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mercoledì 17 settembre 2014

Se il campo sportivo del carcere si trasforma in teatro all'aperto

(foto Davide Anastasi)
Chissà come avrebbe reagito Luigi Pirandello se gli avessero detto che un giorno una delle sue novelle sarebbe stata messa in scena in un carcere e che gli attori sarebbero stati proprio gli stessi detenuti? Eppure della compagnia teatrale, assolutamente sui generis, che lungo il corso degli anni si è venuta formando nella casa circondariale di piazza Lanza non ci si dovrebbe ormai sorprendere più di tanto. Dopo il “Barabba” del premio nobel svedese Lagerkvist questa volta è stato il turno de “La giara”, una commedia famosissima del premio nobel agrigentino. La tematica apparentemente più “leggera” rispetto alle precedenti rappresentazioni non deve trarre in inganno perché nella commedia infatti emergono chiaramente alcuni temi fondamentali della poetica pirandelliana. Eppure nel cortile del carcere, adibito di solito a campetto sportivo ma trasformato per l'occasione in un teatro all'aperto, si ride delle disavventure del povero don Lolò Zirafa alle prese con Zi' Dima Licasi e attorniato dagli altri personaggi della commedia: l'avvocato Scimè, 'Mpari Pè, Tararà, Fillicò, 'gnà Tana e il mulattiere. Dialoghi tutti rigorosamente in dialetto siciliano nei quali si colgono le varie sfumature, dagli accenti però inconfondibili, del catanese, del paternese o dell'adranita. Ciliegina sulla torta: il detenuto straniero che per l'occasione ha imparato a recitare in dialetto! Il merito va sicuramente agli attori-detenuti che, in un lasso di tempo brevissimo, hanno imparato il copione e si sono calati perfettamente nelle parti loro assegnate cimentandosi con un testo di non semplice resa scenica grazie anche alla sapiente regia del professore Alfio Pennisi, preside del Liceo Spedalieri con la collaborazione del dott. Giuseppe Avelli, responsabile dell'area educativa del carcere e grazie anche all'aiuto fattivo di tanti volontari che hanno contribuito alla realizzazione della scenografia e dei costumi. «Il laboratorio teatrale, giunto ormai al terzo anno, è – come sottolineato dal comandante Salvatore Tramontana – una delle attività che coinvolge maggiormente i carcerati». Emblematica proprio la rappresentazione della commedia pirandelliana alla quale hanno assistito contemporaneamente tutti i detenuti del carcere, oltre trecento persone, e che ha costituito una novità assoluta per piazza Lanza. «Il segno di un rapporto di fiducia – ha sottolineato la dott.ssa Elisabetta Zito, direttore della struttura – che negli anni è andato via via rinforzandosi tra volontari, personale carcerario e detenuti». La messa in scena de “La giara” è coincisa anche con un avvenimento particolare: il cappellano del carcere, mons. Francesco Ventorino, ha da poco compiuto sessant'anni di sacerdozio ed è a lui che i detenuti hanno voluto dedicare la piéce teatrale. Fino a qualche anno fa – ha detto mons. Ventorino ai detenuti – mai avrei immaginato di festeggiare i miei 60 anni di sacerdozio in questo luogo così bello. Ed è bello perché qui l'inevitabile pena della detenzione, che vi priva della libertà, si accompagna ad una attenzione a non rendere ancora più gravosa questa pena a cui siete sottoposti. Questo è un luogo umanissimo dove la vostra umanità dolorante si incontra con l'umanità cristiana di chi vi sorveglia perché nel cristianesimo l'uomo non perde mai la sua dignità qualunque delitto commetta».

Pubblicato su La Sicilia mercoledì 17 settembre 2014

domenica 31 agosto 2014

"Periferie di vita sono le persone ai margini"



“Verso le periferie del mondo e dell’esistenza. Il destino non ha lasciato solo l’uomo” è il titolo dell’edizione 2014 del Meeting di Rimini, la grande kermesse politico-culturale che ad agosto si svolge nella città adriatica e che quest’anno ha tagliato il traguardo delle trentacinque edizioni. Un tema, quello delle periferie, assai caro a papa Francesco ed al quale egli si è richiamato fin dall’inizio del suo pontificato un anno e mezzo fa ma anche un tema che spesso è stato interpretato in modo non del tutto corretto se non addirittura sbagliato rispetto alle intenzioni originarie del papa. Ospite del Meeting è stato padre Antonio Spadaro, sacerdote gesuita e direttore de La Civiltà Cattolica, il quale conosce bene il suo “confratello” Bergoglio e che abbiamo incontrato lungo i padiglioni della fiera che ospita la manifestazione riminese.

