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mercoledì 7 gennaio 2015

Ciantia, il medico siciliano che ora "cura" i Paesi più poveri. "Tutto è partito in Uganda".

Dall'Uganda all'Expo 2015 di Milano; dalla cooperazione internazionale con una ONG italiana alla gestione di alcuni settori chiave dell'Esposizione universale, l'evento che, numeri alla mano, si preannuncia come uno dei più importanti a livello planetario in questo primo scorcio di XXI secolo. La storia di Filippo Ciantia, mamma catanese e papà di Piazza Armerina, si snoda lungo una fitta trama di incontri e di rapporti che lo hanno condotto, con moglie e figli al seguito, prima nel paese africano e poi, in maniera del tutto inaspettata, l'hanno catapultato a Milano per occuparsi dell'Esposizione universale. Abbiamo incontrato Ciantia nel quartier generale di Expo, alla periferia nord occidentale del capoluogo lombardo, nei pressi dell'area che tra qualche mese verrà visitata da milioni di persone di tutto il mondo.

Dottor Ciantia ci racconti la sua esperienza in Africa.
«Io sono medico di formazione, ho lavorato per ventinove anni in Uganda, anche se poi nel mio lavoro ho visitato abbastanza regolarmente i paesi vicini, Ruanda, Burundi, Sud Sudan, Est Congo. Ho iniziato a lavorare poi come medico nel nord dell'Uganda, in una zona molto povera e con conflitti molto importanti che sono durati a lungo. Per questo motivo, per motivi familiari e di sicurezza per me, mia moglie ed i miei figli, abbiamo dovuto spostarci a Kampala, la capitale, e da quando mi sono trasferito lì nel 1989 mi sono occupato maggiormente di programmi di cooperazione e di gestione pur mantenendo un forte legame con il settore socio sanitario».

Com'è successo che venisse chiamato a lavorare per l'Expo?
«In maniera piuttosto singolare nell'agosto 2008 ricevo una telefonata dall'allora sindaco di Milano Letizia Moratti che stranamente mi chiede se ero disponibile a lavorare alla preparazione dell'Esposizione universale occupandomi nello specifico dei paesi africani e in via di sviluppo. Successivamente si è svelato “l'arcano”, il motivo cioè per cui il sindaco fosse arrivato proprio a me. Nel periodo in cui sosteneva la candidatura di Milano come sede ospitante dell'Expo, la Moratti aveva incontrato il presidente dell'Uganda Yoweri Museveni il quale le aveva parlato molto bene di un'associazione, di nome Avsi, per la quale lavoravo e che in quel periodo dirigevo in Uganda. Moratti è rimasta molto colpita perché era la prima volta che una persona, e in special modo un presidente, le parlava così di un'organizzazione umanitaria italiana. Il Sindaco ha deciso quindi di chiamare gli uffici dell'Avsi lì in Uganda e mi ha proposto di venire a lavorare per l'Expo. Così, senza quasi sapere cosa fosse, sono arrivato nella Società organizzatrice nel luglio del 2009 e da allora mi sono interessato ai progetti di cooperazione dei Paesi in via di sviluppo occupandomi soprattutto del progetto di aiuto ai Paesi più poveri che non possono permettersi di costruire un padiglione o non possono allestirlo. Un programma di aiuto che è divenuto tradizionale da un po' di anni nelle esposizioni universali».

