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mercoledì 18 febbraio 2015

La restaurazione del califfato islamico e la "profezia" di Domenico Quirico

Il 9 ottobre del 2013, un mese dopo la conclusione del suo sequestro in Siria, Domenico Quirico interveniva in un incontro pubblico nella città di Lecco. Raccontando della sua vita di prigioniero delle milizie islamiche fondamentaliste l'inviato de La Stampa parlò del disegno che avevano i jihadisti di far risorgere l'antico califfato islamico che abbracciava da Oriente a Occidente l'Asia centrale e la Spagna. In quel momento le parole Isis o al Baghdadi non avevano nessun significato e forse qualcuno avrà pensato che Quirico parlasse in maniera iperbolica. Dopo poco più di un anno gli uomini neri del califfato si affacciano sulle sponde meridionali del Mediterraneo guardando verso Roma... Vale la pena allora di rileggere alcuni stralci (non rivisti dall'autore) dell'intervento di Domenico Quirico la sera del 9 ottobre 2013 in cui l'inviato de La Stampa racconta fra le altre cose la "sua" rivoluzione siriana e il suo modo di intendere il mestiere del giornalista. 

di Domenico Quirico
«Le guerre sono spesso riassunte da una foto piuttosto che da un articolo, un reportage: il soldato russo che pianta la bandiera sovietica sul Reichstag è la seconda guerra mondiale e vale più di cento libri. Io cercavo la fotografia che mi potessi portare dietro in ogni momento, in ogni luogo, in ogni istante, per non dimenticare, per continuare ad essere là [in Siria n.d.r.] anche se non ero là. C’è una mostra a Torino di un bravissimo fotografo italiano che ha vinto innumerevoli premi [Fabio Bucciarelli n.d.r.] e in questa mostra c’è una foto che è il riassunto della tragedia siriana ma non è una fotografia con dei morti. Ci sono foto tremende di uomini, donne, vecchi, bambini ridotti in polvere dalle bombe di mortaio o dai razzi dei mig. Ma non era quella la fotografia che riassumeva, per me, la tragedia che non posso e non voglio dimenticare. Si tratta invece di una fotografia scattata ad Aleppo dove si vede una vecchina che è andata a fare la spesa e cammina con il suo velo in testa un po’ curva e piegata; viene verso il fotografo in un panorama terrificante di rovine, in uno dei quartieri di Aleppo che sono stati sistematicamente e scientificamente rasi dal suolo con la gente che c’era dentro; non miliziani, non ribelli, non jiahdisti, ma gli abitanti che c’erano dentro: donne, uomini, bambini. Era gente comune che cercava di attraversare le tragedie dell’uomo e di sopravvivere. Questa gente è stata uccisa insieme alla loro città. Ebbene, questa vecchina viene avanti verso il fotografo e cammina con attorno questo cemento morto. Allora quella è la fotografia, l’immagine, il riassunto, il più bell’articolo che sia stato scritto sulla rivoluzione siriana e sulla tragedia siriana. La quotidianità del dolore, la banalità del lottare ogni giorno levandosi al mattino e andando a dormire la sera per sopravvivere. Questo per 20 milioni di uomini. A me non interessa sapere se i ribelli sono jiahdisti o no, se l’Armata siriana libera è forte o no, questo è un discorso che lascio ad altri perché non è il mio mestiere. La tragedia siriana è questa ovvietà del dolore. Allora se noi non trasformiamo quella cifra [100mila morti dall’inizio della rivoluzione n.d.r.] in un essere umano, ogni numero di quei 100mila in facce, volti, dolore, speranze, sofferenze, passioni… Allora facciamo questo: guardiamo quella fotografia e pensiamo alla vecchina che avanza verso di noi e pensiamo gli altri 100mila siriani di Aleppo, Damasco, Homs e delle altre città martoriate. Pensiamo a quello e allora capiremo e potremo cominciare a parlare, a raccontare, a pensare cosa fare per la Siria e della Siria. […] Io mi sono innamorato, uso apposta questa parola, non della rivoluzione siriana, che non è la mia rivoluzione, con cui non ho nulla da spartire; mi sono innamorato dei rivoluzionari siriani che erano dei ragazzi, che erano dei giovani. Questa è, tra le altre cose, tra le tante altre cose, come altre rivoluzioni arabe, come altre primavere arabe, una rivoluzione generazionale di giovani contro i vecchi, del giovane contro il vecchio, che erano questi regimi marci, corrotti, mafiosi, decennali: quarant’anni Gheddafi, vent’anni Ben Ali, trent’anni Mubarak. La famiglia Assad è la Siria da sempre col suo piccolo clan con cui si spartiva tutto. Allora una rivoluzione di ragazzi, che avevano lasciato le aule delle scuole medie, dell’università, insieme ai loro coetanei che erano coscritti nell’immenso esercito siriano (che si mangiava l’80% del reddito del Paese e non fa una guerra dal ’73), e hanno preso le poche armi che avevano in mano e sono insorti. Perché sono