Padre Spadaro il titolo di questa edizione del Meeting come risponde, secondo lei, alle preoccupazioni che stanno più a cuore al Papa?
«Il titolo del Meeting si sofferma sulle periferie e questo è un tema centrale nel pensiero di papa Francesco il quale ama vedere la realtà in maniera poliedrica. Egli ha detto più volte infatti di non amare, geometricamente, parlare di sfera perché nella sfera tutti i punti sono equidistanti dal centro: si tratta alla fine – sostiene il papa – di una omologazione. Il poliedro invece è sfaccettato ed ogni faccia è originale ed ha una sua disposizione differente rispetto al centro. Il concetto di periferia è in realtà un concetto complesso perché il Papa con “periferia” vuole intendere la realtà, quella realtà che è appunto sfaccettata, ricca, complessa; l’abbiamo visto proprio in questi giorni con il recente viaggio in Corea… Francesco ha avuto l’intuizione spirituale di accettare immediatamente l’invito ad andare lì perché in fondo la penisola coreana è un fascio di frontiere nel quale confluiscono tutte le tensioni del Novecento. Vivere la periferia secondo il Papa significa vivere la realtà con una prospettiva differente carica di attenzione e di cura per tutto ciò che di solito non cade sotto gli occhi distratti dei più. La periferia allora è la vita stessa e le periferie sono le persone poste ai margini. Secondo Bergoglio quindi guardare la realtà secondo questa prospettiva non è un punto di vista ma un punto di vita. Il Meeting centrandosi sulle periferie intende avere questo sguardo originale sulla realtà».

Il titolo del suo intervento qui a Rimini è “La verità è un incontro”. Oggi però sembra che la questione della verità sia diventata un terreno di scontro in cui entrano in conflitto due modi o meglio, due mondi contrapposti di concepire la realtà, la vita, la spiritualità. Cosa vuol dire allora che la verità è un incontro?
«L’approccio di Francesco è un approccio radicalmente  pastorale. Questo significa che per lui la verità non è da considerare come un’enciclopedia di contenuti o di valori e nemmeno un’enciclopedia di valori e di battaglie da compiere in nome di questi principi. Per il papa la verità è l’incontro personale con il Signore, la percezione dell’attrattiva Gesù come la definiva don Giussani in un suo libro. La verità del Signore si dà esattamente in quest’incontro e non in un’elencazione astratta di idee e principi. Comunicare il Vangelo alle persone significa aiutarle ad incontrare questa sorpresa. L’incontro con Cristo genera poi una capacità di incontrare l’altro che è veramente di grande apertura. Il papa, soprattutto durante il viaggio in Corea nel discorso ai vescovi dell’Asia, ha fatto un passo avanti nel concetto di dialogo, superandolo addirittura, e parlando di empatia. Ha detto con grande chiarezza che l’obiettivo non è solo ascoltare l’altro ma accoglierlo nella propria casa cogliendo quello che il suo cuore dice al di là delle parole che esprime. Si capisce allora che il papa arriva ad un livello molto profondo di incontro dove ci si trova davanti ad una apertura assolutamente radicale nei confronti dell’altro. La certezza interiore che la verità è un incontro diventa inoltre qualcosa che assume anche una valenza politica».
  