Lei è anche il responsabile dei cosiddetti “cluster” tematici. Può spiegare meglio di cosa si tratta?
«Nel 2009 si discuteva il piano generale per l'Expo 2015 e alla fine è emersa quella che secondo me è un'idea geniale: riproporre la pianta del “castrum”, l'accampamento romano, che ha dato l'impronta all'assetto viario di tante città italiane: due grandi assi perpendicolari, il cardo e il decumano, una grande via molto lunga, che ospiterà nei “cluster” i Paesi del mondo, e un'altra perpendicolare più corta, che ospiterà le regioni italiane. Si poneva a questo punto la questione di cosa poter offrire ai Paesi oltre al modello classico, stile fiera campionaria, dei lotti di terreno ceduti per la costruzione del proprio padiglione. È emersa pian piano l'idea di raggruppare i Paesi intorno ad un tema particolare. E qui l'altra grande intuizione è stata quella di puntare sul tema dell'Expo, “Nutrire il pianeta, energia per la vita”, cioè sull'agricoltura, sulla nutrizione e sulla sostenibilità. Quindi anche il raggruppamento dei vari Paesi del mondo doveva avvenire secondo criteri tematici attinenti al grande tema. Siamo partiti con una quindicina di proposte ma alla fine dialogando con i Paesi e ricevendo anche le loro proposte, siamo arrivati ad individuare nove “cluster” tematici: spezie, riso, isole mare e cibo, frutta e legumi, caffè, cioccolato, cereali e tuberi, zone aride ed infine bio Mediterraneo. È nata così l'idea di realizzare un villaggio tematico, un villaggio nel quale ogni Paese avrà il suo spazio espositivo “privato” ma che avrà anche delle aree comuni, pubbliche, ristoranti, mostre, mercati, aree di spettacolo e di eventi. Il cluster sarà un villaggio vivo».

Il bio Mediterraneo è forse il “cluster” che, come siciliani, ci tocca più da vicino. Può raccontare com'è nata quest'idea?
«Il Commissario generale libanese Simon Jabbour, ci ha scritto un giorno dicendoci che non si poteva non fare un “cluster” dedicato al Mediterraneo. Dedicato però al bio Mediterraneo, ha sottolineato Jabbour, perché secondo lui il Mediterraneo va oltre una questione meramente geografica. Noi invece volevamo evitare di realizzare padiglioni globali e geografici cercando di farli invece più tematici ed individualizzati e per questo avevamo deciso di non trattare il Mediterraneo in quanto entità geografica. Jabbour ci ha invece mostrato come il Mediterraneo sia in realtà un messaggio, un incontro di civiltà, di cultura, di religioni, di continenti, quindi di ecosistemi, e soprattutto è il padre della dieta Mediterranea, un patrimonio dell'umanità. E la Sicilia ha deciso di interessarsi al bio Mediterraneo proprio perché è al centro di questo mare, un mare d'incontro e di dialogo. E poi, se siamo sinceri, la Sicilia è sempre stata un luogo d'incontro, un melting pot che passando dai Fenici, che portarono lì l'olivo dal Libano, arriva agli Arabi, ai Normanni... L'idea di questa Esposizione universale è proprio quella di promuovere l'agricoltura, la nutrizione sana, ma che nasce da un territorio ben preciso, un territorio che è portatore di cultura, di valori, di bellezza e di armonia. E nel “cluster” del Mediterraneo la Sicilia è davvero un simbolo!».