insorti? Non avevano un progetto politico, non avevano confezionato il piano per la nuova società; volevano semplicemente un mondo che fosse diverso dal mondo in cui erano obbligati a vivere da generazioni e che non sopportavano più. Ma questa è stata la prima rivoluzione siriana. Quei ragazzi non ci sono più, non ci sono più fisicamente perché sono morti nei bombardamenti contro un esercito meglio armato, equipaggiato dai russi, dai cinesi, dagli iraniani. Sono morti perché noi, cioè l’Occidente, ha voltato gli occhi dall’altra parte e ha fatto finta di non sapere cosa succedeva in quel paese. È stata una viltà, perché intervenire in Siria non era una passeggiata militare, come lo è stato invece buttare giù quel buffone senescente di Gheddafi, era un compito difficile, c’erano interessi geopolitici complessi e allora sarebbe costato caro. Abbiamo fatto finta di non sapere che quella rivoluzione, quei ragazzi, quei giovani, quei rivoluzionari, non chiamiamola ribellione ma rivoluzione siriana, quei ragazzi, che se lo sono conquistati con la vita il diritto di essere chiamati rivoluzionari, volevano una società che fosse il contrario di quella società ributtante in cui erano costretti a vivere e su cui noi abbiamo chiuso gli occhi per anni, perché con Assad abbiamo fatto dei patti, degli accordi e li ha fatti pure Israele perché gli conveniva. Allora, quei rivoluzionari sono morti annientati dall’esercito ed è venuta un’altra rivoluzione, che forse non è più una rivoluzione, è un’altra cosa. E sono venuti i jiahdisti. Perché? Chi li ha chiamati in Siria? Sono venuti perché li hanno chiamati i rivoluzionari che non ce la facevano più a battersi contro gli altri, perché non avevano le armi che noi non gli abbiamo dato. Non avevano niente, erano a mani nude contro i Mig. Li hanno chiamati perché era necessario a loro se no sarebbero stati annientati e a poco a poco da qualche decina di combattenti stranieri che c’erano ad Aleppo la prima volta che sono venuto, la terza volta che sono tornato erano diventati migliaia, gente che ha fatto altre guerre, altre insurrezioni: libici, ceceni, kirghisi: è l’internazionale islamica. Il nuovo progetto è la jihad mondiale. Noi continuiamo a chiamare l’ala radicale e islamista della rivoluzione siriana Al Qaeda: è una sciocchezza! Al Quaeda, come la immaginiamo noi, un vecchio miliardario un po’ pazzo che vive nelle caverne e dirige chissà cosa, non c’entra niente. Al Qaeda è diventata un complesso mondiale in grado di spostare combattenti perché ha un progetto politico molto preciso: la creazione del califfato islamico. La ricostituzione del califfato islamico com’era nel momento di massima espansione nel Medioevo, che andava dalla via della seta dell’Asia centrale all’Andalus, la Spagna, come la chiamano loro e che è terra d’Islam, me l’hanno ripetuto mille volte tutti quelli che ho incontrato. Questo è il progetto politico della jihad islamica che noi abbiamo rafforzato a cui noi abbiamo offerto una straordinaria occasione politica: la possibilità che per la prima volta questo progetto politico abbia uno stato nazionale. Al Qaeda, quella preistorica, non ha mai avuto uno stato: erano un gruppo di combattenti che dipendeva da altri e doveva di volta in volta mercanteggiare i suoi progetti con la gente che li ospitava. Per la prima volta il jihad ha uno stato, ha la possibilità, una volta eliminato Assad che per loro è già un capitolo chiuso, di distruggere Israele, di trasformare le ex primavere arabe in movimenti radicali ed estremisti, come in parte sta già avvenendo. Noi gli abbiamo offerto questa straordinaria occasione di avere il primo stato conficcato in uno dei cuori pulsanti del mondo, il Medio Oriente. Pensate alle frontiere della Siria: la Turchia è la porta dell’Europa, il Libano che è una specie di straordinario calderone in cui tutto può succedere, in cui vivono pressate comunità diverse, poi Israele, la Giordania e l’Iraq. Ficcato lì nasce il primo nucleo territoriale del jihad, questa è la sfida dei prossimi anni, che noi stessi, con la nostra miopia e con la nostra viltà abbiamo contribuito a creare e rafforzare. Allora il problema del radicalismo islamico che finora è stato un banalissimo, uso la parola provocatoriamente, problema di polizia e che è stato rapidamente risolto rafforzando un po’ i controlli, diventa, è già ora, un problema militare e un problema militare vuol dire che quello che non abbiamo fatto finora, cioè guardare la rivoluzione negli occhi e capire qual era la nostra rivoluzione, che noi abbiamo tradito ed ucciso, e qual era quella degli altri, dovremo affrontarla direttamente con metodi ben più dolorosi e sacrifici ben più gravi di quelli che avremmo dovuto fare se fossimo intervenuti in Siria all’inizio».


