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sabato 23 marzo 2013

Cristo, mistero del male e poesia

Sette figure a grandezza naturale, sette statue di terracotta; sei di queste disposte attorno all’unica figura posta al centro, distesa. Chi si trovasse a visitare la chiesa di Santa Maria della Vita a Bologna, non molto lontano da piazza Maggiore, si imbatterebbe in questa scena in cui è rappresentato uno dei capolavori della scultura italiana quattrocentesca, un’opera che ha suscitato addirittura l’ammirazione di poeti come Gabriele d’Annunzio: il “Compianto sul Cristo morto” di Niccolò dell’Arca. Tre statue raffigurano le Marie che quasi si avventano sul corpo esanime di Cristo steso a terra, con i loro volti che sembrano gridare il dolore e lo stupore per la morte di Dio. Al centro, muto e quasi rassegnato, si trova Giovanni e ad un’estremità del semicerchio sta Nicodemo, che pare distogliere lo sguardo da quel corpo morto. Davide Rondoni è poeta e scrittore, ha fondato e dirige il Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna ma soprattutto è bolognese, se non di nascita quanto meno d’adozione. Ispirandosi al gruppo statuario di Santa Maria della Vita ha scritto un testo, una sorta di meditazione poetica, creato appositamente per essere letto pubblicamente. Per questo motivo sabato 23 marzo Rondoni sarà a Catania e, nella splendida cornice di S. Francesco all’Immacolata, reciterà i suoi versi.
Com’è nata l’idea di scrivere sul “Compianto”?
«La vista del “Compianto” suscita un contraccolpo ed una commozione intensi in chiunque, fedele o semplice curioso, vi si accosti con il cuore aperto. Il mistero del dolore trova lì, nella tragedia di Cristo morto, il suo apice ed il suo fiore, nonché la sua resurrezione. Proprio da questo sguardo è nato “Compianto, vita”».
Che cos’è che ha inteso comunicare attraverso questi versi?
«Ho scritto questo testo non appena per comunicare qualcosa, altrimenti avrei potuto benissimo fare un articolo, invece ho voluto mettere a fuoco, penetrare con tutto il magone, la violenza e la mancanza di pudore possibili, l’oggetto verso il quale mi sono rivolto. Si scrive per conoscere, e si comunica, anche senza volerlo, questa tensione».
Poesia e scultura: che significa per un poeta accostarsi ad un’altra forma d’arte?
«Significa, come sempre, ascoltare un suggerimento che arriva da altro da sé. Che sia un albero, un volto o un'opera d'arte, non cambia».
In un contesto storico come quello che stiamo vivendo, per tanti versi oscuro e confuso, cosa può dire all’uomo di oggi la Passione di Cristo? E in cosa l’uomo può riporre la propria speranza?
«Come sempre nelle epoche in cui la cultura e il pensiero dominante spacciano l'idea di un uomo astratto, che è “a posto” perché sa assumere il controllo della creazione e di sé, l'ideale finto dell'equilibrio, della onnipotenza economica o politica, ecco che il dolore e il male restano lo scandalo che si tende ad occultare, il mistero che si tende a esorcizzare o ad evitare. Non è un caso che tutti i grandi scrittori della cosiddetta modernità si concentrino sul mistero del male presente, da Leopardi a Baudelaire, da Conrad a Dostoevskij, fino alla O'Connor, Carver, Roth e Ungaretti... Insomma, mettono il viso nello scandalo. Quello che Gesù ha assunto e vinto nell'unico modo in cui persino un Dio può vincerlo. Attraversandolo».