Pubblicato su La Sicilia sabato 29 Dicembre 2014


mercoledì 8 ottobre 2014

"Piazza dei Mestieri" per mettere a frutto il talento dei giovani

[foto archivio piazza dei mestieri]
Una giornata alla “Piazza dei Mestieri” di Torino con Salvo, Giovanni, Ivan, Danilo, Ilenia, Noemi, Lucia, Alfina, Samuel, Martina, Siria e Francesco, giovanissimi catanesi che, come molti loro coetanei, iniziano ad affacciarsi alla vita adulta portando dentro di sé un grande desiderio di realizzazione. Non frequentano una scuola, pur essendo molti ancora in obbligo scolastico, perché i percorsi formativi “tradizionali” non coincidono con le loro naturali inclinazioni oppure perché un fallimento scolastico ha ingenerato un rifiuto verso qualsiasi tipo di scuola. A guardarli bene però questi ragazzi non sembrano affatto depressi o rassegnati anzi mostrano quasi una baldanza ingenua quando ti raccontano quello che desiderano fare “da grandi”. E la strada che percorreranno da grandi in un certo senso è un sentiero già tracciato perché ciascuno di loro si sta preparando chi a diventare termoidraulico, chi chef, chi acconciatore, chi estetista, chi barman. La formazione professionale rimane dunque l'unica valida alternativa ai percorsi scolastici tradizionali capace di arginare il fenomeno drammatico della dispersione scolastica che spesso, come un effetto domino, genera esiti nefasti primariamente nei giovani e poi nella società civile. La Fondazione Piazza dei Mestieri è nata dieci anni fa a Torino proprio per rispondere a questa sfida che è in primo luogo educativa. Racconta Dario Odifreddi, Presidente della Fondazione, che uno dei motivi per i quali è nata la “Piazza” è stato proprio quello di accorgersi con dolore che «tanti giovani si perdevano per strada senza poter mettere a frutto i loro talenti. Abbiamo pensato così di costruire un luogo capace di accoglierli e di accompagnarli nel loro percorso educativo e nel loro inserimento nel mondo del lavoro». Un modello di inclusione sociale rivolto ai minori questo della “Piazza”, che attraverso il sistema duale scuola-lavoro, ha introdotto nel mondo delle professioni migliaia di ragazzi. Un modello che si è rivelato “esportabile” tanto è vero che da qualche anno, in partnership con “Archè”, Ente di Formazione accreditato presso la regione siciliana, la “Piazza” è sbarcata a Catania. E proprio in occasione della settimana di festeggiamenti per il decennale i dodici giovani catanesi, in rappresentanza di tutti i loro compagni dei vari corsi, si sono ritrovati a Torino nella sede storica della “Piazza dei Mestieri”. Ed è proprio in quel luogo che li abbiamo incontrati, nella piazza della “Piazza”, la grande corte interna nella quale ogni giorno sciamano centinaia di ragazzi che si avviano verso le proprie aule o verso i laboratori dove imparano il mestiere con il quale si guadagneranno da vivere. Chiediamo loro che cosa li ha colpiti maggiormente della “Piazza” di Torino e la risposta quasi unanime è che «qui è più grande e ci sono molte più cose». Ma subito uno dei ragazzi ci tiene a precisare che «anche se a Catania la “Piazza” è più piccola impariamo tanto e siamo ogni giorno aiutati a capire cos'è il lavoro, come dobbiamo comportarci nel luogo di lavoro e come rapportarci con le altre persone». È l'impronta di un modello vincente che si è fatto strada in questi anni e che prima ancora di insegnare una tecnica punta tutto sull'umanità di ogni ragazzo sfidandola e cercando di far emergere il meglio di ciascuno. Questa dinamica diciamo così “affettiva” si riverbera poi nel modo di cucinare un piatto, di fare un caffè, di aggiustare un motore o di fare un'acconciatura; perfino pulire dopo aver utilizzato la propria postazione di lavoro diventa un'occasione di crescita personale. C'è però un altro aspetto che colpisce i giovani catanesi, un aspetto che, dicono, vorrebbero vedere presto realizzato anche a Catania. La “Piazza dei Mestieri” a Torino non è solo un luogo in cui si impara un mestiere, ma è anche allo stesso tempo il luogo in cui questo mestiere può essere messo subito a frutto. E così i ragazzi del corso per chef ad esempio cucinano per i loro compagni che all'ora di pranzo vanno a mangiare in mensa; oppure i ragazzi del servizio bar lavorano al birrificio o al ristorante “La Piazza”, aperto al pubblico sette giorni su sette. Per non parlare poi del laboratorio nel quale i ragazzi lavorano la cioccolata che viene venduta lì direttamente. È l'idea dei prodotti a “chilometro zero” oggi così tanto in voga e che ha reso negli anni la Piazza dei Mestieri un vero e proprio punto di riferimento per tutta la città di Torino e i suoi abitanti. Ecco spiegato quell'85% di giovani che, dopo aver ottenuto la qualifica professionale al termine del ciclo di studi alla “Piazza dei Mestieri” si inseriscono immediatamente nel mondo del lavoro. Ma a Catania, dove il numero delle imprese legate al territorio è minore rispetto a Torino, dove le politiche regionali relative alla formazione professionale sono un disastro  tutto questo sarà possibile? «Le possibilità che questo accada anche a Catania ci sono – dice ancora il Presidente Odifreddi – perché anche lì ci sono una serie di rapporti che in questi anni sono nati, che si sono sviluppati con le imprese e anche con agenzie territoriali legate al mondo del turismo. Quello di cui ci sarebbe veramente bisogno prima di ogni altra cosa però è la stabilizzazione del quadro, cioè avere la certezza che in un periodo ragionevole ci sia la possibilità che il percorso formativo abbia una sua continuità. Se un padre e una madre hanno un figlio adolescente che vuol intraprendere la formazione professionale faranno molta fatica a sostenere un percorso che non si sa se avrà un termine: sarebbe come iscrivere un figlio a scuola con l'incognita però che l'anno prossimo potrebbe non attivarsi la classe successiva. Questa è la cosa più urgente da fare; dopo ci sono le procedure, gli aspetti burocratici, i pagamenti, ma la cosa più importante in questo momento è consolidare il quadro». Una speranza che anima anche i dodici giovani catanesi che prima di salutarci ci dicono: «Speriamo che la “Piazza” di Catania diventi come quella di Torino».