lunedì 19 gennaio 2015

Se parlare di famiglia significa essere omofobi

I bambini non sono cose che possono diventare oggetto di compravendita, l'essere maschio o femmina non è uno stereotipo culturale ma una realtà (anche) biologicamente iscritta in noi stessi fin dai primi momenti del concepimento, affermare la diversità non è discriminazione ma pone le basi della convivenza reciproca, la famiglia, che è il motore e l'ancora di salvezza dell'Italia, oggi è bistrattata e relegata in un angolo dalla politica, il vero progresso è permettere alle lavoratrici di essere madri e non il contrario. Questo un po' il nocciolo di un convegno sulla famiglia svoltosi a Milano all'auditorium Testori nella sede della regione Lombardia. Un convegno, questo sulla famiglia, bollato dai grossi media sin da subito come convegno anti-gay nel quale sarebbero state sostenute tesi “omofobe ed oscurantiste” secondo cui gli omosessuali andrebbero curati perché malati. A nulla sono valse nei giorni scorsi le proteste e le dichiarazioni pubbliche dei relatori i quali hanno più volte ribadito di non aver mai affermato nulla del genere e che il loro unico interesse era di parlare della famiglia. La famiglia che, come ha ricordato il sociologo Massimo Introvigne, uno dei relatori, è «il motore del mondo e della storia. L'Italia – ha proseguito Introvigne – tiene grazie alla famiglia: al circolo vizioso del debito pubblico si contrappone il circolo virtuoso del credito privato. L'oro del XXI secolo non è né il petrolio, né il metallo giallo ma la famiglia». Mario Adinolfi, renziano della prima ora, fondatore del PD e direttore del quotidiano La Croce, ha denunciato gli effetti nefasti della “neolingua” attraverso la quale, non accettando più il fatto che ogni essere umano ha dei limiti che la natura stessa gli impone, si vuol far passare come cosa normale e legittima la “stepchild adoption”, secondo cui un bambino e una donna possono diventare cose, oggetti di vero e proprio commercio da parte di una coppia omosessuale e non. «Una norma – ha detto Adinolfi – come quella che adesso è in discussione al Senato, che consenta di avere il “paramatrimonio” e dunque la stepchild adoption, un vero e proprio meccanismo di compravendita di un bambino per me è inaccettabile». Ed ha ribadito che le persone non sono cose e che i bambini, che sono i soggetti più deboli, hanno diritto ad avere una mamma e un papà. «È un'affermazione banale questa – ha concluso Adinolfi – eppure siamo qui a doverla ribadire e a doverci difendere!». Costanza Miriano, giornalista e scrittrice ha rivendicato orgogliosamente di essere sessista nel senso, ha spiegato, «che le differenze sono una ricchezza e non un limite e che siamo cresciuti con un'idea distorta rispetto a quella che è la realtà. È falsa infatti la visione secondo cui la donna per realizzarsi deve fare carriera e poi dopo pensare alla maternità. Occorrerebbe invece permettere alle lavoratrici di poter essere madri anche se oggi purtroppo le famiglie non sono aiutate in nessun modo, anzi sembra che lo Stato oggi tuteli maggiormente le convivenze». All'esterno intanto, in un clima surreale, decine e decine di poliziotti e carabinieri in assetto antisommossa presidiavano la zona per evitare disordini e incidenti. Ritornano alla mente le celeberrime parole del grande scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton quando più di cento anni fa scriveva che «fuochi verranno attizzati per dimostrare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate».

Pubblicato su La Sicilia lunedì 19 Gennaio 2015

mercoledì 7 gennaio 2015

Ciantia, il medico siciliano che ora "cura" i Paesi più poveri. "Tutto è partito in Uganda".

Dall'Uganda all'Expo 2015 di Milano; dalla cooperazione internazionale con una ONG italiana alla gestione di alcuni settori chiave dell'Esposizione universale, l'evento che, numeri alla mano, si preannuncia come uno dei più importanti a livello planetario in questo primo scorcio di XXI secolo. La storia di Filippo Ciantia, mamma catanese e papà di Piazza Armerina, si snoda lungo una fitta trama di incontri e di rapporti che lo hanno condotto, con moglie e figli al seguito, prima nel paese africano e poi, in maniera del tutto inaspettata, l'hanno catapultato a Milano per occuparsi dell'Esposizione universale. Abbiamo incontrato Ciantia nel quartier generale di Expo, alla periferia nord occidentale del capoluogo lombardo, nei pressi dell'area che tra qualche mese verrà visitata da milioni di persone di tutto il mondo.