In che senso politica? 
 «Quando il papa ha visitato la Terra Santa, ad esempio, ha evitato completamente di porsi nella simmetria geometrica dello schema vittima-carnefice ed ha imposto invece un altro schema che è quello dell’amicizia. L’incontro simbolicamente culminante di quel viaggio è stato l’abbraccio davanti al Muro del pianto tra Francesco, il rabbino Skorka e l’islamico Omar Abboud. Ma non è stato appena l’incontro tra un cristiano, un ebreo ed un musulmano ma è stato l’incontro fra tre amici! Il papa ha quindi imposto il livello dell’amicizia in luogo in cui di per sé avrebbe dovuto prevalere l’incontro di tipo istituzionale-diplomatico. La diplomazia, che pure è necessaria, ha un elemento di ipocrisia, l’amicizia invece ne è completamente priva. Impostando le relazioni sulla base dell’incontro di amicizia, saltando tutte le mediazioni, il papa ha dato una forma al modo di affrontare il conflitto, una forma che è originale e profetica, basata su realtà umane comprensibilissime da tutti».


Pubblicato su La Sicilia sabato 30 Agosto 2014

giovedì 26 giugno 2014

"Con Dio sperimento il per sempre che riempie la mia vita di sacerdote"

Prima ancora di voltare lì dove la strada si allarga in una piazza alberata si sente un suono confuso di voci che si incalzano sovrapponendosi le une alle altre in un chiasso quasi assordante. Girato l’angolo si comprende finalmente il motivo di tutto quel vociare: ci si trova davanti al grande oratorio attiguo alla chiesa di S. Ignazio di Loyola vicino via Feltre a Milano. Entrati negli uffici della parrocchia ci viene incontro don Pierluigi Banna, ma tutti qui lo chiamano don Pigi, in t-shirt rossa e bermuda: si sa, la scuola è finita, l’oratorio estivo è iniziato e quindi c’è moltissimo da fare... Don Pierluigi, anzi don Pigi, trent’anni, è coadiutore del parroco di S. Ignazio nelle attività che riguardano soprattutto i giovani dalle elementari fino all’università ed è stato ordinato sacerdote il sette giugno scorso nel Duomo di Milano. Fino agli esami di maturità ha vissuto nella sua città natale, Catania, poi il trasferimento nel capoluogo lombardo dove ha compiuto gli studi universitari e dove è nata anche la sua vocazione al sacerdozio.
Don Pigi che cosa l’ha condotta proprio qui a Milano?
«Quando ho detto ai miei genitori che volevo studiare lettere classiche hanno provato, almeno inizialmente, a farmi cambiare idea. Però vedendo la mia passione, la mia tenacia nel voler assecondare questa inclinazione verso la letteratura, alla fine hanno ceduto suggerendomi però di andare a Milano in modo da potermi garantire almeno qualche possibilità lavorativa in più. E così sono andato a studiare in “Statale”. Durante i primi anni di università avevo anche una fidanzata che viveva a Catania, ci volevamo bene, era un bel rapporto...»
E poi cos’è successo?
«Una volta, durante una telefonata, le ho detto che il nostro rapporto era così bello che nessuno poteva permettersi di impedirlo a meno che non fosse stato per qualcosa di più grande. Nel tempo però avvertivo qualcosa che nel rapporto con lei non funzionava  - ma andava tutto bene eh!  - però  c’era qualcosa che non andava ma non riuscivo a capire cosa fosse. Un giorno, era il 23 dicembre del 2002, facendo le valigie per tornare a Catania per le vacanze di Natale mi ha attraversato questo pensiero: “E se fossi chiamato ad amarla in modo diverso?”. Immediatamente ho sentito una grande pace, come se tutto avesse trovato la sua giusta collocazione ma subito dopo ho pensato che non poteva essere così, non poteva accadere così quella che viene definita la “vocazione”. Mi sarei aspettato qualcosa di più eclatante, di più “visibile” e ricordo di averne parlato con don Giorgio, un prete di Milano, pensando che lui mi avrebbe consigliato di tornare dalla mia ragazza. Invece mi ha detto che la vocazione poteva nascere anche in quel modo lì e allo stesso tempo mi ha dato un criterio per verificare se questa ipotesi fosse frutto di una mia idea o venisse da Dio: se vivendo la vita quotidiana, lo studio, i rapporti con gli amici mi fossi accorto di vivere tutto con più gusto, in modo più aperto, allora la mia intuizione era buona e dovevo percorrerla . Devo dire che con questa ipotesi di lavoro ho visto fiorire tutta la mia vita. Ero contento. Contento di affrontare gli esami, contento di stare con gli amici; vedevo crescere in me una maggiore attenzione ai bisogni dell’altro ed anche una intelligenza più profonda nel giudicare tutto ciò che accadeva . Nella verifica di questa intuizione, insomma, mi accorgevo che la mia vita diventava più piena e matura».
La sua decisione di divenire sacerdote stride molto con il sentire comune il quale considera folle la possibilità che una persona possa fare scelte radicali e definitive. La dimensione del “per sempre”, che vale sia per il prete sia per le coppie sposate, oggi viene messa in ridicolo e giudicata impossibile da realizzare. Lei cosa ne pensa?
«Se si considera il “per sempre”  come frutto di una decisione personale, qualcosa che dipende ultimamente da sé, alla fine è davvero irrealizzabile. Saresti scambiato per un presuntuoso. Secondo me oggi uno può dire “per sempre” solo se prima qualcun altro ha detto a lui “per sempre”. Mi spiego: uno può dire “io ti amo per sempre” ad una donna se ha fatto lui per primo l’esperienza di essere amato di un amore eterno. In ogni scelta vocazionale si può dire questo per sempre e si capisce che Chi è per sempre, cioè Dio, ha posto per primo gli occhi su di te e ti ha fatto sperimentare questo per sempre. Io, ad esempio, sperimento il per sempre attraverso il perdono. Io posso fare la cosa più grossa di questo mondo ma Lui ricostruisce, non facendo finta che il mio errore non ci sia, ma ricostruendo  con le macerie del mio errore. Ognuno di noi è oggetto di un amore che è per sempre e un amore che è per sempre ha come sorgente ultima Dio perché chi può dire “io ti amo per sempre”? Io posso dire per sempre ma come risposta all’iniziativa di Uno che è eterno e che si è interessato a me».
È difficile far accettare le cose che lei ha appena detto anche a chi non ha la fede...

