Dall'Uganda all'Expo 2015 di Milano;
dalla cooperazione internazionale con una ONG italiana alla gestione
di alcuni settori chiave dell'Esposizione universale, l'evento che,
numeri alla mano, si preannuncia come uno dei più importanti a
livello planetario in questo primo scorcio di XXI secolo. La storia
di Filippo Ciantia, mamma catanese e papà di Piazza Armerina, si
snoda lungo una fitta trama di incontri e di rapporti che lo hanno
condotto, con moglie e figli al seguito, prima nel paese africano e
poi, in maniera del tutto inaspettata, l'hanno catapultato a Milano
per occuparsi dell'Esposizione universale. Abbiamo incontrato Ciantia
nel quartier generale di Expo, alla periferia nord occidentale del
capoluogo lombardo, nei pressi dell'area che tra qualche mese verrà
visitata da milioni di persone di tutto il mondo.
Dottor Ciantia ci racconti la sua
esperienza in Africa.
«Io
sono medico di formazione, ho lavorato per ventinove anni in Uganda,
anche se poi nel mio lavoro ho visitato abbastanza regolarmente i
paesi vicini, Ruanda, Burundi, Sud Sudan, Est Congo. Ho iniziato a
lavorare poi come medico nel nord dell'Uganda, in una zona molto
povera e con conflitti molto importanti che sono durati a lungo. Per
questo motivo, per motivi familiari e di sicurezza per me, mia moglie
ed i miei figli, abbiamo dovuto spostarci a Kampala, la capitale, e
da quando mi sono trasferito lì nel 1989 mi sono occupato
maggiormente di programmi di cooperazione e di gestione pur
mantenendo un forte legame con il settore socio sanitario».
Com'è
successo che venisse chiamato a lavorare per l'Expo?
«In
maniera piuttosto singolare nell'agosto 2008 ricevo una telefonata
dall'allora sindaco di Milano Letizia Moratti che stranamente mi
chiede se ero disponibile a lavorare alla preparazione
dell'Esposizione universale occupandomi nello specifico dei paesi
africani e in via di sviluppo. Successivamente si è svelato
“l'arcano”, il motivo cioè per cui il sindaco fosse arrivato
proprio a me. Nel periodo in cui sosteneva la candidatura di Milano
come sede ospitante dell'Expo, la Moratti aveva incontrato il
presidente dell'Uganda Yoweri Museveni il quale le aveva parlato
molto bene di un'associazione, di nome Avsi, per la quale lavoravo e
che in quel periodo dirigevo in Uganda. Moratti è rimasta molto
colpita perché era la prima volta che una persona, e in special modo
un presidente, le parlava così di un'organizzazione umanitaria
italiana. Il Sindaco ha deciso quindi di chiamare gli uffici
dell'Avsi lì in Uganda e mi ha proposto di venire a lavorare per
l'Expo. Così, senza quasi sapere cosa fosse, sono arrivato nella
Società organizzatrice nel luglio del 2009 e da allora mi sono
interessato ai progetti di cooperazione dei Paesi in via di sviluppo
occupandomi soprattutto del progetto di aiuto ai Paesi più poveri
che non possono permettersi di costruire un padiglione o non possono
allestirlo. Un programma di aiuto che è divenuto tradizionale da un
po' di anni nelle esposizioni universali».
Lei
è anche il responsabile dei cosiddetti “cluster” tematici. Può
spiegare meglio di cosa si tratta?
«Nel
2009 si discuteva il piano generale per l'Expo 2015 e alla fine è
emersa quella che secondo me è un'idea geniale: riproporre la pianta
del “castrum”, l'accampamento romano, che ha dato l'impronta
all'assetto viario di tante città italiane: due grandi assi
perpendicolari, il cardo e il decumano, una grande via molto lunga,
che ospiterà nei “cluster” i Paesi del mondo, e un'altra
perpendicolare più corta, che ospiterà le regioni italiane. Si
poneva a questo punto la questione di cosa poter offrire ai Paesi
oltre al modello classico, stile fiera campionaria, dei lotti di
terreno ceduti per la costruzione del proprio padiglione. È emersa
pian piano l'idea di raggruppare i Paesi intorno ad un tema
particolare. E qui l'altra grande intuizione è stata quella di
puntare sul tema dell'Expo, “Nutrire il pianeta, energia per la
vita”, cioè sull'agricoltura, sulla nutrizione e sulla
sostenibilità. Quindi anche il raggruppamento dei vari Paesi del
mondo doveva avvenire secondo criteri tematici attinenti al grande
tema. Siamo partiti con una quindicina di proposte ma alla fine
dialogando con i Paesi e ricevendo anche le loro proposte, siamo
arrivati ad individuare nove “cluster” tematici: spezie, riso,
isole mare e cibo, frutta e legumi, caffè, cioccolato, cereali e
tuberi, zone aride ed infine bio Mediterraneo. È nata così l'idea
di realizzare un villaggio tematico, un villaggio nel quale ogni
Paese avrà il suo spazio espositivo “privato” ma che avrà anche
delle aree comuni, pubbliche, ristoranti, mostre, mercati, aree di
spettacolo e di eventi. Il cluster sarà un villaggio vivo».
Il
bio Mediterraneo è forse il “cluster” che, come siciliani, ci
tocca più da vicino. Può raccontare com'è nata quest'idea?
«Il
Commissario generale libanese Simon Jabbour, ci ha scritto un giorno
dicendoci che non si poteva non fare un “cluster” dedicato al
Mediterraneo. Dedicato però al bio Mediterraneo, ha sottolineato
Jabbour, perché secondo lui il Mediterraneo va oltre una questione
meramente geografica. Noi invece volevamo evitare di realizzare
padiglioni globali e geografici cercando di farli invece più
tematici ed individualizzati e per questo avevamo deciso di non
trattare il Mediterraneo in quanto entità geografica. Jabbour ci ha
invece mostrato come il Mediterraneo sia in realtà un messaggio, un
incontro di civiltà, di cultura, di religioni, di continenti, quindi
di ecosistemi, e soprattutto è il padre della dieta Mediterranea, un
patrimonio dell'umanità. E la Sicilia ha deciso di interessarsi al
bio Mediterraneo proprio perché è al centro di questo mare, un mare
d'incontro e di dialogo. E poi, se siamo sinceri, la Sicilia è
sempre stata un luogo d'incontro, un melting pot che passando dai
Fenici, che portarono lì l'olivo dal Libano, arriva agli Arabi, ai
Normanni... L'idea di questa Esposizione universale è proprio quella
di promuovere l'agricoltura, la nutrizione sana, ma che nasce da un
territorio ben preciso, un territorio che è portatore di cultura, di
valori, di bellezza e di armonia. E nel “cluster” del
Mediterraneo la Sicilia è davvero un simbolo!».
Pubblicato su La Sicilia sabato 29 Dicembre 2014


Nessun commento:
Posta un commento