 Pubblicato su La Sicilia giovedì 22 Marzo 2013



giovedì 28 febbraio 2013

La Chiesa "cioiosa" e la tristezza e la commozione del distacco

Il bus a due piani proveniente da Roma arriva a Catania in perfetto orario alle 19:20. Deve ripartire per la capitale tra dieci minuti, il tempo di far salire i passeggeri e caricare i bagagli. Qualcuno è in ritardo, però ha già pagato la sua prenotazione quindi è giusto che li si attenda un po’. L’autista, indispettito per il ritardo che si sta accumulando, richiama i passeggeri ancora in piedi a bordo con un urlaccio e li invita energicamente a prendere posto. Infine, con mezz’ora di ritardo, si parte. Certo, un pullman non è il mezzo più rapido, né tantomeno comodo per fare un viaggio da Catania verso la Città Eterna. Ma il motivo è talmente eccezionale che può giustificare anche una notte passata quasi in bianco e un mal di schiena incipiente: l’ultima udienza generale di Benedetto XVI prima della fine del pontificato, fissata da lui stesso il 28 febbraio. Si tratta dell’ ultima uscita “pubblica” del Papa e già da molti giorni si era stabilito di farla in piazza S. Pietro in previsione di un bagno di folla desiderosa di rendere omaggio ad un grande Papa. Che ci si aspetta davvero tanta gente lo si capisce dal fatto che alle 06.50 del mattino l’autobus preso alla stazione Termini e diretto verso il Vaticano viene bloccato all’altezza di Castel S. Angelo costringendo tutti gli occupanti a scendere ed a proseguire a piedi lungo via della Conciliazione trasformata per l’occasione in una gimkana di transenne e nastri. L’accesso alla piazza è lento perché le misure di sicurezza sono state rafforzate. Molti hanno in mano un cartoncino rosso, il pass, ma intorno si vedono anche sguardi preoccupati e interrogativi: sono quelli di coloro che non ce l’hanno e che temono di stare facendo inutilmente una fila kilometrica. In realtà l’accesso alla piazza, almeno da un certo punto in poi, oggi è libero e dunque, dopo essere stati controllati, si entra. Non sono nemmeno le 07.30, mancano ancora tre ore all’arrivo del Papa, eppure già mezza piazza e il sagrato rigurgitano di persone festanti e in attesa. Qualcuno si domanda chi sarà il prossimo Papa, un gruppetto di indiani insieme ad alcuni sudafricani intonano canti per Benedetto XVI scanditi dal suono delle vuvuzelas. Tantissime le bandiere che sventolano nel cielo, oggi di un azzurro intenso: ci sono i bavaresi, accorsi in migliaia a salutare il “loro” Papa, ma spiccano pure la bandiera libanese, quella giordana e, soprattutto, quella siriana. Innumerevoli gli striscioni dove le parole che ricorrono più spesso sono “grazie” e “ti vogliamo bene”. C’è chi invoca come successore di  Benedetto XVI lo stesso Benedetto XVI, chi addirittura, forzando i canoni, lo vorrebbe “santo… prima”. È un legame familiare, affettuoso quello che lega gli oltre centocinquantamila della piazza a Benedetto XVI. C’è la tristezza e la commozione del distacco, qualcuno mentre il Papa parla tira su col naso ripetutamente e si passa un fazzoletto sugli occhi umidi, ma c’è anche la coscienza  di appartenere ad un corpo vivo che è la Chiesa nella “cioiosa” certezza che il Signore è sempre con noi.


Pubblicato su La Sicilia giovedì 28 Febbraio 2013

giovedì 21 febbraio 2013

"L'infanzia di Gesù" tra teologia e storia

Scriveva Ludwig Wittgenstein che il cristianesimo è la descrizione di un evento reale nella vita dell’uomo. Difficile dunque non fare i conti con la figura di Cristo: l’ultimo libro del Papa ha contribuito di certo ad alimentare il dibattito, scuotere le coscienze, tendere gli animi verso l’evento che ha introdotto la più sconvolgente novità nel mondo: Dio fatto carne. Recentemente, presso il dipartimento di Scienze Umanistiche, a cura dell’associazione “Centro Culturale di Catania” si è svolto l’incontro di presentazione del testo di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI “L’infanzia di Gesù”, che ha visto protagonisti Antonio Di Grado, docente di Letteratura italiana presso l’Ateneo catanese, e Salvatore Scribano, cappellano del Policlinico Universitario. Di Grado, “letterato onnivoro e cristiano dilemmatico”, ha posto subito l’accento sulla compresenza dell’intento divulgativo e del rigore storico-filologico all’interno dell’opera ratzingeriana, in cui la semplicità di un linguaggio accessibile a tutti fa tutt’uno con la competenza del teologo e questa compenetrazione viene messa a servizio di idee forti e dimostrabili. Una di queste è certamente quella della continuità fra tradizione ebraica e tradizione cristiana: nella persona di Cristo si avverano le antiche promesse al popolo d’Israele e gli evangelisti Matteo, ma soprattutto Luca, attraverso la descrizione degli eventi della nascita di Gesù vogliono mettere in luce proprio questo legame. Ma c’è di più: in quel punto lontanissimo della periferia dell’impero romano la misericordia di Dio ha incrociato la storia dell’uomo, non solo quella del popolo d’Israele. Nei racconti dell’infanzia, ha sottolineato Scribano, la fonte non può essere stata il Gesù storico perché evidentemente egli non ha mai parlato della sua fanciullezza. Questi racconti provengono dall’ambiente familiare vicino a Gesù e il Papa nel suo lavoro ha portato avanti una precomprensione, come del resto fa ogni storico serio, prendendo sul serio queste narrazioni. Nei Vangeli bisogna sottolineare però che l’interesse storico per i fatti descritti va di pari passo con quella che potremmo chiamare la “traslucenza” della grande Presenza: il protagonista di quei racconti, Gesù, è il luogo fisico, carnale, di questa “traslucenza” di Dio, che affiora e si fa conoscere.