«Secondo me anche chi non ha la fede desidera il per sempre. Tutti noi, nel momento in cui ci imbattiamo in qualcosa di bello, corrispondente per la vita, vorremmo che non finisca mai. È una cosa che si desidera,  non è una cosa che si comprende in modo intellettualistico. O sperimenti infatti, come dicevo prima, qualcuno che si interessa a te per primo o altrimenti pensi che sia tutto un’utopia, un sogno, qualcosa che forse va bene per gli adolescenti ma che poi alla lunga diventa impossibile da perseguire».


Pubblicato su La Sicilia lunedì 23 Giugno 2014

lunedì 26 maggio 2014

Dante si lasciava "sconvolgere", l'opposto della nostra apatia

Cécile Le Lay è una giovane docente di lingua, letteratura e cultura italiana all’Università di Lione appassionatissima in particolare del nostro Dante Alighieri. La scelta fatta alle scuole medie di studiare l’italiano e l’incontro, molti anni dopo qui in Italia, con alcune grandi personalità che le hanno fatto intravedere come la letteratura potesse coinvolgere tutta la vita, ne hanno segnato in modo indelebile la vocazione umana e professionale. Il suo lavoro oggi è tentare di trasmettere a generazioni di giovani studenti in Francia la stessa passione che ha coinvolto lei per prima tanti anni fa. L’abbiamo incontrata a Catania dove è venuta per partecipare ad un seminario svoltosi presso il nostro Ateneo e per incontrare alcuni studenti del Liceo Spedalieri.

Professoressa, un uomo, un poeta italiano vissuto oltre settecento anni fa ha ancora qualcosa da dire a noi moderni?
«Io credo proprio di sì. Dante è uno che si lascia “sconvolgere”, non rimane indifferente alla realtà che lo circonda. Noi invece siamo diventati apatici, un po’ cinici, spesso in balia di qualcosa che non sappiamo nemmeno definire. Lui invece porta con sé e riesce a comunicare una ricchezza di esperienza che nessuno dei suoi contemporanei possiede, senza censurare nulla, senza dimenticare le oscurità, senza mettere da parte nemmeno un aspetto del reale. Nella Divina Commedia tante domande, tante difficoltà, tanti drammi sono messi davanti agli occhi del lettore e affrontati dal protagonista con la certezza che è possibile percorrere una strada e che questa strada porta verso una meta sicura. Direi che in questo senso Dante è più moderno di noi moderni».

