Pubblicato su La Sicilia giovedì 28 Febbraio 2013
giovedì 28 febbraio 2013
La Chiesa "cioiosa" e la tristezza e la commozione del distacco
giovedì 21 febbraio 2013
"L'infanzia di Gesù" tra teologia e storia
Scriveva Ludwig Wittgenstein che il cristianesimo è la
descrizione di un evento reale nella vita dell’uomo. Difficile dunque non fare
i conti con la figura di Cristo: l’ultimo libro del Papa ha contribuito di
certo ad alimentare il dibattito, scuotere le coscienze, tendere gli animi
verso l’evento che ha introdotto la più sconvolgente novità nel mondo: Dio
fatto carne. Recentemente, presso il dipartimento di Scienze Umanistiche, a
cura dell’associazione “Centro Culturale di Catania” si è svolto l’incontro di
presentazione del testo di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI “L’infanzia di Gesù”,
che ha visto protagonisti Antonio Di Grado, docente di Letteratura italiana
presso l’Ateneo catanese, e Salvatore Scribano, cappellano del Policlinico Universitario.
Di Grado, “letterato onnivoro e cristiano dilemmatico”, ha posto subito
l’accento sulla compresenza dell’intento divulgativo e del rigore
storico-filologico all’interno dell’opera ratzingeriana, in cui la semplicità
di un linguaggio accessibile a tutti fa tutt’uno con la competenza del teologo
e questa compenetrazione viene messa a servizio di idee forti e dimostrabili.
Una di queste è certamente quella della continuità fra tradizione ebraica e
tradizione cristiana: nella persona di Cristo si avverano le antiche promesse
al popolo d’Israele e gli evangelisti Matteo, ma soprattutto Luca, attraverso
la descrizione degli eventi della nascita di Gesù vogliono mettere in luce
proprio questo legame. Ma c’è di più: in quel punto lontanissimo della
periferia dell’impero romano la misericordia di Dio ha incrociato la storia
dell’uomo, non solo quella del popolo d’Israele. Nei racconti dell’infanzia, ha
sottolineato Scribano, la fonte non può essere stata il Gesù storico perché
evidentemente egli non ha mai parlato della sua fanciullezza. Questi racconti
provengono dall’ambiente familiare vicino a Gesù e il Papa nel suo lavoro ha
portato avanti una precomprensione, come del resto fa ogni storico serio,
prendendo sul serio queste narrazioni. Nei Vangeli bisogna sottolineare però
che l’interesse storico per i fatti descritti va di pari passo con quella che
potremmo chiamare la “traslucenza” della grande Presenza: il protagonista di
quei racconti, Gesù, è il luogo fisico, carnale, di questa “traslucenza” di
Dio, che affiora e si fa conoscere.
Pubblicato su La Sicilia giovedì 14 Febbraio 2013
giovedì 31 gennaio 2013
L'apostasia dei moderni sconfitta da un fatto
È divenuto un “dogma” della modernità l’adagio che la fede,
specialmente quella cristiana, e la ragione sono assolutamente inconciliabili.
Si sostiene infatti che la fede è frutto di un atteggiamento emotivo e sentimentale,
quasi una sorta di “rifugio interiore”, verso la realtà quotidiana che a volte
è incomprensibilmente drammatica e sfugge alle maglie fitte di una ragione che
vuole aggiogare ogni aspetto della vita alla sua misura. Ma anche per molti
cristiani Gesù è divenuto semplicemente un grande uomo del passato: il dramma
del cristianesimo oggi, sosteneva il filosofo francese Emmanuel Mounier, non
deriva dalla minaccia di una nuova eresia, ma da una sorta di tiepidezza, «una
specie di silenziosa apostasia provocata dall'indifferenza che lo circonda e
dalla sua propria distrazione». L’avvenimento di Cristo ridotto a dottrina e
morale, a pie regole per un quieto vivere, è un rischio a cui anche la Chiesa ed i cristiani sono
esposti e il risultato è quello di una fede monotona e insipida che nulla ha a
che vedere con la quotidianità della vita. Eppure le domande se la fede abbia
un qualche legame con la realtà concreta, se Gesù non sia appena un illustre
personaggio del passato, un rivoluzionario che predicava la pace e la
tolleranza fatto fuori dai potenti di turno, ma Dio stesso fattosi uomo, morto
e risorto, sono domande che in un senso o nell'altro esigono una risposta e non
possono essere semplicisticamente liquidate come “irrilevanti”: bisogna
prendere una posizione di fronte a Cristo, osservava Kierkegaard. L’Anno della
fede indetto dal Papa nell'ottobre scorso è stato l’occasione per la
realizzazione di una mostra itinerante dal titolo “Videro e credettero. La
bellezza e la gioia dell’essere cristiani”. Un rapporto del Censis di qualche tempo
fa rilevava come la nostra società fosse pericolosamente segnata da un senso di
vuoto, un vuoto acuito dalla apparente soddisfazione di ogni desiderio. Eppure
è un’esperienza piuttosto comune quella di avvertire un’ inquietudine rispetto
ad ogni cosa, “un’ansia arcana” che ci fa sospirar le stelle, la chiamava Pirandello.