Pubblicato su La Sicilia giovedì 14 Febbraio 2013

giovedì 31 gennaio 2013

L'apostasia dei moderni sconfitta da un fatto

È divenuto un “dogma” della modernità l’adagio che la fede, specialmente quella cristiana, e la ragione sono assolutamente inconciliabili. Si sostiene infatti che la fede è frutto di un atteggiamento emotivo e sentimentale, quasi una sorta di “rifugio interiore”, verso la realtà quotidiana che a volte è incomprensibilmente drammatica e sfugge alle maglie fitte di una ragione che vuole aggiogare ogni aspetto della vita alla sua misura. Ma anche per molti cristiani Gesù è divenuto semplicemente un grande uomo del passato: il dramma del cristianesimo oggi, sosteneva il filosofo francese Emmanuel Mounier, non deriva dalla minaccia di una nuova eresia, ma da una sorta di tiepidezza, «una specie di silenziosa apostasia provocata dall'indifferenza che lo circonda e dalla sua propria distrazione». L’avvenimento di Cristo ridotto a dottrina e morale, a pie regole per un quieto vivere, è un rischio a cui anche la Chiesa ed i cristiani sono esposti e il risultato è quello di una fede monotona e insipida che nulla ha a che vedere con la quotidianità della vita. Eppure le domande se la fede abbia un qualche legame con la realtà concreta, se Gesù non sia appena un illustre personaggio del passato, un rivoluzionario che predicava la pace e la tolleranza fatto fuori dai potenti di turno, ma Dio stesso fattosi uomo, morto e risorto, sono domande che in un senso o nell'altro esigono una risposta e non possono essere semplicisticamente liquidate come “irrilevanti”: bisogna prendere una posizione di fronte a Cristo, osservava Kierkegaard. L’Anno della fede indetto dal Papa nell'ottobre scorso è stato l’occasione per la realizzazione di una mostra itinerante dal titolo “Videro e credettero. La bellezza e la gioia dell’essere cristiani”. Un rapporto del Censis di qualche tempo fa rilevava come la nostra società fosse pericolosamente segnata da un senso di vuoto, un vuoto acuito dalla apparente soddisfazione di ogni desiderio. Eppure è un’esperienza piuttosto comune quella di avvertire un’ inquietudine rispetto ad ogni cosa, “un’ansia arcana” che ci fa sospirar le stelle, la chiamava Pirandello. È accaduto però nella storia un fatto che porta con sé una pretesa assolutamente unica e originale: un uomo si è detto Dio. Gesù di Nazareth, un uomo che si poteva incontrare, con cui si poteva chiacchierare, mangiare e bere, ha preteso di identificare se stesso con il Mistero che fa tutte le cose, ha preteso di essere la risposta ad ogni inquietudine e desiderio dell’uomo. Occorre certamente una mossa della libertà umana: un sì che però non è frutto di una elucubrazione, ma dell’esperienza di un incontro che investe la quotidianità della vita per cui la fede non è più un fenomeno emozionale ma un fenomeno di ragione: per credere occorre solo avere occhi buoni per guardare.