Dottor Ciantia ci racconti la sua esperienza in Africa.
«Io sono medico di formazione, ho lavorato per ventinove anni in Uganda, anche se poi nel mio lavoro ho visitato abbastanza regolarmente i paesi vicini, Ruanda, Burundi, Sud Sudan, Est Congo. Ho iniziato a lavorare poi come medico nel nord dell'Uganda, in una zona molto povera e con conflitti molto importanti che sono durati a lungo. Per questo motivo, per motivi familiari e di sicurezza per me, mia moglie ed i miei figli, abbiamo dovuto spostarci a Kampala, la capitale, e da quando mi sono trasferito lì nel 1989 mi sono occupato maggiormente di programmi di cooperazione e di gestione pur mantenendo un forte legame con il settore socio sanitario».

Com'è successo che venisse chiamato a lavorare per l'Expo?
«In maniera piuttosto singolare nell'agosto 2008 ricevo una telefonata dall'allora sindaco di Milano Letizia Moratti che stranamente mi chiede se ero disponibile a lavorare alla preparazione dell'Esposizione universale occupandomi nello specifico dei paesi africani e in via di sviluppo. Successivamente si è svelato “l'arcano”, il motivo cioè per cui il sindaco fosse arrivato proprio a me. Nel periodo in cui sosteneva la candidatura di Milano come sede ospitante dell'Expo, la Moratti aveva incontrato il presidente dell'Uganda Yoweri Museveni il quale le aveva parlato molto bene di un'associazione, di nome Avsi, per la quale lavoravo e che in quel periodo dirigevo in Uganda. Moratti è rimasta molto colpita perché era la prima volta che una persona, e in special modo un presidente, le parlava così di un'organizzazione umanitaria italiana. Il Sindaco ha deciso quindi di chiamare gli uffici dell'Avsi lì in Uganda e mi ha proposto di venire a lavorare per l'Expo. Così, senza quasi sapere cosa fosse, sono arrivato nella Società organizzatrice nel luglio del 2009 e da allora mi sono interessato ai progetti di cooperazione dei Paesi in via di sviluppo occupandomi soprattutto del progetto di aiuto ai Paesi più poveri che non possono permettersi di costruire un padiglione o non possono allestirlo. Un programma di aiuto che è divenuto tradizionale da un po' di anni nelle esposizioni universali».

Lei è anche il responsabile dei cosiddetti “cluster” tematici. Può spiegare meglio di cosa si tratta?
«Nel 2009 si discuteva il piano generale per l'Expo 2015 e alla fine è emersa quella che secondo me è un'idea geniale: riproporre la pianta del “castrum”, l'accampamento romano, che ha dato l'impronta all'assetto viario di tante città italiane: due grandi assi perpendicolari, il cardo e il decumano, una grande via molto lunga, che ospiterà nei “cluster” i Paesi del mondo, e un'altra perpendicolare più corta, che ospiterà le regioni italiane. Si poneva a questo punto la questione di cosa poter offrire ai Paesi oltre al modello classico, stile fiera campionaria, dei lotti di terreno ceduti per la costruzione del proprio padiglione. È emersa pian piano l'idea di raggruppare i Paesi intorno ad un tema particolare. E qui l'altra grande intuizione è stata quella di puntare sul tema dell'Expo, “Nutrire il pianeta, energia per la vita”, cioè sull'agricoltura, sulla nutrizione e sulla sostenibilità. Quindi anche il raggruppamento dei vari Paesi del mondo doveva avvenire secondo criteri tematici attinenti al grande tema. Siamo partiti con una quindicina di proposte ma alla fine dialogando con i Paesi e ricevendo anche le loro proposte, siamo arrivati ad individuare nove “cluster” tematici: spezie, riso, isole mare e cibo, frutta e legumi, caffè, cioccolato, cereali e tuberi, zone aride ed infine bio Mediterraneo. È nata così l'idea di realizzare un villaggio tematico, un villaggio nel quale ogni Paese avrà il suo spazio espositivo “privato” ma che avrà anche delle aree comuni, pubbliche, ristoranti, mostre, mercati, aree di spettacolo e di eventi. Il cluster sarà un villaggio vivo».