È accaduto però nella storia un fatto che porta con sé una pretesa
assolutamente unica e originale: un uomo si è detto Dio. Gesù di Nazareth, un
uomo che si poteva incontrare, con cui si poteva chiacchierare, mangiare e
bere, ha preteso di identificare se stesso con il Mistero che fa tutte le cose,
ha preteso di essere la risposta ad ogni inquietudine e desiderio dell’uomo.
Occorre certamente una mossa della libertà umana: un sì che però non è frutto
di una elucubrazione, ma dell’esperienza di un incontro che investe la quotidianità
della vita per cui la fede non è più un fenomeno emozionale ma un fenomeno di
ragione: per credere occorre solo avere occhi buoni per guardare.
Pubblicato su La Sicilia mercoledì 30 Gennaio 2013
sabato 22 dicembre 2012
Un'informazione "contaminata"
«Contenuti, credibilità, creatività, comunità,
conversazione, condivisione. Sono queste le parole che descrivono quella che
chiamerei la legge delle “sei c” senza la quale sarebbe impossibile pensare il
giornalismo di oggi». Marco Bardazzi è caporedattore centrale e digital editor
del quotidiano “La Stampa ”
e il suo lavoro consiste proprio nel coordinare i vari contenuti digitali del
giornale integrandoli con quelli cartacei: una specie di “smistatore dei treni
all’interno di una redazione”, per usare le sue stesse parole.
Può spiegare meglio
in cosa consistono queste “sei c”?
«Oggi quella che potremmo definire una redazione
tradizionale presenta sostanzialmente tre punti di forza: l’attenzione per i
contenuti, una solida base di credibilità e una buona dose di creatività.
Queste qualità garantivano, e garantiscono tuttora, l’autorevolezza della
redazione e di coloro che ne fanno parte. A queste tre caratteristiche è
necessario però affiancare il contributo che, da dieci anni a questa parte
ormai, la rete ci offre in termini di comunità, conversazione e condivisione.
Credo però che occorra aggiungere un’altra “c” che le contenga tutte:
contaminazione».
In che senso?
«Sono convinto che questa sia la parola chiave per
comprendere quello che sta accadendo oggi nei giornali. I giornali hanno
bisogno di “contaminarsi”, di aprirsi cioè a tutta una serie di realtà con cui
prima non avrebbero lavorato. Se prima ad esempio, per preparare la copertura
delle elezioni politiche ed ottenere i dati, gli interlocutori privilegiati
erano la Rai , gli
uffici stampa dei partiti, il Viminale, adesso si lavora con Google, Yahoo,
Facebook, Twitter, con le “app” da scaricare sullo smartphone per vedere dove
si svolge l’evento politico più interessante… È così che bisogna pensare il
giornalismo oggi».
Eppure qualche giorno
fa, il 15 dicembre, ha ufficialmente chiuso i battenti “The Daily”, il
quotidiano on-line di Rupert Murdoch interamente pensato per i tablet. Cos’è
che non ha funzionato secondo lei?
«Il “Daily” è morto perché la loro idea di sviluppare un
giornalismo esclusivo per i tablet si è rivelata limitativa, in quanto il mondo
dei tablet è stato ridotto ad una nicchia isolata che non dialoga con tutto il
resto; è molto più interessante, ed anche più difficile, lavorare su un tipo di
giornalismo “multipiattaforma” che, con uno stesso gruppo di professionisti,
riesce ad essere presente sulla carta, sul tablet, sullo smartphone, sul pc. È
il concetto di contaminazione cui accennavo prima che è venuto meno, anzi, nel
caso del “Daily” non c’è mai stato».