Pubblicato su La Sicilia lunedì 6 Ottobre 2014

martedì 30 settembre 2014

Piazza dei Mestieri, in 10 anni 3mila studenti: l'85% lavora

[foto: ilsussidiario.net]
La formazione professionale è spesso un Leviatano che fagocita risorse economiche, tempo ed energie. Perduti tra progetti da stilare, ritardi nei pagamenti, discussioni infinite della politica locale sui modelli da adottare, molti enti di formazione finiscono per essere inesorabilmente stritolati dagli ingranaggi della burocrazia. Per non parlare poi di quegli enti il cui unico scopo è quello di arraffare i finanziamenti riducendo la “formazione professionale” a mero slogan. A farne le spese in prima persona, evidentemente, sono quei giovani che vorrebbero imparare un mestiere per potersi affacciare al mondo del lavoro e alla vita adulta e che invece sono costretti ad attendere, sfaccendati. Per fortuna la musica non è sempre così. Esistono degli enti di formazione professionale che, pur tra enormi difficoltà, lavorano in maniera impeccabile e soprattutto garantiscono ai ragazzi che vi si iscrivono un'ottima formazione e una reale possibilità di imparare. È il caso ad esempio della “Piazza dei Mestieri” nata a Torino ma attiva già da qualche anno anche a Catania, un'impresa sociale educativa la cui mission è proprio quella di aiutare ragazzi di età compresa tra i 14 e i 18 anni (molti dunque ancora in obbligo scolastico) ad imparare un mestiere e ad inserirsi così nel mondo del lavoro. I numeri parlano chiaro: in dieci anni di attività della Fondazione “Piazza dei Mestieri” 3000 ragazzi hanno frequentato i corsi professionali e circa l'85% di essi hanno trovato lavoro al termine del percorso formativo. A Catania, dove la “Piazza” è presente dal 2011, gli iscritti ai corsi sono stati circa 400. Non è un caso dunque che la Fondazione “Piazza dei Mestieri” sia stata annoverata nell'Olimpo degli istituti d'eccellenza assieme ad altre realtà che hanno fatto diventare rivoluzionaria un'idea vecchia e quasi scontata: imparare un mestiere stando in classe, alternando alle ore di lezione teorica un congruo numero di ore da trascorre in laboratorio mettendo le mani in pasta, in alcuni casi letteralmente, nel proprio lavoro. La Fondazione “Piazza dei Mestieri” quest'anno spegne dieci candeline e nella sede storica di Torino si prepara una settimana di festeggiamenti ricca di incontri, dibattiti e momenti conviviali ai quali parteciperà anche un drappello di studenti catanesi. Ma dove sta il segreto del successo di un'opera del genere? Forse sta nel modo di guardare ogni singolo ragazzo e considerarlo – come ebbe a dire una volta Cristiana Poggio, vice presidente della Fondazione – «la cosa più importante dell'universo».

