoria generale dello stile. Ha visto la luce così un interessante volume intitolato “Singolarità e formularità. Saggi per una teoria generale dello stile”, che, fedele al precetto schopenhaueriano, condiviso dagli autori, secondo cui «la prima regola, e forse l’unica del buono stile è che si abbia qualcosa da dire», vuole mostrare come ogni sapere, anche il più specialistico, ha qualcosa da dire a studiosi di altre discipline pena lo smarrimento del senso di unitarietà del contesto in cui questo sapere agisce.


Pubblicato su La Sicilia giovedì 8 settembre 2011

sabato 3 settembre 2011

L'impegno cattolico nella società. Saggi su Alberto Monticone

L’impegno civile dei cattolici nella società è un tema di estremo interesse ritornato recentemente in auge anche grazie alle parole di Benedetto XVI che, durante il suo ultimo viaggio a Venezia lo scorso maggio, ha ricordato che oggi c’è “più che mai bisogno di vedere persone, soprattutto giovani, capaci di edificare una vita buona a favore e al servizio di tutti” sottolineando come “a questo impegno non possono sottrarsi i cristiani”. In questa direzione si muove il volume curato da Angelo Sindoni e Mario Tosti che raccoglie una serie di studi storici in onore di Alberto Monticone, insigne storico e personaggio di assoluto rilievo nel panorama culturale e politico odierno, il quale ha da sempre coltivato ampi interessi, dalla storia della Chiesa in età moderna e contemporanea, alla storia dell’associazionismo cattolico, passando per la storia militare italiana, fino agli studi sul fascismo, che lo hanno reso una figura di riferimento per numerosi storici. Il fil rouge che lega i vari saggi raccolti da Sindoni e Tosti, che amici ed allievi hanno voluto offrire a Monticone a coronamento di una lunga e feconda attività di studioso, è che la vita religiosa di ciascuno non può essere vissuta solamente nell’intimità della propria coscienza, ma deve costituire il banco di prova attraverso cui affrontare i nodi cruciali che la civiltà odierna pone innanzi quotidianamente.



Pubblicato su La Sicilia venerdì 2 settembre 2011

domenica 28 agosto 2011

A Rimini 35 giovani del Cairo. "Qui come piazza Tahir".

Dall'esperienza del Meeting Cairo lo scorso 28-29 ottobre, trentacinque ragazzi egiziani, cristiani e musulmani, sono giunti a Rimini per vedere da vicino cos’è il Meeting. Racconta Mohamed, per la prima volta nella città romagnola: «Ero curioso di vedere cosa fosse il Meeting di Rimini e desideroso di rivivere quello che, seppur in piccolo, mi ha colpito di più quando ho partecipato al Meeting del Cairo: la gioia che le persone provavano nello stare insieme». Gli fa eco Assal, anche lui per la prima volta a Rimini: «Quello che mi ha incuriosito di più è vedere due culture, quella egiziana e la vostra, entrare in rapporto tra di loro. Sono contento di essere qui ed è stupefacente lo sguardo che gli altri hanno su di me: l’amicizia instaurata con gli italiani mi ha fatto scoprire un modo nuovo di guardare alle persone. Io studio per diventare pilota di linea e non pensavo che, per esserlo, avrei dovuto fare le pulizie (tutti i ragazzi egiziani volontari al Meeting si occupano delle pulizie ndr), ma sono contento così, dice sorridendo». «Quello che mi ha sorpreso di più -riprende Mohamed- è stata l’armonia che c’è tra le persone che lavorano al Meeting, che è davvero immenso – e così dicendo traccia un ampio gesto con la mano-, e probabilmente questo è il segreto del suo successo. E – aggiunge- il più grande vantaggio, per me, è che io sono parte di questa armonia nella quale posso capire, comunicare, incontrare». Il presidente del Meeting del Cairo Tahani Al Gibali nel suo messaggio alla platea riminese ha ricordato di essere stata rimproverata quando aveva affermato di essere ottimista sul futuro dell’Egitto e su quello dei giovani egiziani. Mohamed e Assal sono totalmente d’accordo con lei: «Al Gibali ha ragione –afferma Mohamed-, gli egiziani, soprattutto i giovani, recentemente si sono aperti agli altri e hanno avuto la possibilità di sfruttare tanti canalie mezzi di comunicazione. Noi desideriamo un rapporto, una unione con le altre culture e le altre persone. Il successo del Meeting del Cairo, che ci ha portato qui a Rimini per approfondire questa amicizia, è la prova che non è una follia essere ottimisti in Egitto oggi». Il “new deal” egiziano ha bisogno della cooperazione di tutti, cristiani e musulmani, ha detto proprio a Rimini il vescovo copto-ortodosso Armiah e Mohamed e Assal concordano con questa affermazione: «Io ho iniziato a lavorare insieme ad un mio amico cristiano, -ricorda Mohamed-, e il venerdì andavo con lui in chiesa a pregare e poi andavo in moschea. Penso di essere stato fortunato perché mia madre, che è musulmana, prega per me, e la mamma del mio amico, che è cristiana, prega pure per me». «Gli egiziani sono come un corpo unico, –dice Assal- non c’è una contrapposizione tra cristiani e musulmani come spesso viene fatto credere e la rivoluzione di piazza Tahrir credo che abbia dimostrato proprio che quando in gioco c’era la libertà dell’Egitto, le differenze sono immediatamente scomparse: «La religione è di Dio e la Patria è di tutti», dice Assal citando un antico detto popolare». «Non vediamo l’ora di tornare a casa per raccontare a tutti ciò che di bello abbiamo visto in questi giorni – dicono alla fine quasi in coro i due ragazzi-, -se ci mancherà qualcosa?- Sì, il vostro caffè espresso: è straordinario!   