Come vede il futuro
dei giornali di carta? Esisteranno
ancora o verranno totalmente soppiantati dall’on-line?
«È inevitabile che la velocità e la facilità con cui si
apprendono le notizie rendono il giornale cartaceo già “vecchio” la mattina
stessa in cui lo si compra in edicola, perché nel frattempo il suo alter ego
on-line avrà già fornito una serie di aggiornamenti in tempo reale; penso
tuttavia che il quotidiano di carta riuscirà a resistere anche se dovrà
ripensare profondamente il suo stesso ruolo: non ridire quello che è successo e
che già si conosce, ma allargare lo sguardo, approfondire, offrire al pubblico
dei lettori chiavi di lettura adeguate per decifrare i fatti accaduti».
Pubblicato su La Sicilia giovedì 21 dicembre 2012
mercoledì 28 novembre 2012
Il popolo della Colletta sfida la crisi, nell'Isola ieri all'opera 18mila volontari
Le saracinesche dei supermercati si sono ormai abbassate ed
anche quest’anno la Colletta
alimentare numero 16 ha
chiuso i battenti. Sapremo nei prossimi giorni se il 2012, l’annus horribilis
della crisi, ha inciso negativamente anche su questo straordinario gesto di
solidarietà, oppure, in barba alla crisi, si confermerà il trend in crescita
degli anni precedenti. Nel frattempo però alcuni dati dimostrano che la
sensibilità dei siciliani sulla questione è tutt’altro che in crisi: nella
giornata di oggi gli oltre 18 mila volontari sparsi nei 1150 punti vendita
della regione hanno incontrato quasi un milione di persone! E i detenuti di Piazza
Lanza che stamane hanno partecipato alla Colletta hanno raccolto 16 scatole per
un totale di 115 Kg
di alimenti. Ma non è finita: a Catania moltissimi volontari dopo un’intensa
giornata trascorsa a raccogliere, etichettare, pesare e chiudere scatole,
sciamano verso il magazzino del Banco Alimentare preparandosi ad aiutare nelle
operazioni di scarico e stoccaggio delle derrate che da lunedì saranno
distribuite alle oltre 600 strutture caritative del territorio etneo. La notte
della Colletta e forse è uno dei momenti più suggestivi dell’intera giornata:
decine e decine di persone, tra cui moltissimi giovani, che invece di uscire
fuori con gli amici per una birra o a mangiare la pizza (è pur sempre sabato
sera…), decidono di trascorrere la serata, magari proprio insieme ai loro
amici, in un magazzino a scaricare camion e riempire scaffali. «Partecipiamo alla Colletta fin da quando
eravamo piccoli – raccontano Federico ed Emanuele, entrambi studenti
universitari – e aiutare chi ha bisogno ci rende più contenti di una serata in
giro per locali probabilmente a non fare nulla; per questo ci rinunciamo
volentieri». Gli fa eco Chiara, anche lei studentessa universitaria: «A
prescindere dalla propria storia personale, tutti sono portati a fare il bene
anche se questo ultimamente non basta. Sapere però che il mio bisogno è lo
stesso di quello dell’altro ti mette addosso un gran desiderio di comunicarlo a
tutti: da questo punto di vista la
Colletta è straordinaria!». Antonio di mestiere fa
l’insegnante e si può dire un “veterano” della Colletta alimentare: «Partecipo
da sempre perché…mi fa bene. Mi ricorda il vero valore delle cose, del tempo e
del denaro; mi aiuta a capire il senso più vero di tutto». «In fondo le persone
che aiutiamo sono poche in percentuale, il nostro è un piccolo contributo –
racconta Riccardo, studente liceale –, però io partecipo perché ne ho un
guadagno personale; la
Colletta è un gesto che educa alla carità e io sono cresciuto
grazie ad essa, letteralmente, perché partecipo fin da quando avevo due anni,
facevo la Colletta
in braccio a mia madre». Elisabetta, da poco laureata in giurisprudenza,
sottolinea che un gesto del genere in un periodo di crisi è fondamentale perché
«la gratuità è il punto da cui si può ripartire». La scatola che porta sembra
essere piuttosto pesante ma la sua faccia contenta è più eloquente di qualsiasi
discorso! Al magazzino, la sera della Colletta si può incontrare anche un
professore con i suoi alunni: «Quest’anno – racconta – c’è stata una grande
partecipazione dei miei alunni. Mi ha sorpreso molto la sete di verità dei
ragazzi, al di là delle loro sensibilità, per cui di fronte ad una proposta che
riconoscono seria e vera la seguono, anche se si tratta di scaricare scatole da
un camion. Un mio alunno mi ha addirittura detto che per lui la Colletta è un gesto di
speranza…» La vittoria sulla crisi inizia anche dal magazzino catanese del Banco
Alimentare.
