C’è un po’ d’Albania nel Bel Paese: più di cinquecentomila
albanesi che, dopo i romeni, sono la seconda comunità straniera, hanno salde
radici qui da noi. La stragrande maggioranza di essi provengono dal gigantesco
flusso migratorio degli anni novanta, originato dagli stravolgimenti che
l’Albania si trovava ad affrontare all’indomani del crollo del regime comunista
che l’aveva lasciata in disastrose condizioni economiche e spirituali. Ma chi
sono davvero gli albanesi? Troppo spesso infatti, nell’immaginario collettivo
italico, alla parola “albanese” sono associati stereotipi legati ad aspetti
negativi, deteriori e marginali della società. La storia dell’Albania, inoltre,
è rimasta sepolta in un oblio pressoché totale sebbene essa sia legata a doppio
filo con gli eventi che hanno portato alla costruzione dell’identità europea.
Ma per guardare con verità e senza pregiudizi alla propria storia è necessario
partire dalla verità della propria esistenza. È stato proprio questo il punto
di partenza da cui ha preso le mosse la mostra, allestita al Meeting di Rimini
in occasione dei cento anni dell’indipendenza, “Albania, Athleta Christi: Alle
radici della libertà di un popolo”. I curatori hanno voluto sottolineare come
l’incontro personale con il cristianesimo abbia risvegliato in loro quelle
domande fondamentali che albergano nel cuore di ogni uomo, domande sul senso
della vita e della morte, sulla felicità e sulla giustizia. Questioni che hanno
fatto riaffiorare la grande domanda che costituisce il nerbo della storia
millenaria del popolo cui appartengono: cosa vuol dire essere liberi davvero?
La mostra fa vedere come quattrocento anni di dominio turco e cinquant’anni di
feroce dittatura comunista hanno segnato pesantemente il volto di questa
nazione e la libertà è stata da sempre un desiderio per cui molto si è
combattuto e molto sangue è stato versato. Il contributo dei cattolici nel
portare a compimento questo percorso tutt’altro che lineare è stato
assolutamente decisivo. Fin dal XV secolo quando Giorgio Castriota Scandenberg,
il condottiero considerato ancora oggi un vero e proprio mito dagli albanesi,
sconfisse ripetutamente gli eserciti del sultano e venne per questo appellato
da papa Paolo II “Athleta Christi”, passando per il XIX dove l’opera
instancabile di francescani e gesuiti contribuì in maniera formidabile alla
formazione dell’identità dell’Albania, fino a giungere alla brutale dittatura
comunista di Enver Hoxha che perseguì scrupolosamente il progetto di eliminare,
anche fisicamente, qualsiasi aderente ad una confessione religiosa con lo scopo
di sostituire ad essa un “dio nuovo”: il Partito e il Capo del Partito. L’Albania
di oggi vive una libertà mai sperimentata prima, ma è una libertà senza volto,
ridotta all’assenza di vincoli e controlli. È in tale contesto che ci soccorre
la testimonianza di Madre Teresa, «albanese di sangue», secondo cui la vera
libertà risiede nella religiosità e negare il rapporto con Dio apre le porte ad
ogni sorta di prevaricazione e violenza. È un messaggio che ripropone domande
universali e va al cuore di ogni esperienza umana e per questo, in fondo,
possiamo dirci tutti un po’ albanesi.
Pubblicato su La Sicilia sabato 25 agosto 2012


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