Il bio Mediterraneo è forse il “cluster” che, come siciliani, ci tocca più da vicino. Può raccontare com'è nata quest'idea?
«Il Commissario generale libanese Simon Jabbour, ci ha scritto un giorno dicendoci che non si poteva non fare un “cluster” dedicato al Mediterraneo. Dedicato però al bio Mediterraneo, ha sottolineato Jabbour, perché secondo lui il Mediterraneo va oltre una questione meramente geografica. Noi invece volevamo evitare di realizzare padiglioni globali e geografici cercando di farli invece più tematici ed individualizzati e per questo avevamo deciso di non trattare il Mediterraneo in quanto entità geografica. Jabbour ci ha invece mostrato come il Mediterraneo sia in realtà un messaggio, un incontro di civiltà, di cultura, di religioni, di continenti, quindi di ecosistemi, e soprattutto è il padre della dieta Mediterranea, un patrimonio dell'umanità. E la Sicilia ha deciso di interessarsi al bio Mediterraneo proprio perché è al centro di questo mare, un mare d'incontro e di dialogo. E poi, se siamo sinceri, la Sicilia è sempre stata un luogo d'incontro, un melting pot che passando dai Fenici, che portarono lì l'olivo dal Libano, arriva agli Arabi, ai Normanni... L'idea di questa Esposizione universale è proprio quella di promuovere l'agricoltura, la nutrizione sana, ma che nasce da un territorio ben preciso, un territorio che è portatore di cultura, di valori, di bellezza e di armonia. E nel “cluster” del Mediterraneo la Sicilia è davvero un simbolo!».

Pubblicato su La Sicilia sabato 29 Dicembre 2014


mercoledì 8 ottobre 2014

"Piazza dei Mestieri" per mettere a frutto il talento dei giovani

[foto archivio piazza dei mestieri]
Una giornata alla “Piazza dei Mestieri” di Torino con Salvo, Giovanni, Ivan, Danilo, Ilenia, Noemi, Lucia, Alfina, Samuel, Martina, Siria e Francesco, giovanissimi catanesi che, come molti loro coetanei, iniziano ad affacciarsi alla vita adulta portando dentro di sé un grande desiderio di realizzazione. Non frequentano una scuola, pur essendo molti ancora in obbligo scolastico, perché i percorsi formativi “tradizionali” non coincidono con le loro naturali inclinazioni oppure perché un fallimento scolastico ha ingenerato un rifiuto verso qualsiasi tipo di scuola. A guardarli bene però questi ragazzi non sembrano affatto depressi o rassegnati anzi mostrano quasi una baldanza ingenua quando ti raccontano quello che desiderano fare “da grandi”. E la strada che percorreranno da grandi in un certo senso è un sentiero già tracciato perché ciascuno di loro si sta preparando chi a diventare termoidraulico, chi chef, chi acconciatore, chi estetista, chi barman. La formazione professionale rimane dunque l'unica valida alternativa ai percorsi scolastici tradizionali capace di arginare il fenomeno drammatico della dispersione scolastica che spesso, come un effetto domino, genera esiti nefasti primariamente nei giovani e poi nella società civile. La Fondazione Piazza dei Mestieri è nata dieci anni fa a Torino proprio per rispondere a questa sfida che è in primo luogo educativa. Racconta Dario Odifreddi, Presidente della Fondazione, che uno dei motivi per i quali è nata la “Piazza” è stato proprio quello di accorgersi con dolore che «tanti giovani si perdevano per strada senza poter mettere a frutto i loro talenti. Abbiamo pensato così di costruire un luogo capace di accoglierli e di accompagnarli nel loro percorso educativo e nel loro inserimento nel mondo del lavoro». Un modello di inclusione sociale rivolto ai minori questo della “Piazza”, che attraverso il sistema duale scuola-lavoro, ha introdotto nel mondo delle professioni migliaia di ragazzi. Un modello che si è rivelato “esportabile” tanto è vero che da qualche anno, in partnership con “Archè”, Ente di Formazione accreditato presso la regione siciliana, la “Piazza” è sbarcata a Catania. E proprio in occasione della settimana di festeggiamenti per il decennale i dodici giovani catanesi, in rappresentanza di tutti i loro compagni dei vari corsi, si sono ritrovati a Torino nella sede storica della “Piazza dei Mestieri”. Ed è proprio in quel luogo che li abbiamo incontrati, nella piazza della “Piazza”, la grande corte interna nella quale ogni giorno sciamano centinaia di ragazzi che si avviano verso le proprie aule o verso i laboratori dove imparano il mestiere con il quale si guadagneranno da vivere. Chiediamo loro che cosa li ha colpiti maggiormente della “Piazza” di Torino e la risposta quasi unanime è che «qui è più grande e ci sono molte più cose». Ma subito uno dei ragazzi ci tiene a precisare che «anche se a Catania la “Piazza” è più piccola impariamo tanto e siamo ogni giorno aiutati a capire cos'è il lavoro, come dobbiamo comportarci nel luogo di lavoro e come rapportarci con le altre persone». È l'impronta di un modello vincente che si è fatto strada in questi anni e che prima ancora di insegnare una tecnica punta tutto sull'umanità di ogni ragazzo sfidandola e cercando di far emergere il meglio di ciascuno. Questa dinamica diciamo così “affettiva” si riverbera poi nel modo di cucinare un piatto, di fare un caffè, di aggiustare un motore o di fare un'acconciatura; perfino pulire dopo aver utilizzato la propria postazione di lavoro diventa un'occasione di crescita personale. C'è però un altro aspetto che colpisce i giovani catanesi, un aspetto che, dicono, vorrebbero vedere presto realizzato anche a Catania. La “Piazza dei Mestieri” a Torino non è solo un luogo in cui si impara un mestiere, ma è anche allo stesso tempo il luogo in cui questo mestiere può essere messo subito a frutto. E così i ragazzi del corso per chef ad esempio cucinano per i loro compagni che all'ora di pranzo vanno a mangiare in mensa; oppure i ragazzi del servizio bar lavorano al birrificio o al ristorante “La Piazza”, aperto al pubblico sette giorni su sette. Per non parlare poi del laboratorio nel quale i ragazzi lavorano la cioccolata che viene venduta lì direttamente. È l'idea dei prodotti a “chilometro zero” oggi così tanto in voga e che ha reso negli anni la Piazza dei Mestieri un vero e proprio punto di riferimento per tutta la città di Torino e i suoi abitanti. Ecco spiegato quell'85% di giovani che, dopo aver ottenuto la qualifica professionale al termine del ciclo di studi alla “Piazza dei Mestieri” si inseriscono immediatamente nel mondo del lavoro. Ma a Catania, dove il numero delle imprese legate al territorio è minore rispetto a Torino, dove le politiche regionali relative alla formazione professionale sono un disastro  tutto questo sarà possibile? «Le possibilità che questo accada anche a Catania ci sono – dice ancora il Presidente Odifreddi – perché anche lì ci sono una serie di rapporti che in questi anni sono nati, che si sono sviluppati con le imprese e anche con agenzie territoriali legate al mondo del turismo. Quello di cui ci sarebbe veramente bisogno prima di ogni altra cosa però è la stabilizzazione del quadro, cioè avere la certezza che in un periodo ragionevole ci sia la possibilità che il percorso formativo abbia una sua continuità. Se un padre e una madre hanno un figlio adolescente che vuol intraprendere la formazione professionale faranno molta fatica a sostenere un percorso che non si sa se avrà un termine: sarebbe come iscrivere un figlio a scuola con l'incognita però che l'anno prossimo potrebbe non attivarsi la classe successiva. Questa è la cosa più urgente da fare; dopo ci sono le procedure, gli aspetti burocratici, i pagamenti, ma la cosa più importante in questo momento è consolidare il quadro». Una speranza che anima anche i dodici giovani catanesi che prima di salutarci ci dicono: «Speriamo che la “Piazza” di Catania diventi come quella di Torino».