Pubblicato su La Sicilia venerdì 26 Agosto 2011

martedì 16 agosto 2011

Londra. L'educazione sotto scacco

Gaetano e Angela vivono da molti anni nel Regno Unito. Entrambi catanesi, dopo essersi sposati hanno vissuto alcuni anni negli Stati Uniti prima di trasferirsi a Eltham, un comune di "South London" nel distretto amministrativo di Greenwich. «In questa zona -racconta Gaetano - l'onda lunga della protesta è arrivata la notte di lunedì 8 agosto, spostandosi progressivamente dal nord di Londra dove tutto ha avuto inizio sabato sera. Ma a parte qualche rissa, documentata dalla Bbc, e qualche vetrina spaccata non è accaduto nulla di eclatante. La situazione è cambiata però il martedì mattina quando i residenti di Eltham hanno deciso di scendere in piazza per difendere i negozi, le strade ed il quartiere dalla guerriglia, dando vita di fatto a delle ronde cittadine. Il motivo per cui la protesta è nata ha lasciato quasi subito spazio ad una mera contrapposizione tra bianchi e neri, anche perché il quartiere è noto per alcuni episodi di intolleranza razziale (molti abitanti appartengono al partito di estrema destra "English Defense League") e per la presenza di numerosi "hooligans" tifosi della squadra di calcio del Millwall che milita nella Football League Championship (corrispondente alla nostra serie B)». Attraversando Londra per andare a lavoro Gaetano e Angela hanno visto tanti negozi distrutti, ma in mezzo a tanta desolazione sono stati testimoni della solidarietà di tante persone che si sono prodigate per contribuire a rimettere un po' a posto le cose, anche armati di scope e palette. «Abbiamo saputo - interviene Angela -che molti si sono impegnati, attraverso offerte in denaro, ad aiutare coloro che, a causa delle rivolte, avevano perso la loro casa o la loro attività. Per la prima volta da quando viviamo nel Regno Unito abbiamo sentito dire dai media e dalle persone con cui abbiamo parlato che forse si è commesso un errore nell'educazione dei giovani; si è insistito troppo sul politically correct ma si è arrivati alla fine ad una deresponsabilizzazione di questi ultimi, delegittimando in un certo senso il ruolo dei genitori e, di conseguenza, dell'autorità». «In quanto immigrati - aggiunge Gaetano - viviamo i fatti che accadono in questi giorni un po' dall'esterno, però abbiamo sempre visto il Regno Unito come una terra piena di opportunità e ci viene difficile capire i giovani inglesi che affermano il contrario e si rivoltano contro il governo e il sistema. E' vero che i problemi ci sono e vanno affrontati, però l'impressione è che la società britannica è frammentata, ferita e che parole come speranza, futuro, avvenire sembrano distanti anni luce per questa generazione. La questione allora non è l' insufficienza di opportunità, che qui sono tante, basta saperle cogliere, ma l'assenza di punti di riferimento, di valori assoluti che diano una direzione e aiutino il giovane a trovare la sua strada e diventare così adulto». Si è creata una società in cui i giovani sono perfettamente consci dei propri diritti, ma hanno dimenticato significato della parola responsabilità. «Qui in Inghilterra - sostengono i coniugi catanesi - trovare persone che vogliono dedicarsi al mestiere di educatore è rarissimo perché al minimo errore si rischiano denunce penali. Addirittura ci sono dei negozi che espongono dei cartelli in cui c'è scritto che l'ingresso è consentito a due studenti per volta: la gente è terrorizzata dai teen-ager! I ragazzi dovrebbero protestare sì, ma contro una società che li ha abbandonati a se stessi e non ha avuto il coraggio di dire dei 'no' in nome di una presunta idea di tolleranza. Quello che sta succedendo in Inghilterra è una vera e propria emergenza educativa». E qui Gaetano interrompe il suo racconto e cita efficacemente a mo' di chiosa un detto catanese in un dialetto reso ormai incerto dai lunghi anni di assenza dalla Sicilia: «L'arbulu s'addrizza quannu è nicu»: l'albero storto si raddrizza quando è giovane.