Pubblicato su La Sicilia lunedì 29 Settembre 2014

mercoledì 17 settembre 2014

Se il campo sportivo del carcere si trasforma in teatro all'aperto

(foto Davide Anastasi)
Chissà come avrebbe reagito Luigi Pirandello se gli avessero detto che un giorno una delle sue novelle sarebbe stata messa in scena in un carcere e che gli attori sarebbero stati proprio gli stessi detenuti? Eppure della compagnia teatrale, assolutamente sui generis, che lungo il corso degli anni si è venuta formando nella casa circondariale di piazza Lanza non ci si dovrebbe ormai sorprendere più di tanto. Dopo il “Barabba” del premio nobel svedese Lagerkvist questa volta è stato il turno de “La giara”, una commedia famosissima del premio nobel agrigentino. La tematica apparentemente più “leggera” rispetto alle precedenti rappresentazioni non deve trarre in inganno perché nella commedia infatti emergono chiaramente alcuni temi fondamentali della poetica pirandelliana. Eppure nel cortile del carcere, adibito di solito a campetto sportivo ma trasformato per l'occasione in un teatro all'aperto, si ride delle disavventure del povero don Lolò Zirafa alle prese con Zi' Dima Licasi e attorniato dagli altri personaggi della commedia: l'avvocato Scimè, 'Mpari Pè, Tararà, Fillicò, 'gnà Tana e il mulattiere. Dialoghi tutti rigorosamente in dialetto siciliano nei quali si colgono le varie sfumature, dagli accenti però inconfondibili, del catanese, del paternese o dell'adranita. Ciliegina sulla torta: il detenuto straniero che per l'occasione ha imparato a recitare in dialetto! Il merito va sicuramente agli attori-detenuti che, in un lasso di tempo brevissimo, hanno imparato il copione e si sono calati perfettamente nelle parti loro assegnate cimentandosi con un testo di non semplice resa scenica grazie anche alla sapiente regia del professore Alfio Pennisi, preside del Liceo Spedalieri con la collaborazione del dott. Giuseppe Avelli, responsabile dell'area educativa del carcere e grazie anche all'aiuto fattivo di tanti volontari che hanno contribuito alla realizzazione della scenografia e dei costumi. «Il laboratorio teatrale, giunto ormai al terzo anno, è – come sottolineato dal comandante Salvatore Tramontana – una delle attività che coinvolge maggiormente i carcerati». Emblematica proprio la rappresentazione della commedia pirandelliana alla quale hanno assistito contemporaneamente tutti i detenuti del carcere, oltre trecento persone, e che ha costituito una novità assoluta per piazza Lanza. «Il segno di un rapporto di fiducia – ha sottolineato la dott.ssa Elisabetta Zito, direttore della struttura – che negli anni è andato via via rinforzandosi tra volontari, personale carcerario e detenuti». La messa in scena de “La giara” è coincisa anche con un avvenimento particolare: il cappellano del carcere, mons. Francesco Ventorino, ha da poco compiuto sessant'anni di sacerdozio ed è a lui che i detenuti hanno voluto dedicare la piéce teatrale. Fino a qualche anno fa – ha detto mons. Ventorino ai detenuti – mai avrei immaginato di festeggiare i miei 60 anni di sacerdozio in questo luogo così bello. Ed è bello perché qui l'inevitabile pena della detenzione, che vi priva della libertà, si accompagna ad una attenzione a non rendere ancora più gravosa questa pena a cui siete sottoposti. Questo è un luogo umanissimo dove la vostra umanità dolorante si incontra con l'umanità cristiana di chi vi sorveglia perché nel cristianesimo l'uomo non perde mai la sua dignità qualunque delitto commetta».

Pubblicato su La Sicilia mercoledì 17 settembre 2014

domenica 31 agosto 2014

"Periferie di vita sono le persone ai margini"



“Verso le periferie del mondo e dell’esistenza. Il destino non ha lasciato solo l’uomo” è il titolo dell’edizione 2014 del Meeting di Rimini, la grande kermesse politico-culturale che ad agosto si svolge nella città adriatica e che quest’anno ha tagliato il traguardo delle trentacinque edizioni. Un tema, quello delle periferie, assai caro a papa Francesco ed al quale egli si è richiamato fin dall’inizio del suo pontificato un anno e mezzo fa ma anche un tema che spesso è stato interpretato in modo non del tutto corretto se non addirittura sbagliato rispetto alle intenzioni originarie del papa. Ospite del Meeting è stato padre Antonio Spadaro, sacerdote gesuita e direttore de La Civiltà Cattolica, il quale conosce bene il suo “confratello” Bergoglio e che abbiamo incontrato lungo i padiglioni della fiera che ospita la manifestazione riminese.