Pubblicato su La Sicilia lunedì 6 Ottobre 2014

martedì 30 settembre 2014

Piazza dei Mestieri, in 10 anni 3mila studenti: l'85% lavora

[foto: ilsussidiario.net]
La formazione professionale è spesso un Leviatano che fagocita risorse economiche, tempo ed energie. Perduti tra progetti da stilare, ritardi nei pagamenti, discussioni infinite della politica locale sui modelli da adottare, molti enti di formazione finiscono per essere inesorabilmente stritolati dagli ingranaggi della burocrazia. Per non parlare poi di quegli enti il cui unico scopo è quello di arraffare i finanziamenti riducendo la “formazione professionale” a mero slogan. A farne le spese in prima persona, evidentemente, sono quei giovani che vorrebbero imparare un mestiere per potersi affacciare al mondo del lavoro e alla vita adulta e che invece sono costretti ad attendere, sfaccendati. Per fortuna la musica non è sempre così. Esistono degli enti di formazione professionale che, pur tra enormi difficoltà, lavorano in maniera impeccabile e soprattutto garantiscono ai ragazzi che vi si iscrivono un'ottima formazione e una reale possibilità di imparare. È il caso ad esempio della “Piazza dei Mestieri” nata a Torino ma attiva già da qualche anno anche a Catania, un'impresa sociale educativa la cui mission è proprio quella di aiutare ragazzi di età compresa tra i 14 e i 18 anni (molti dunque ancora in obbligo scolastico) ad imparare un mestiere e ad inserirsi così nel mondo del lavoro. I numeri parlano chiaro: in dieci anni di attività della Fondazione “Piazza dei Mestieri” 3000 ragazzi hanno frequentato i corsi professionali e circa l'85% di essi hanno trovato lavoro al termine del percorso formativo. A Catania, dove la “Piazza” è presente dal 2011, gli iscritti ai corsi sono stati circa 400. Non è un caso dunque che la Fondazione “Piazza dei Mestieri” sia stata annoverata nell'Olimpo degli istituti d'eccellenza assieme ad altre realtà che hanno fatto diventare rivoluzionaria un'idea vecchia e quasi scontata: imparare un mestiere stando in classe, alternando alle ore di lezione teorica un congruo numero di ore da trascorre in laboratorio mettendo le mani in pasta, in alcuni casi letteralmente, nel proprio lavoro. La Fondazione “Piazza dei Mestieri” quest'anno spegne dieci candeline e nella sede storica di Torino si prepara una settimana di festeggiamenti ricca di incontri, dibattiti e momenti conviviali ai quali parteciperà anche un drappello di studenti catanesi. Ma dove sta il segreto del successo di un'opera del genere? Forse sta nel modo di guardare ogni singolo ragazzo e considerarlo – come ebbe a dire una volta Cristiana Poggio, vice presidente della Fondazione – «la cosa più importante dell'universo».