Pubblicato su La Sicilia mercoledì 30 Gennaio 2013

sabato 22 dicembre 2012

Un'informazione "contaminata"

«Contenuti, credibilità, creatività, comunità, conversazione, condivisione. Sono queste le parole che descrivono quella che chiamerei la legge delle “sei c” senza la quale sarebbe impossibile pensare il giornalismo di oggi». Marco Bardazzi è caporedattore centrale e digital editor del quotidiano “La Stampa” e il suo lavoro consiste proprio nel coordinare i vari contenuti digitali del giornale integrandoli con quelli cartacei: una specie di “smistatore dei treni all’interno di una redazione”, per usare le sue stesse parole.
Può spiegare meglio in cosa consistono queste “sei c”?   
«Oggi quella che potremmo definire una redazione tradizionale presenta sostanzialmente tre punti di forza: l’attenzione per i contenuti, una solida base di credibilità e una buona dose di creatività. Queste qualità garantivano, e garantiscono tuttora, l’autorevolezza della redazione e di coloro che ne fanno parte. A queste tre caratteristiche è necessario però affiancare il contributo che, da dieci anni a questa parte ormai, la rete ci offre in termini di comunità, conversazione e condivisione. Credo però che occorra aggiungere un’altra “c” che le contenga tutte: contaminazione».
In che senso?
«Sono convinto che questa sia la parola chiave per comprendere quello che sta accadendo oggi nei giornali. I giornali hanno bisogno di “contaminarsi”, di aprirsi cioè a tutta una serie di realtà con cui prima non avrebbero lavorato. Se prima ad esempio, per preparare la copertura delle elezioni politiche ed ottenere i dati, gli interlocutori privilegiati erano la Rai, gli uffici stampa dei partiti, il Viminale, adesso si lavora con Google, Yahoo, Facebook, Twitter, con le “app” da scaricare sullo smartphone per vedere dove si svolge l’evento politico più interessante… È così che bisogna pensare il giornalismo oggi».
Eppure qualche giorno fa, il 15 dicembre, ha ufficialmente chiuso i battenti “The Daily”, il quotidiano on-line di Rupert Murdoch interamente pensato per i tablet. Cos’è che non ha funzionato secondo lei?
«Il “Daily” è morto perché la loro idea di sviluppare un giornalismo esclusivo per i tablet si è rivelata limitativa, in quanto il mondo dei tablet è stato ridotto ad una nicchia isolata che non dialoga con tutto il resto; è molto più interessante, ed anche più difficile, lavorare su un tipo di giornalismo “multipiattaforma” che, con uno stesso gruppo di professionisti, riesce ad essere presente sulla carta, sul tablet, sullo smartphone, sul pc. È il concetto di contaminazione cui accennavo prima che è venuto meno, anzi, nel caso del “Daily” non c’è mai stato».
Come vede il futuro dei  giornali di carta? Esisteranno ancora o verranno totalmente soppiantati dall’on-line?
«È inevitabile che la velocità e la facilità con cui si apprendono le notizie rendono il giornale cartaceo già “vecchio” la mattina stessa in cui lo si compra in edicola, perché nel frattempo il suo alter ego on-line avrà già fornito una serie di aggiornamenti in tempo reale; penso tuttavia che il quotidiano di carta riuscirà a resistere anche se dovrà ripensare profondamente il suo stesso ruolo: non ridire quello che è successo e che già si conosce, ma allargare lo sguardo, approfondire, offrire al pubblico dei lettori chiavi di lettura adeguate per decifrare i fatti accaduti».  


Pubblicato su La Sicilia giovedì 21 dicembre 2012

mercoledì 28 novembre 2012

Il popolo della Colletta sfida la crisi, nell'Isola ieri all'opera 18mila volontari