C’è un aspetto, secondo lei, che colpisce maggiormente i giovani nel leggere Dante?
«La tematica dell’amore in Dante è talmente appassionante che non può, credo, non coinvolgere anche i giovani di oggi sia all’università sia, come ho avuto modo di sperimentare, al liceo. Quello che mi preme sottolineare però è che l’amore in Dante non si riduce ad una passione irrazionale, quella passione che, a giudizio di tanta critica, ha condannato all’Inferno Paolo e Francesca. A mio avviso invece la condanna dei due amanti è avvenuta in forza di un libero assenso della loro volontà e non appena a causa di una passione tumultuosa e inarrestabile. Dante cerca di farci fare un percorso di comprensione attraverso la nostra ragione, non cerca banalmente di sedurci attraverso una immedesimazione sentimentale».

Dante è il poeta cristiano per eccellenza e lei lo insegna nella “laicissima” Francia. Questo non le ha creato qualche problema?

«In Francia scontiamo una pesante eredità anticristiana e parlare di certi temi a volte non è facile. Secondo altri aspetti però questa difficoltà è positiva perché obbliga ad essere più veri, a non dare nulla per scontato e ad andare verso l’essenziale: ai ragazzi non puoi fare un discorso sulla religione, lo rifiuterebbero, e a ragione mi verrebbe da dire. È fondamentale ancora una volta l’insegnamento di Dante: la luce cristiana che penetra la sua opera non è un cristianesimo ridotto a meri valori da salvaguardare, l’intera Divina Commedia imploderebbe su se stessa se fosse un discorso sui valori. Il mio connazionale Fabrice Hadjadj usava un’immagine efficace per descrivere i valori cristiani: sono come una bellissima rosa posta dentro un vaso in mezzo ad una stanza. All’inizio rallegrerà l’ambiente e spanderà un buon profumo, ma alla lunga marcirà diffondendo un cattivo odore. Ecco, i valori cristiani senza Cristo sono come quella rosa staccata dalle sue radici. È indispensabile, secondo me, che l’uomo di oggi recuperi una tensione ideale verso qualcosa che può irrompere nella nostra esperienza quotidiana con una potenza, direi, sovversiva. In questo senso Dante è un grandissimo educatore, nel senso etimologico del termine, uno che conduce, che fa un cammino insieme a te perché era uno che prendeva sul serio tutta la sua umanità, senza censurare nulla. E si capisce perché qualcuno possa appassionarsi a lui talmente tanto da dedicargli la vita».