Pubblicato su La Sicilia lunedì 29 Settembre 2014

mercoledì 17 settembre 2014

Se il campo sportivo del carcere si trasforma in teatro all'aperto

(foto Davide Anastasi)
Chissà come avrebbe reagito Luigi Pirandello se gli avessero detto che un giorno una delle sue novelle sarebbe stata messa in scena in un carcere e che gli attori sarebbero stati proprio gli stessi detenuti? Eppure della compagnia teatrale, assolutamente sui generis, che lungo il corso degli anni si è venuta formando nella casa circondariale di piazza Lanza non ci si dovrebbe ormai sorprendere più di tanto. Dopo il “Barabba” del premio nobel svedese Lagerkvist questa volta è stato il turno de “La giara”, una commedia famosissima del premio nobel agrigentino. La tematica apparentemente più “leggera” rispetto alle precedenti rappresentazioni non deve trarre in inganno perché nella commedia infatti emergono chiaramente alcuni temi fondamentali della poetica pirandelliana. Eppure nel cortile del carcere, adibito di solito a campetto sportivo ma trasformato per l'occasione in un teatro all'aperto, si ride delle disavventure del povero don Lolò Zirafa alle prese con Zi' Dima Licasi e attorniato dagli altri personaggi della commedia: l'avvocato Scimè, 'Mpari Pè, Tararà, Fillicò, 'gnà Tana e il mulattiere. Dialoghi tutti rigorosamente in dialetto siciliano nei quali si colgono le varie sfumature, dagli accenti però inconfondibili, del catanese, del paternese o dell'adranita. Ciliegina sulla torta: il detenuto straniero che per l'occasione ha imparato a recitare in dialetto! Il merito va sicuramente agli attori-detenuti che, in un lasso di tempo brevissimo, hanno imparato il copione e si sono calati perfettamente nelle parti loro assegnate cimentandosi con un testo di non semplice resa scenica grazie anche alla sapiente regia del professore Alfio Pennisi, preside del Liceo Spedalieri con la collaborazione del dott. Giuseppe Avelli, responsabile dell'area educativa del carcere e grazie anche all'aiuto fattivo di tanti volontari che hanno contribuito alla realizzazione della scenografia e dei costumi. «Il laboratorio teatrale, giunto ormai al terzo anno, è – come sottolineato dal comandante Salvatore Tramontana – una delle attività che coinvolge maggiormente i carcerati». Emblematica proprio la rappresentazione della commedia pirandelliana alla quale hanno assistito contemporaneamente tutti i detenuti del carcere, oltre trecento persone, e che ha costituito una novità assoluta per piazza Lanza. «Il segno di un rapporto di fiducia – ha sottolineato la dott.ssa Elisabetta Zito, direttore della struttura – che negli anni è andato via via rinforzandosi tra volontari, personale carcerario e detenuti». La messa in scena de “La giara” è coincisa anche con un avvenimento particolare: il cappellano del carcere, mons. Francesco Ventorino, ha da poco compiuto sessant'anni di sacerdozio ed è a lui che i detenuti hanno voluto dedicare la piéce teatrale. Fino a qualche anno fa – ha detto mons. Ventorino ai detenuti – mai avrei immaginato di festeggiare i miei 60 anni di sacerdozio in questo luogo così bello. Ed è bello perché qui l'inevitabile pena della detenzione, che vi priva della libertà, si accompagna ad una attenzione a non rendere ancora più gravosa questa pena a cui siete sottoposti. Questo è un luogo umanissimo dove la vostra umanità dolorante si incontra con l'umanità cristiana di chi vi sorveglia perché nel cristianesimo l'uomo non perde mai la sua dignità qualunque delitto commetta».

Pubblicato su La Sicilia mercoledì 17 settembre 2014

domenica 31 agosto 2014

"Periferie di vita sono le persone ai margini"



“Verso le periferie del mondo e dell’esistenza. Il destino non ha lasciato solo l’uomo” è il titolo dell’edizione 2014 del Meeting di Rimini, la grande kermesse politico-culturale che ad agosto si svolge nella città adriatica e che quest’anno ha tagliato il traguardo delle trentacinque edizioni. Un tema, quello delle periferie, assai caro a papa Francesco ed al quale egli si è richiamato fin dall’inizio del suo pontificato un anno e mezzo fa ma anche un tema che spesso è stato interpretato in modo non del tutto corretto se non addirittura sbagliato rispetto alle intenzioni originarie del papa. Ospite del Meeting è stato padre Antonio Spadaro, sacerdote gesuita e direttore de La Civiltà Cattolica, il quale conosce bene il suo “confratello” Bergoglio e che abbiamo incontrato lungo i padiglioni della fiera che ospita la manifestazione riminese.