Pubblicato su La Sicilia lunedì 15 Agosto 2011

lunedì 15 agosto 2011

Mistica, pienezza di vita

La parola “mistica”, nel nostro immaginario collettivo, viene subito ricollegata alle figure dei grandi santi, da S. Francesco, a S. Giovanni della Croce, fino a Madre Teresa di Calcutta per citare qualche esempio, immaginati magari in atteggiamento orante nella solitudine delle loro celle. Un privilegio riservato a pochi prescelti dunque, dal quale resta esclusa la stragrande maggioranza dei “comuni mortali”. Che la mistica sia invece una delle caratteristiche umane per eccellenza, anzi, che l’uomo sia essenzialmente un mistico, sembra incredibile e, per certi versi, paradossale. Non di questo parere era Raimon Panikkar, sacerdote cattolico di cultura indiana e catalana, autore di decine di libri e centinaia di articoli, scomparso lo scorso anno, secondo il quale la mistica non è un particolare fenomeno, più o meno straordinario; qualcosa di estraneo alla conoscenza “normale” dell’uomo, ma una caratteristica intrinseca al suo stesso essere, una dimensione antropologica dell’essere umano in quanto tale. “Ogni uomo è mistico anche se solo potenzialmente –soleva dire padre Panikkar- e dunque la mistica autentica non disumanizza ma, al contrario, ci mostra che la nostra umanità è qualcosa di più (e non di meno) della razionalità pura”. Queste riflessioni sono confluite in un volume, il primo di una lunga serie, che raccoglie l’opera omnia del sacerdote spagnolo, edito da Jaca Book dal titolo “Mistica pienezza di vita”. Come in un trittico ideale, l’Autore desidera guidare il lettore verso il significato più autentico della mistica che in una prima parte viene descritta non come una riflessione sull’Essere, ma come un atteggiamento spontaneo che sgorga dalla pienezza della persona. La seconda parte tratta della contemplazione, definita come una “meditazione senza oggetto”, la cui sorgente zampilla dal “silenzio della parola” come suggestivamente la descrive Panikkar racchiudendola in quest’ossimoro. Egli infine, a conclusione di questa seconda parte, traccia un profilo di tre grandi santi in cui mostra, attraverso un efficace paragone cromatico, come la santità non sia un concetto monolitico, ma poliedrico. La terza parte è forse la più sistematica e “filosofica” in quanto l’Autore, trattando dell’esperienza mistica, vuole confutare l’idea, radicata nell’accettazione acritica, della seconda regola della morale provvisoria cartesiana, secondo cui, confondendo l’evidenza razionale con la comprensione, si riduce la mistica ad una serie di fenomeni esoterici più o meno straordinari riservati ad una ristrettissima élite di persone. Invece tutti siamo potenzialmente aperti alla mistica perché tutta “l’esperienza –sottolinea ancora Panikkar- mira all’Essere”, quell’Essere che la tradizione cristiana, unica tra tutte, chiama col nome di Padre.