Pubblicato su La Sicilia lunedì 19 Maggio 2014

venerdì 18 aprile 2014

Barabba, il carcerato che incontra Cristo ma rimane scettico

[foto D. Anastasi]
Per la quinta volta nell’arco di due anni la casa circondariale di piazza Lanza si trasforma in un palcoscenico nel quale i detenuti diventano attori, costumisti  e spettatori privilegiati.  E dopo l’opera teatrale di Sartre, rappresentata lo scorso gennaio, ad andare in scena questa volta è stato il “Barabba”, capolavoro dello scrittore e premio Nobel svedese Pär Lagerkvist, uno scritto che racconta, grazie alla possente vis creativa del suo autore, le vicende successive alla morte di Cristo occorse al malfattore che la folla dei giudei di Gerusalemme ha voluto a gran voce libero proprio al posto di Gesù. L’incontro con il Nazareno nella vita di Barabba, seppur per un breve istante, ha fatto irruzione in modo del tutto imprevisto e segnerà intensamente la sua vita: egli avrò sempre la percezione confusa di aver fatto un incontro eccezionale, però non riuscirà mai a dare un nome a questa Presenza non comprendendo quindi fino in fondo il senso più vero di quell’incontro. Il suo imbattersi poi durante le sue peripezie in Pietro e nei discepoli e in altri personaggi come la Leporina o lo schiavo frigio Sahak, gli ricorderanno ancora una volta il volto di quell’Uomo che lo ha salvato dalla croce ma egli anche allora non comprende rimanendo pervicacemente ancorato alla sua solitudine e alla sua ambiguità. Si tratta di un testo assai complesso nato come romanzo e che dunque ha dovuto essere ridotto e adattato alla forma teatrale. Un progetto questo che è riuscito a concretizzarsi grazie anche all’eccellente collaborazione con la direzione del carcere, nella persona della dottoressa Elisabetta Zito e del comandante della polizia penitenziaria, Salvatore Tramontana. A guidare i detenuti-attori nella realizzazione di questo dramma per mezzo del laboratorio espressivo-teatrale è stato ancora una volta Alfio Pennisi, preside del liceo Spedalieri, e tutti i volontari della cappellania in sinergia con gli educatori ed i professori che operano all’interno del carcere catanese. Giovanna Pappalardo, una delle volontarie, insieme alle detenute, ha curato meticolosamente la realizzazione dei costumi di scena che gli attori hanno poi indossato durante la rappresentazione. Si tratta ovviamente di attori non professionisti ma la grandissima attenzione e il clima di grande silenzio da parte  dei detenuti che affollavano le panche della cappella del carcere, prestata per l’occasione a divenire il palcoscenico della rappresentazione, hanno testimoniato il grande impegno e la dedizione che i detenuti-attori hanno messo in questo lavoro e che per molti è stata la grande occasione di scoprire talenti nascosti di cui non sospettavano l’esistenza.  Nell’intero arco della giornata si sono svolte tre repliche, due alla mattina, per consentire a tutti i detenuti di partecipare, e una al pomeriggio riservata esclusivamente ai familiari degli attori. È questo forse il momento più intenso ed emozionante perché attori e pubblico sono profondamente uniti gli uni agli altri e così il dramma che tocca Barabba pare diventare il dramma di ciascuno di noi: imbattersi nell’evento eccezionale del Dio fatto uomo, subirne tutto il fascino, ma rimanere ultimamente ai margini senza comprendere davvero quello che ci è accaduto. Eppure la messa in scena di questo spettacolo nel cuore della Settimana Santa, nell’imminenza delle festività pasquali vuole forse ricordare ad ognuno che, come ha ricordato il Papa, «non è la stessa cosa aver conosciuto Gesù o non conoscerlo, [perché] sappiamo bene che la vita con Gesù diventa molto più piena e che con Lui è più facile trovare il senso di ogni cosa». Un episodio contribuisce ad avvalorare e a dare ancora più consistenza a queste parole: la mattina della rappresentazione viene comunicato all’attrice che impersonava la Leporina  che le sono stati concessi i domiciliari. Lei però ha deciso di rimanere in carcere  qualche ora in più per poter recitare nel pomeriggio davanti ai suoi familiari.

Pubblicato su La Sicilia giovedì 17 Aprile 2014

mercoledì 16 aprile 2014

Wojtyla e Roncalli santi, evento mediatico in 3D

Tre milioni di persone, in pratica l’equivalente degli abitanti di Roma, sono attese il 27 aprile in piazza S. Pietro e nelle zone limitrofe per assistere alla canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, i due papi che hanno segnato la storia della Chiesa e del mondo. Un numero impressionante certo, ma irrisorio se paragonato alle decine di milioni di persone che, pur non essendo fisicamente presenti a Roma, vorranno partecipare a quest’ avvenimento così importante. Chi si occuperà di portare Roma al mondo intero domenica 27 aprile sarà il Centro Televisivo Vaticano che ormai da molti mesi è all’opera per organizzare e gestire dal punto di vista mediatico l’evento dell’anno. A guidare tutte le operazioni c’è Mons. Dario Edoardo Viganò, direttore del CTV, al quale abbiamo chiesto di raccontare in che modo lui ed i suoi collaboratori si stanno preparando ad affrontare questa sfida appassionante.

