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lunedì 27 agosto 2012

Alla scoperta dell'Albania, terra di libertà riconquistata e di acerba spiritualità


C’è un po’ d’Albania nel Bel Paese: più di cinquecentomila albanesi che, dopo i romeni, sono la seconda comunità straniera, hanno salde radici qui da noi. La stragrande maggioranza di essi provengono dal gigantesco flusso migratorio degli anni novanta, originato dagli stravolgimenti che l’Albania si trovava ad affrontare all’indomani del crollo del regime comunista che l’aveva lasciata in disastrose condizioni economiche e spirituali. Ma chi sono davvero gli albanesi? Troppo spesso infatti, nell’immaginario collettivo italico, alla parola “albanese” sono associati stereotipi legati ad aspetti negativi, deteriori e marginali della società. La storia dell’Albania, inoltre, è rimasta sepolta in un oblio pressoché totale sebbene essa sia legata a doppio filo con gli eventi che hanno portato alla costruzione dell’identità europea. Ma per guardare con verità e senza pregiudizi alla propria storia è necessario partire dalla verità della propria esistenza. È stato proprio questo il punto di partenza da cui ha preso le mosse la mostra, allestita al Meeting di Rimini in occasione dei cento anni dell’indipendenza, “Albania, Athleta Christi: Alle radici della libertà di un popolo”. I curatori hanno voluto sottolineare come l’incontro personale con il cristianesimo abbia risvegliato in loro quelle domande fondamentali che albergano nel cuore di ogni uomo, domande sul senso della vita e della morte, sulla felicità e sulla giustizia. Questioni che hanno fatto riaffiorare la grande domanda che costituisce il nerbo della storia millenaria del popolo cui appartengono: cosa vuol dire essere liberi davvero? La mostra fa vedere come quattrocento anni di dominio turco e cinquant’anni di feroce dittatura comunista hanno segnato pesantemente il volto di questa nazione e la libertà è stata da sempre un desiderio per cui molto si è combattuto e molto sangue è stato versato. Il contributo dei cattolici nel portare a compimento questo percorso tutt’altro che lineare è stato assolutamente decisivo. Fin dal XV secolo quando Giorgio Castriota Scandenberg, il condottiero considerato ancora oggi un vero e proprio mito dagli albanesi, sconfisse ripetutamente gli eserciti del sultano e venne per questo appellato da papa Paolo II “Athleta Christi”, passando per il XIX dove l’opera instancabile di francescani e gesuiti contribuì in maniera formidabile alla formazione dell’identità dell’Albania, fino a giungere alla brutale dittatura comunista di Enver Hoxha che perseguì scrupolosamente il progetto di eliminare, anche fisicamente, qualsiasi aderente ad una confessione religiosa con lo scopo di sostituire ad essa un “dio nuovo”: il Partito e il Capo del Partito. L’Albania di oggi vive una libertà mai sperimentata prima, ma è una libertà senza volto, ridotta all’assenza di vincoli e controlli. È in tale contesto che ci soccorre la testimonianza di Madre Teresa, «albanese di sangue», secondo cui la vera libertà risiede nella religiosità e negare il rapporto con Dio apre le porte ad ogni sorta di prevaricazione e violenza. È un messaggio che ripropone domande universali e va al cuore di ogni esperienza umana e per questo, in fondo, possiamo dirci tutti un po’ albanesi.

Pubblicato su La Sicilia sabato 25 agosto 2012

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