Le saracinesche dei supermercati si sono ormai abbassate ed anche quest’anno la Colletta alimentare numero 16 ha chiuso i battenti. Sapremo nei prossimi giorni se il 2012, l’annus horribilis della crisi, ha inciso negativamente anche su questo straordinario gesto di solidarietà, oppure, in barba alla crisi, si confermerà il trend in crescita degli anni precedenti. Nel frattempo però alcuni dati dimostrano che la sensibilità dei siciliani sulla questione è tutt’altro che in crisi: nella giornata di oggi gli oltre 18 mila volontari sparsi nei 1150 punti vendita della regione hanno incontrato quasi un milione di persone! E i detenuti di Piazza Lanza che stamane hanno partecipato alla Colletta hanno raccolto 16 scatole per un totale di 115 Kg di alimenti. Ma non è finita: a Catania moltissimi volontari dopo un’intensa giornata trascorsa a raccogliere, etichettare, pesare e chiudere scatole, sciamano verso il magazzino del Banco Alimentare preparandosi ad aiutare nelle operazioni di scarico e stoccaggio delle derrate che da lunedì saranno distribuite alle oltre 600 strutture caritative del territorio etneo. La notte della Colletta e forse è uno dei momenti più suggestivi dell’intera giornata: decine e decine di persone, tra cui moltissimi giovani, che invece di uscire fuori con gli amici per una birra o a mangiare la pizza (è pur sempre sabato sera…), decidono di trascorrere la serata, magari proprio insieme ai loro amici, in un magazzino a scaricare camion e riempire scaffali.  «Partecipiamo alla Colletta fin da quando eravamo piccoli – raccontano Federico ed Emanuele, entrambi studenti universitari – e aiutare chi ha bisogno ci rende più contenti di una serata in giro per locali probabilmente a non fare nulla; per questo ci rinunciamo volentieri». Gli fa eco Chiara, anche lei studentessa universitaria: «A prescindere dalla propria storia personale, tutti sono portati a fare il bene anche se questo ultimamente non basta. Sapere però che il mio bisogno è lo stesso di quello dell’altro ti mette addosso un gran desiderio di comunicarlo a tutti: da questo punto di vista la Colletta è straordinaria!». Antonio di mestiere fa l’insegnante e si può dire un “veterano” della Colletta alimentare: «Partecipo da sempre perché…mi fa bene. Mi ricorda il vero valore delle cose, del tempo e del denaro; mi aiuta a capire il senso più vero di tutto». «In fondo le persone che aiutiamo sono poche in percentuale, il nostro è un piccolo contributo – racconta Riccardo, studente liceale –, però io partecipo perché ne ho un guadagno personale; la Colletta è un gesto che educa alla carità e io sono cresciuto grazie ad essa, letteralmente, perché partecipo fin da quando avevo due anni, facevo la Colletta in braccio a mia madre». Elisabetta, da poco laureata in giurisprudenza, sottolinea che un gesto del genere in un periodo di crisi è fondamentale perché «la gratuità è il punto da cui si può ripartire». La scatola che porta sembra essere piuttosto pesante ma la sua faccia contenta è più eloquente di qualsiasi discorso! Al magazzino, la sera della Colletta si può incontrare anche un professore con i suoi alunni: «Quest’anno – racconta – c’è stata una grande partecipazione dei miei alunni. Mi ha sorpreso molto la sete di verità dei ragazzi, al di là delle loro sensibilità, per cui di fronte ad una proposta che riconoscono seria e vera la seguono, anche se si tratta di scaricare scatole da un camion. Un mio alunno mi ha addirittura detto che per lui la Colletta è un gesto di speranza…» La vittoria sulla crisi inizia anche dal magazzino catanese del Banco Alimentare.  


Pubblicato su La Sicilia domenica 25 novembre 2012 (foto di Silvia Gagliano)

martedì 28 agosto 2012

"Lo sguardo che mi fa vivere"