Padre Spadaro il titolo di questa edizione del Meeting come risponde, secondo lei, alle preoccupazioni che stanno più a cuore al Papa?
«Il titolo del Meeting si sofferma sulle periferie e questo è un tema centrale nel pensiero di papa Francesco il quale ama vedere la realtà in maniera poliedrica. Egli ha detto più volte infatti di non amare, geometricamente, parlare di sfera perché nella sfera tutti i punti sono equidistanti dal centro: si tratta alla fine – sostiene il papa – di una omologazione. Il poliedro invece è sfaccettato ed ogni faccia è originale ed ha una sua disposizione differente rispetto al centro. Il concetto di periferia è in realtà un concetto complesso perché il Papa con “periferia” vuole intendere la realtà, quella realtà che è appunto sfaccettata, ricca, complessa; l’abbiamo visto proprio in questi giorni con il recente viaggio in Corea… Francesco ha avuto l’intuizione spirituale di accettare immediatamente l’invito ad andare lì perché in fondo la penisola coreana è un fascio di frontiere nel quale confluiscono tutte le tensioni del Novecento. Vivere la periferia secondo il Papa significa vivere la realtà con una prospettiva differente carica di attenzione e di cura per tutto ciò che di solito non cade sotto gli occhi distratti dei più. La periferia allora è la vita stessa e le periferie sono le persone poste ai margini. Secondo Bergoglio quindi guardare la realtà secondo questa prospettiva non è un punto di vista ma un punto di vita. Il Meeting centrandosi sulle periferie intende avere questo sguardo originale sulla realtà».

Il titolo del suo intervento qui a Rimini è “La verità è un incontro”. Oggi però sembra che la questione della verità sia diventata un terreno di scontro in cui entrano in conflitto due modi o meglio, due mondi contrapposti di concepire la realtà, la vita, la spiritualità. Cosa vuol dire allora che la verità è un incontro?
«L’approccio di Francesco è un approccio radicalmente  pastorale. Questo significa che per lui la verità non è da considerare come un’enciclopedia di contenuti o di valori e nemmeno un’enciclopedia di valori e di battaglie da compiere in nome di questi principi. Per il papa la verità è l’incontro personale con il Signore, la percezione dell’attrattiva Gesù come la definiva don Giussani in un suo libro. La verità del Signore si dà esattamente in quest’incontro e non in un’elencazione astratta di idee e principi. Comunicare il Vangelo alle persone significa aiutarle ad incontrare questa sorpresa. L’incontro con Cristo genera poi una capacità di incontrare l’altro che è veramente di grande apertura. Il papa, soprattutto durante il viaggio in Corea nel discorso ai vescovi dell’Asia, ha fatto un passo avanti nel concetto di dialogo, superandolo addirittura, e parlando di empatia. Ha detto con grande chiarezza che l’obiettivo non è solo ascoltare l’altro ma accoglierlo nella propria casa cogliendo quello che il suo cuore dice al di là delle parole che esprime. Si capisce allora che il papa arriva ad un livello molto profondo di incontro dove ci si trova davanti ad una apertura assolutamente radicale nei confronti dell’altro. La certezza interiore che la verità è un incontro diventa inoltre qualcosa che assume anche una valenza politica».
  
In che senso politica? 
 «Quando il papa ha visitato la Terra Santa, ad esempio, ha evitato completamente di porsi nella simmetria geometrica dello schema vittima-carnefice ed ha imposto invece un altro schema che è quello dell’amicizia. L’incontro simbolicamente culminante di quel viaggio è stato l’abbraccio davanti al Muro del pianto tra Francesco, il rabbino Skorka e l’islamico Omar Abboud. Ma non è stato appena l’incontro tra un cristiano, un ebreo ed un musulmano ma è stato l’incontro fra tre amici! Il papa ha quindi imposto il livello dell’amicizia in luogo in cui di per sé avrebbe dovuto prevalere l’incontro di tipo istituzionale-diplomatico. La diplomazia, che pure è necessaria, ha un elemento di ipocrisia, l’amicizia invece ne è completamente priva. Impostando le relazioni sulla base dell’incontro di amicizia, saltando tutte le mediazioni, il papa ha dato una forma al modo di affrontare il conflitto, una forma che è originale e profetica, basata su realtà umane comprensibilissime da tutti».