Pubblicato su La Sicilia giovedì 11 Agosto 2011

mercoledì 20 luglio 2011

L'intenzionalità rovesciata. Dalle forme della cultura all'originario

La nostra è un’epoca, lo si sente dire da più parti e spesso non a torto, di poche ed inquiete certezze nella quale il problema del metodo, cioè di una strada da percorrere, una strada esistenzialmente riconosciuta come valida, è di fondamentale importanza. Di questo modo di sentire si fa portavoce anche Armando Rigobello che, nella sua ultima fatica intellettuale, quasi a coronamento di un lungo e fecondo itinerario speculativo, indaga le “due vie” che si dipartono dalla filosofia la quale è giunta alle soglie del terzo millennio dopo essersi lasciata alle spalle l’impostazione fenomenologica, da cui, egli dice, non si può prescindere ma neppure ci si deve soffermare in essa. Vi è una “via breve”, ed è quella percorsa da Heidegger che, dopo aver abbandonato la metafisica, risoltasi oramai in scienza-tecnica in favore del pensiero poetante, attende la rivelazione di un Dio che venga a salvare l’uomo. Vi è invece una “via lunga”, tracciata da Ricoeur, nella quale l’interpretazione della vita vissuta, in tutta la pluralità delle sue forme, genera un conflitto che la fragile condizione umana non riesce a sanare. La soluzione non può trovarsi dunque facendo appello alle sole capacità dell’uomo ma deve di necessità aprirsi alla prospettiva religiosa, intesa però non come esito di una ricerca, ma come risposta ad una chiamata. Il fascino esistenziale della prospettiva heideggeriana è innegabile, prosegue Rigobello, ma è nel senso della “via lunga” che egli intende procedere, convinto che essa sia quella più idonea per comprendere sia il nostro tempo sia la stessa condizione umana. Il metodo adottato per procedere lungo questa via è singolare: occorre, dice il filosofo veneto, una “intenzionalità rovesciata” che della realtà, del mondo della cultura e della spiritualità, colga la ragione profonda. Sant’Agostino scriveva che «initium […] ut esset homo creatus est»; affinchè il mondo si possa dire realmente esistente (ci sia un vero inizio) occorre lo sguardo di un soggetto umano, che ponga una domanda attraverso la quale si cerca di comprendere il senso del reale. Ma la domanda radicale sul senso della realtà si intreccia inesorabilmente con la domanda di senso assolutamente personale di colui che interroga. E ogni domanda, incalza Rigobello, se pensata fino in fondo, rinvia alla domanda radicale sul senso ultimo della realtà e di ciascuno di noi che della realtà siamo parte. L’“intenzionalità rovesciata”, dalle forme simboliche del reale, per usare una celebre espressione di Ernst Cassirer, vuole condurre proprio verso quel senso finale, originario, in cui il percorso non si configura tanto come un esodo, ma come un compimento verso cui l’uomo, inteso come homo viator, tende.



Pubblicato su La Sicilia mercoledì 20 Luglio 2011

sabato 16 luglio 2011

Biografia, politica e Kulturgeschichte in Rudolph Haym

«Non è necessario, o neanche soltanto possibile, in ogni tempo elevare a dogma la storia che si fa e trasporla in un sistema metafisico: è assolutamente necessario rendere gli eventi storia, la storia storia compresa e narrata». Non si potrebbero comprendere la vita e l’opera di Rudolph Haym al di fuori di questa affermazione tratta dal suo “Hegel und seine Zeit”, la monumentale biografia che lo studioso tedesco scrisse su Hegel. La sua figura rimanda ad una personalità multiforme (πολύτροπος l’avrebbe definito Omero) interessata tanto all’attività teorica e speculativa quanto all’attività pratica e politica in particolare. Un recente volume, curato da Giancarlo Magnano San Lio, ci restituisce proprio un’immagine a tutto tondo della personalità di Haym, un intellettuale la cui opera presenta una indubbia abbondanza di spunti e suggestioni, purtroppo oggetto, in seguito, solo di scarsi studi critici che, di conseguenza, sono stati causa di un immeritato oblio sia dell’opera sia della persona. Il titolo del saggio,“Biografia, politica e Kulturgeschichte in Rudolf Haym”, enuclea già i nodi principali che costituirono il leit-motiv dell’impegno dell’intellettuale tedesco. La biografia è considerata come il genere letterario che consente di riassumere storia della filosofia e storia della cultura attraverso le vicende di alcuni personaggi di straordinario rilievo che costituiscono la cartina di tornasole di un intero ambiente, se non addirittura di un’epoca. Da qui le tre monumentali biografie su Humboldt, Hegel ed Herder, che, oltre allo straordinario rilievo storiografico, assumono anche un significato pedagogico in quanto, nella prospettiva haymiana, la grande personalità può assurgere a modello utile a ripercorrere la storia spirituale della Germania nell’ottica soprattutto dell'unificazione della nazione tedesca che di lì a poco si sarebbe realizzata. E’ attraverso la biografia dunque che i singoli eventi si fanno storia e la storia diviene “storia compresa e narrata” e, d’altra parte, l’impegno politico che costituisce l’altra cifra capitale della riflessione haymiana, non venne solamente teorizzato attraverso gli exempla dei tedeschi illustri, ma vissuto in prima persona negli anni difficili che condussero poi di fatto la Germania verso l’unificazione nel 1871: Haym assunse incarichi parlamentari, ruoli accademici ed istituzionali, correndo a volte il rischio di pagare a livello personale alcune sue prese di  posizione che egli difese tuttavia sempre con tenacia e con una immancabile vis polemica. Dalla ricognizione fatta da Magnano San Lio emerge dunque un contesto assai complesso nel quale si inserisce una personalità poliedrica, ma capace tuttavia di comporre in un quadro unitario aspetti e prospettive assai diversi fra loro.




Pubblicato su La Sicilia il 16 Luglio 2011