Mons. Viganò da quanto tempo state lavorando alla gestione mediatica delle canonizzazioni del prossimo 27 aprile?
«Nell’ottobre dello scorso anno abbiamo dato forma alla nostra idea e abbiamo individuato alcuni partner tecnologici a cui avremmo potuto presentare il progetto. Dopo un paio di mesi in cui ci sono stati alcuni briefing preparatori in cui abbiamo messo meglio a fuoco i dettagli, a dicembre abbiamo organizzato un meeting al quale sono stati invitati i partner tecnologici che avevamo scelto e abbiamo fissato un piano di lavoro con scadenze ben precise. Giusto in questi giorni abbiamo una serie di incontri, molto ravvicinati nel tempo, per mettere a punto gli ultimi particolari tecnici».

Che ruolo ha svolto in passato la televisione nel comunicare gli eventi ecclesiastici?
«La televisione, che ha raccontato per la prima volta il Vaticano II, ha permesso di far comprendere che la Chiesa è un insieme di diversità e raggruppa, tenendole insieme, persone che provengono da mondi affatto diversi. La cattolicità, cioè l’universalità della Chiesa, un concetto relegato fino ad allora alla sfera teologica, è stata resa manifesta grazie alla televisione che ha mostrato al mondo i volti, i colori della pelle e gli abiti dei tanti vescovi che partecipavano al Concilio».

E oggi quali sono le principali novità che verranno introdotte considerando che non è la prima volta che il CTV gestisce la comunicazione di un grosso evento mediatico riguardante la vita della Chiesa?
«Ci saranno tre segnali di produzione, tutti e tre prodotti dal CTV, in tre formati differenti. Avremo l’ HD, che è il nostro formato tradizionale, il 3D e poi anche  l’ultra HD o 4K. Il motivo per cui abbiamo scelto di differenziare in questo modo i segnali risponde ad una diversa modalità di comunicare l’evento delle canonizzazioni: il “classico” HD è quello usato nel circuito internazionale e trasmesso da tutte le televisioni del mondo. Ho scelto invece la tecnologia 3D pensando alle moltissime persone che magari vorrebbero essere presenti ma che di fatto, soprattutto in questo momento di crisi in cui diventa problematico affrontare spese di viaggio e soggiorno a Roma, non potranno esserci. Il 3D allora è stato pensato non come curiosità tecnologica, ma per consentire a coloro i quali possiedono una smart TV di percepirsi “dentro”, come se fossero in mezzo alla gente in piazza S. Pietro e dunque di vivere una fruizione totalmente immersiva dell’evento. Il 4K è un formato che ancora non può essere distribuito in Italia ma è stato scelto per soddisfare una delle mission del CTV che è quella della documentazione. Questo formato infatti potrà essere molto utile tra qualche anno agli storici per le loro ricerche presso gli archivi audiovisivi che presto affiancheranno le biblioteche cartacee, anzi dirò che una delle nuove frontiere della ricerca storica sarà proprio la “visual history”».

A proposito del 3D quale potrebbe essere, secondo lei, il valore aggiunto di questa tecnologia in un evento ecclesiale di così grande portata?
 «Abbiamo pensato di distribuire il segnale 3D, oltre alle case che dispongono di TV adatte, anche nei cinema che supportano la tecnologia a tre dimensioni. In questo senso fino ad oggi ci è pervenuta la richiesta da oltre venti paesi, dall’America all’Australia, di poter distribuire il segnale in oltre 600 sale cinematografiche del mondo. Ecco allora che il valore aggiunto del 3D appare evidente perché un grandissimo numero di persone potrà “vivere” l’avvenimento di piazza S. Pietro come se si trovasse realmente lì. In questo senso abbiamo scelto accuratamente dopo tre sopralluoghi la dislocazione delle 13 telecamere in 3D, oltre a quelle in HD e 4K, in modo tale da enfatizzare al massimo l’effetto tridimensionale rispettando comunque le esigenze della celebrazione liturgica».

Lei personalmente come sta vivendo l’attesa del 27 aprile?
«Beh diciamo con grande fatica perché questi incontri preparatori sono stati e sono molto complessi; con grande senso di sfida perché un evento del genere, di portata mondiale, non è mai stato realizzato in questo modo, basti pensare al fatto che verranno utilizzati ben nove satelliti mentre per le olimpiadi invernali di Sochi ne sono stati usati solo quattro; ma anche con grande tranquillità perché so di poter contare sull’intero staff del CTV che è costituito davvero da professionisti straordinari».