Pubblicato su La Sicilia sabato 30 Agosto 2014

giovedì 26 giugno 2014

"Con Dio sperimento il per sempre che riempie la mia vita di sacerdote"

Prima ancora di voltare lì dove la strada si allarga in una piazza alberata si sente un suono confuso di voci che si incalzano sovrapponendosi le une alle altre in un chiasso quasi assordante. Girato l’angolo si comprende finalmente il motivo di tutto quel vociare: ci si trova davanti al grande oratorio attiguo alla chiesa di S. Ignazio di Loyola vicino via Feltre a Milano. Entrati negli uffici della parrocchia ci viene incontro don Pierluigi Banna, ma tutti qui lo chiamano don Pigi, in t-shirt rossa e bermuda: si sa, la scuola è finita, l’oratorio estivo è iniziato e quindi c’è moltissimo da fare... Don Pierluigi, anzi don Pigi, trent’anni, è coadiutore del parroco di S. Ignazio nelle attività che riguardano soprattutto i giovani dalle elementari fino all’università ed è stato ordinato sacerdote il sette giugno scorso nel Duomo di Milano. Fino agli esami di maturità ha vissuto nella sua città natale, Catania, poi il trasferimento nel capoluogo lombardo dove ha compiuto gli studi universitari e dove è nata anche la sua vocazione al sacerdozio.
Don Pigi che cosa l’ha condotta proprio qui a Milano?
«Quando ho detto ai miei genitori che volevo studiare lettere classiche hanno provato, almeno inizialmente, a farmi cambiare idea. Però vedendo la mia passione, la mia tenacia nel voler assecondare questa inclinazione verso la letteratura, alla fine hanno ceduto suggerendomi però di andare a Milano in modo da potermi garantire almeno qualche possibilità lavorativa in più. E così sono andato a studiare in “Statale”. Durante i primi anni di università avevo anche una fidanzata che viveva a Catania, ci volevamo bene, era un bel rapporto...»
E poi cos’è successo?
«Una volta, durante una telefonata, le ho detto che il nostro rapporto era così bello che nessuno poteva permettersi di impedirlo a meno che non fosse stato per qualcosa di più grande. Nel tempo però avvertivo qualcosa che nel rapporto con lei non funzionava  - ma andava tutto bene eh!  - però  c’era qualcosa che non andava ma non riuscivo a capire cosa fosse. Un giorno, era il 23 dicembre del 2002, facendo le valigie per tornare a Catania per le vacanze di Natale mi ha attraversato questo pensiero: “E se fossi chiamato ad amarla in modo diverso?”. Immediatamente ho sentito una grande pace, come se tutto avesse trovato la sua giusta collocazione ma subito dopo ho pensato che non poteva essere così, non poteva accadere così quella che viene definita la “vocazione”. Mi sarei aspettato qualcosa di più eclatante, di più “visibile” e ricordo di averne parlato con don Giorgio, un prete di Milano, pensando che lui mi avrebbe consigliato di tornare dalla mia ragazza. Invece mi ha detto che la vocazione poteva nascere anche in quel modo lì e allo stesso tempo mi ha dato un criterio per verificare se questa ipotesi fosse frutto di una mia idea o venisse da Dio: se vivendo la vita quotidiana, lo studio, i rapporti con gli amici mi fossi accorto di vivere tutto con più gusto, in modo più aperto, allora la mia intuizione era buona e dovevo percorrerla . Devo dire che con questa ipotesi di lavoro ho visto fiorire tutta la mia vita. Ero contento. Contento di affrontare gli esami, contento di stare con gli amici; vedevo crescere in me una maggiore attenzione ai bisogni dell’altro ed anche una intelligenza più profonda nel giudicare tutto ciò che accadeva . Nella verifica di questa intuizione, insomma, mi accorgevo che la mia vita diventava più piena e matura».
La sua decisione di divenire sacerdote stride molto con il sentire comune il quale considera folle la possibilità che una persona possa fare scelte radicali e definitive. La dimensione del “per sempre”, che vale sia per il prete sia per le coppie sposate, oggi viene messa in ridicolo e giudicata impossibile da realizzare. Lei cosa ne pensa?
«Se si considera il “per sempre”  come frutto di una decisione personale, qualcosa che dipende ultimamente da sé, alla fine è davvero irrealizzabile. Saresti scambiato per un presuntuoso. Secondo me oggi uno può dire “per sempre” solo se prima qualcun altro ha detto a lui “per sempre”. Mi spiego: uno può dire “io ti amo per sempre” ad una donna se ha fatto lui per primo l’esperienza di essere amato di un amore eterno. In ogni scelta vocazionale si può dire questo per sempre e si capisce che Chi è per sempre, cioè Dio, ha posto per primo gli occhi su di te e ti ha fatto sperimentare questo per sempre. Io, ad esempio, sperimento il per sempre attraverso il perdono. Io posso fare la cosa più grossa di questo mondo ma Lui ricostruisce, non facendo finta che il mio errore non ci sia, ma ricostruendo  con le macerie del mio errore. Ognuno di noi è oggetto di un amore che è per sempre e un amore che è per sempre ha come sorgente ultima Dio perché chi può dire “io ti amo per sempre”? Io posso dire per sempre ma come risposta all’iniziativa di Uno che è eterno e che si è interessato a me».
È difficile far accettare le cose che lei ha appena detto anche a chi non ha la fede...