“Lei ha la Sla e io mi fermo qua”. È facile immaginare lo stato d’animo di un uomo a cui viene annunciata in modo così brutale quella che è praticamente una sentenza di morte; se quest’uomo poi è anche un medico si può capire come la notizia assuma il tono quasi grottesco della beffa. Ma è proprio questa frase che Mario Melazzini, oncologo di successo e direttore generale della Sanità della Regione Lombardia, si è sentito rivolgere nel gennaio 2003 quando apprende di essere affetto dalla sclerosi laterale amiotrofica, una malattia neurodegenerativa che compromette lentamente tutte le funzioni motorie, dall’uso degli arti superiori e inferiori, fino alla deglutizione, fonazione e respirazione. La prognosi è infausta: circa l’80% dei malati di Sla muoiono entro 3-5 anni dall’insorgere della malattia. «Quando in ospedale ho iniziato a trascinare il piede sinistro sul linoleum del corridoio – racconta Melazzini – pensavo di essere stressato e per “scaricarmi” un po’ ho pensato di inforcare la bici, il mio ansiolitico. Ma mi accorgevo di stancarmi prestissimo e certe volte mi addormentavo a tavola! Ho ritardato a sottopormi a degli esami forse per una paura inconscia, ma alla fine, con il sopraggiungere dei crampi ho dovuto accettare il consiglio di un amico neurologo di prenotare una biopsia all’istituto Besta di Milano: ero diventato un paziente». Melazzini per la prima volta si trova dall’altra parte della barricata; lunghe code agli sportelli, liste d’attesa per gli esami e, quel che è peggio, sperimenta tutta l’indifferenza del personale medico-sanitario. Un lungo calvario, in cui i problemi fisici aumentano progressivamente, culminato quel 17 gennaio di nove anni fa quando gli viene comunicata l’esatta natura del male: sclerosi laterale amiotrofica. «Mi trovavo a Padova quando ho appreso la diagnosi – dice ancora Melazzini – ed ero insieme a mia moglie. Ricordo che abbiamo fatto il tragitto per ritornare a Pavia senza dire nemmeno una parola». I primi mesi sono tremendi: il medico pavese accarezza per un attimo persino l’idea di un suicidio assistito e per questo prende contatto con la famigerata clinica svizzera “Dignitas” per avere informazioni. «Mi sono isolato per nove mesi da tutto e da tutti – prosegue – anche da mia moglie e dai miei figli, per rifugiarmi tra le montagne di Livigno, la mia seconda casa. Per me le montagne erano e sono tutto: guardarle dal basso verso l’alto con la consapevolezza che non avrei più potuto camminare, scalare o sciare, mi faceva una rabbia… Poi una mattina, affacciandomi per l’ennesima volta dalla solita finestra, ho riguardato le mie montagne. Questa volta senza collera, semplicemente ammirandone la bellezza». Per Melazzini è un nuovo inizio. Un nuovo inizio in cui la fatica e il dolore fisico non sono cancellati, anzi, ma la scoperta che tutto ha un senso fa la differenza. «Mi sono accorto – dice – che ciò che c’è è meraviglioso, e ci viene regalato. Noi apparteniamo a Qualcun altro ed è bellissimo esserci, è bellissimo esistere. Nessuna condizione di malattia può impedirci di scoprirlo». Dentro questa sofferenza per il medico lombardo si sono aperti incontri inaspettati, sguardi carichi di curiosità e attenzione. È questo il segreto: lo sguardo. Quello che uno ha verso le cose e quello che uno riceve ogni giorno da quelli che ci circondano. «Senza l’abbraccio di coloro che mi stanno vicino non potrei fare niente. È questo oggi il dramma di molti malati: essere lasciati soli ad affrontare le loro difficoltà e le loro sofferenze. Perfino il medico, a cui il paziente si consegna totalmente, spesso è a corto di parole, o peggio, di compassione, nel momento in cui deve riferire ad una persona una diagnosi infausta. Nella società attuale c’è purtroppo il concetto che, in certe condizioni, la vita diventi indegna di essere vissuta. Si tratta a mio modesto parere di un’offesa per tutti, ma in particolar modo per chi vive una situazione di fragilità, malattia, sofferenza. Il mio è un male inguaribile, ma non incurabile. Adesso è questo il mio obiettivo, come medico, come malato e come uomo: curare, essere d’aiuto ai miei pazienti e ai miei compagni di malattia in tutte le fasi del loro difficile percorso». Ma può davvero un malato di Sla essere felice trasmettere questa felicità agli altri? In fondo il dubbio che il dottor Melazzini sia un po’ visionario potrebbe sorgere… Bisognerebbe vederlo all’opera per rendersi conto se lui è quello che dice. Emmanuel Exitu, regista di origini bolognesi, ha raccolto questa sfida ed ha realizzato un film-documentario dal titolo “Io sono qui. La realtà è sempre positiva” nel quale viene raccontata la settimana-tipo del medico pavese: una settimana fatta di instancabile lavoro e rapporto con i pazienti, di nutrimento tramite PEG (gastrotomia percutanea) , di riposo con il ventilatore per supportare la respirazione. Exitu ammette che pensava di dover raccontare una malattia; «invece ho avuto davanti un uomo, ho raccontato non la storia di un malato ma quella di un uomo».

Pubblicato su La Sicilia domenica 26 agosto 2012