Pubblicato su La Sicilia mercoledì 16 Aprile 2014






giovedì 10 aprile 2014

Violini: "Sentenza demolitiva"

Nel decimo anno dall’entrata in vigore della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita un pronunciamento della Corte Costituzionale rischia seriamente di far naufragare un provvedimento che, sin dalla sua promulgazione, ha suscitato una miriade di polemiche tra coloro che vedevano in esso una sorta di argine al “far west” procreativo e coloro che invece vi ravvisavano una violazione dei diritti delle singole persone alla propria autodeterminazione. La Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale degli articoli della legge riguardanti la fecondazione eterologa che consiste nella possibilità di ricorrere a gameti “esterni” alla coppia se uno dei due partner è sterile. Abbiamo chiesto a Lorenza Violini, ordinario di Diritto Costituzionale all’Università degli Studi di Milano, che si è trovata a Catania per partecipare ad un seminario su “Europa dei diritti e della persona” organizzato dal Camplus d’Aragona, un giudizio su questa decisione della Corte Costituzionale.
Professoressa qual è la sua opinione sulla sentenza della Consulta?
«Mi sembra una sentenza molto particolare perché compie una valutazione sostanziale di alcuni articoli cardine della legge che invece a mio avviso avevano una loro razionalità. Si tratta tra l’altro di una sentenza demolitiva in quanto dichiarando incostituzionali sia l’articolo 4, sia il 9 che il 12 è come se estirpasse dalla legge tutto il divieto fino alle radici lasciando campo libero alle scelte dei singoli e dei medici e non definisce ad esempio se la donazione dei gameti deve essere gratuita o a pagamento. Non chiarisce inoltre le posizioni giuridiche del donatore rispetto al figlio e le posizioni giuridiche del padre rispetto al figlio il quale, non essendo “geneticamente” suo, può essere disconosciuto, cosa che l’articolo 9 comma 1 della legge invece proibiva. Tutto questo devo dire mi sembra un risultato abbastanza sconcertante».
Secondo lei ci troviamo di fronte ad un mutamento del concetto di madre in forza dell’arbitrio del legislatore?
«A questo punto credo di sì. Abbiamo modificato la legge e quindi abbiamo modificato un elemento sostanziale che è proprio il concetto di madre. Anche questo è un elemento sorprendente perché di norma succede il contrario: non è l’elemento giuridico a cambiare la sostanza, ma è la sostanza che cambia l’elemento giuridico. Siamo di fronte a fenomeni la cui portata in questo momento ci è oscura ed anche le conseguenze giuridiche e sociali per il momento restano oscure. Io auspico davvero che si apra un confronto forte proprio sulla sostanza delle cose, sul senso della maternità e della paternità».
Oggi manca un confronto serio a suo giudizio?
«Ne sono convinta. Oggi si stanno eliminando tute quelle barriere che l’ordinamento ha introdotto perché le ha giudicate razionali all’interno sempre di limiti naturali ma sugli effetti di questa eliminazione invece non si ragiona, non c’è un confronto semplice, serio, senza pregiudizi. Si operano, ancora una volta, interventi giurisprudenziali che agiscono palesemente sul senso della norma. Sono scelte unilaterali, che dovrebbero essere applicate al caso singolo ed invece hanno un riverbero importante sulla generalità. Questo, ancora una volta, è un fenomeno che deve far riflettere perché ultimamente ogni giudice può diventare l’arbitro della legge. Si fa presto ad abolire i limiti, ma ricostruirli poi a fronte di questioni che nel tempo dovessero emergere diventa davvero molto più complicato».
I detrattori della legge 40 affermano che le norme devono evitare di porre limiti alla libertà personale…
«Una posizione che in effetti oggi è vincente perché, secondo me, va a pescare in quella naturale ed infinita tendenza che l’uomo ha di essere felice.Ma questo desiderio infinito dell’uomo però non può coincidere con l’illimitatezza delle sue pretese, né tantomeno la legge può diventare lo strumento per rispondere a questa infinitezza de desiderio. Sono questioni che impegneranno seriamente non solo noi giuristi ma anche la società nella sua interezza.


Pubblicato su La Sicilia giovedì 10 Aprile 2014