Padre Spadaro il titolo di questa edizione del Meeting come risponde, secondo lei, alle preoccupazioni che stanno più a cuore al Papa?
«Il titolo del Meeting si sofferma sulle periferie e questo è un tema centrale nel pensiero di papa Francesco il quale ama vedere la realtà in maniera poliedrica. Egli ha detto più volte infatti di non amare, geometricamente, parlare di sfera perché nella sfera tutti i punti sono equidistanti dal centro: si tratta alla fine – sostiene il papa – di una omologazione. Il poliedro invece è sfaccettato ed ogni faccia è originale ed ha una sua disposizione differente rispetto al centro. Il concetto di periferia è in realtà un concetto complesso perché il Papa con “periferia” vuole intendere la realtà, quella realtà che è appunto sfaccettata, ricca, complessa; l’abbiamo visto proprio in questi giorni con il recente viaggio in Corea… Francesco ha avuto l’intuizione spirituale di accettare immediatamente l’invito ad andare lì perché in fondo la penisola coreana è un fascio di frontiere nel quale confluiscono tutte le tensioni del Novecento. Vivere la periferia secondo il Papa significa vivere la realtà con una prospettiva differente carica di attenzione e di cura per tutto ciò che di solito non cade sotto gli occhi distratti dei più. La periferia allora è la vita stessa e le periferie sono le persone poste ai margini. Secondo Bergoglio quindi guardare la realtà secondo questa prospettiva non è un punto di vista ma un punto di vita. Il Meeting centrandosi sulle periferie intende avere questo sguardo originale sulla realtà».

Il titolo del suo intervento qui a Rimini è “La verità è un incontro”. Oggi però sembra che la questione della verità sia diventata un terreno di scontro in cui entrano in conflitto due modi o meglio, due mondi contrapposti di concepire la realtà, la vita, la spiritualità. Cosa vuol dire allora che la verità è un incontro?
«L’approccio di Francesco è un approccio radicalmente  pastorale. Questo significa che per lui la verità non è da considerare come un’enciclopedia di contenuti o di valori e nemmeno un’enciclopedia di valori e di battaglie da compiere in nome di questi principi. Per il papa la verità è l’incontro personale con il Signore, la percezione dell’attrattiva Gesù come la definiva don Giussani in un suo libro. La verità del Signore si dà esattamente in quest’incontro e non in un’elencazione astratta di idee e principi. Comunicare il Vangelo alle persone significa aiutarle ad incontrare questa sorpresa. L’incontro con Cristo genera poi una capacità di incontrare l’altro che è veramente di grande apertura. Il papa, soprattutto durante il viaggio in Corea nel discorso ai vescovi dell’Asia, ha fatto un passo avanti nel concetto di dialogo, superandolo addirittura, e parlando di empatia. Ha detto con grande chiarezza che l’obiettivo non è solo ascoltare l’altro ma accoglierlo nella propria casa cogliendo quello che il suo cuore dice al di là delle parole che esprime. Si capisce allora che il papa arriva ad un livello molto profondo di incontro dove ci si trova davanti ad una apertura assolutamente radicale nei confronti dell’altro. La certezza interiore che la verità è un incontro diventa inoltre qualcosa che assume anche una valenza politica».
  
In che senso politica? 
 «Quando il papa ha visitato la Terra Santa, ad esempio, ha evitato completamente di porsi nella simmetria geometrica dello schema vittima-carnefice ed ha imposto invece un altro schema che è quello dell’amicizia. L’incontro simbolicamente culminante di quel viaggio è stato l’abbraccio davanti al Muro del pianto tra Francesco, il rabbino Skorka e l’islamico Omar Abboud. Ma non è stato appena l’incontro tra un cristiano, un ebreo ed un musulmano ma è stato l’incontro fra tre amici! Il papa ha quindi imposto il livello dell’amicizia in luogo in cui di per sé avrebbe dovuto prevalere l’incontro di tipo istituzionale-diplomatico. La diplomazia, che pure è necessaria, ha un elemento di ipocrisia, l’amicizia invece ne è completamente priva. Impostando le relazioni sulla base dell’incontro di amicizia, saltando tutte le mediazioni, il papa ha dato una forma al modo di affrontare il conflitto, una forma che è originale e profetica, basata su realtà umane comprensibilissime da tutti».


Pubblicato su La Sicilia sabato 30 Agosto 2014