Pubblicato su La Sicilia domenica 25 novembre 2012 (foto di Silvia Gagliano)
martedì 28 agosto 2012
"Lo sguardo che mi fa vivere"
“Lei ha
Pubblicato su La Sicilia domenica 26 agosto 2012
lunedì 27 agosto 2012
Alla scoperta dell'Albania, terra di libertà riconquistata e di acerba spiritualità
C’è un po’ d’Albania nel Bel Paese: più di cinquecentomila
albanesi che, dopo i romeni, sono la seconda comunità straniera, hanno salde
radici qui da noi. La stragrande maggioranza di essi provengono dal gigantesco
flusso migratorio degli anni novanta, originato dagli stravolgimenti che
l’Albania si trovava ad affrontare all’indomani del crollo del regime comunista
che l’aveva lasciata in disastrose condizioni economiche e spirituali. Ma chi
sono davvero gli albanesi? Troppo spesso infatti, nell’immaginario collettivo
italico, alla parola “albanese” sono associati stereotipi legati ad aspetti
negativi, deteriori e marginali della società. La storia dell’Albania, inoltre,
è rimasta sepolta in un oblio pressoché totale sebbene essa sia legata a doppio
filo con gli eventi che hanno portato alla costruzione dell’identità europea.
Ma per guardare con verità e senza pregiudizi alla propria storia è necessario
partire dalla verità della propria esistenza. È stato proprio questo il punto
di partenza da cui ha preso le mosse la mostra, allestita al Meeting di Rimini
in occasione dei cento anni dell’indipendenza, “Albania, Athleta Christi: Alle
radici della libertà di un popolo”. I curatori hanno voluto sottolineare come
l’incontro personale con il cristianesimo abbia risvegliato in loro quelle
domande fondamentali che albergano nel cuore di ogni uomo, domande sul senso
della vita e della morte, sulla felicità e sulla giustizia. Questioni che hanno
fatto riaffiorare la grande domanda che costituisce il nerbo della storia
millenaria del popolo cui appartengono: cosa vuol dire essere liberi davvero?
La mostra fa vedere come quattrocento anni di dominio turco e cinquant’anni di
feroce dittatura comunista hanno segnato pesantemente il volto di questa
nazione e la libertà è stata da sempre un desiderio per cui molto si è
combattuto e molto sangue è stato versato. Il contributo dei cattolici nel
portare a compimento questo percorso tutt’altro che lineare è stato
assolutamente decisivo. Fin dal XV secolo quando Giorgio Castriota Scandenberg,
il condottiero considerato ancora oggi un vero e proprio mito dagli albanesi,
sconfisse ripetutamente gli eserciti del sultano e venne per questo appellato
da papa Paolo II “Athleta Christi”, passando per il XIX dove l’opera
instancabile di francescani e gesuiti contribuì in maniera formidabile alla
formazione dell’identità dell’Albania, fino a giungere alla brutale dittatura
comunista di Enver Hoxha che perseguì scrupolosamente il progetto di eliminare,
anche fisicamente, qualsiasi aderente ad una confessione religiosa con lo scopo
di sostituire ad essa un “dio nuovo”: il Partito e il Capo del Partito. L’Albania
di oggi vive una libertà mai sperimentata prima, ma è una libertà senza volto,
ridotta all’assenza di vincoli e controlli. È in tale contesto che ci soccorre
la testimonianza di Madre Teresa, «albanese di sangue», secondo cui la vera
libertà risiede nella religiosità e negare il rapporto con Dio apre le porte ad
ogni sorta di prevaricazione e violenza. È un messaggio che ripropone domande
universali e va al cuore di ogni esperienza umana e per questo, in fondo,
possiamo dirci tutti un po’ albanesi.
Pubblicato su La Sicilia sabato 25 agosto 2012
Iscriviti a:
Post (Atom)


