La parola “mistica”, nel nostro immaginario collettivo, viene subito ricollegata alle figure dei grandi santi, da S. Francesco, a S. Giovanni della Croce, fino a Madre Teresa di Calcutta per citare qualche esempio, immaginati magari in atteggiamento orante nella solitudine delle loro celle. Un privilegio riservato a pochi prescelti dunque, dal quale resta esclusa la stragrande maggioranza dei “comuni mortali”. Che la mistica sia invece una delle caratteristiche umane per eccellenza, anzi, che l’uomo sia essenzialmente un mistico, sembra incredibile e, per certi versi, paradossale. Non di questo parere era Raimon Panikkar, sacerdote cattolico di cultura indiana e catalana, autore di decine di libri e centinaia di articoli, scomparso lo scorso anno, secondo il quale la mistica non è un particolare fenomeno, più o meno straordinario; qualcosa di estraneo alla conoscenza “normale” dell’uomo, ma una caratteristica intrinseca al suo stesso essere, una dimensione antropologica dell’essere umano in quanto tale. “Ogni uomo è mistico anche se solo potenzialmente –soleva dire padre Panikkar- e dunque la mistica autentica non disumanizza ma, al contrario, ci mostra che la nostra umanità è qualcosa di più (e non di meno) della razionalità pura”. Queste riflessioni sono confluite in un volume, il primo di una lunga serie, che raccoglie l’opera omnia del sacerdote spagnolo, edito da Jaca Book dal titolo “Mistica pienezza di vita”. Come in un trittico ideale, l’Autore desidera guidare il lettore verso il significato più autentico della mistica che in una prima parte viene descritta non come una riflessione sull’Essere, ma come un atteggiamento spontaneo che sgorga dalla pienezza della persona. La seconda parte tratta della contemplazione, definita come una “meditazione senza oggetto”, la cui sorgente zampilla dal “silenzio della parola” come suggestivamente la descrive Panikkar racchiudendola in quest’ossimoro. Egli infine, a conclusione di questa seconda parte, traccia un profilo di tre grandi santi in cui mostra, attraverso un efficace paragone cromatico, come la santità non sia un concetto monolitico, ma poliedrico. La terza parte è forse la più sistematica e “filosofica” in quanto l’Autore, trattando dell’esperienza mistica, vuole confutare l’idea, radicata nell’accettazione acritica, della seconda regola della morale provvisoria cartesiana, secondo cui, confondendo l’evidenza razionale con la comprensione, si riduce la mistica ad una serie di fenomeni esoterici più o meno straordinari riservati ad una ristrettissima élite di persone. Invece tutti siamo potenzialmente aperti alla mistica perché tutta “l’esperienza –sottolinea ancora Panikkar- mira all’Essere”, quell’Essere che la tradizione cristiana, unica tra tutte, chiama col nome di Padre.
Pubblicato su La Sicilia giovedì 11 Agosto 2011


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