«Secondo me anche chi non ha la fede desidera il per sempre. Tutti noi, nel momento in cui ci imbattiamo in qualcosa di bello, corrispondente per la vita, vorremmo che non finisca mai. È una cosa che si desidera,  non è una cosa che si comprende in modo intellettualistico. O sperimenti infatti, come dicevo prima, qualcuno che si interessa a te per primo o altrimenti pensi che sia tutto un’utopia, un sogno, qualcosa che forse va bene per gli adolescenti ma che poi alla lunga diventa impossibile da perseguire».


Pubblicato su La Sicilia lunedì 23 Giugno 2014

lunedì 26 maggio 2014

Dante si lasciava "sconvolgere", l'opposto della nostra apatia

Cécile Le Lay è una giovane docente di lingua, letteratura e cultura italiana all’Università di Lione appassionatissima in particolare del nostro Dante Alighieri. La scelta fatta alle scuole medie di studiare l’italiano e l’incontro, molti anni dopo qui in Italia, con alcune grandi personalità che le hanno fatto intravedere come la letteratura potesse coinvolgere tutta la vita, ne hanno segnato in modo indelebile la vocazione umana e professionale. Il suo lavoro oggi è tentare di trasmettere a generazioni di giovani studenti in Francia la stessa passione che ha coinvolto lei per prima tanti anni fa. L’abbiamo incontrata a Catania dove è venuta per partecipare ad un seminario svoltosi presso il nostro Ateneo e per incontrare alcuni studenti del Liceo Spedalieri.

Professoressa, un uomo, un poeta italiano vissuto oltre settecento anni fa ha ancora qualcosa da dire a noi moderni?
«Io credo proprio di sì. Dante è uno che si lascia “sconvolgere”, non rimane indifferente alla realtà che lo circonda. Noi invece siamo diventati apatici, un po’ cinici, spesso in balia di qualcosa che non sappiamo nemmeno definire. Lui invece porta con sé e riesce a comunicare una ricchezza di esperienza che nessuno dei suoi contemporanei possiede, senza censurare nulla, senza dimenticare le oscurità, senza mettere da parte nemmeno un aspetto del reale. Nella Divina Commedia tante domande, tante difficoltà, tanti drammi sono messi davanti agli occhi del lettore e affrontati dal protagonista con la certezza che è possibile percorrere una strada e che questa strada porta verso una meta sicura. Direi che in questo senso Dante è più moderno di noi moderni».

C’è un aspetto, secondo lei, che colpisce maggiormente i giovani nel leggere Dante?
«La tematica dell’amore in Dante è talmente appassionante che non può, credo, non coinvolgere anche i giovani di oggi sia all’università sia, come ho avuto modo di sperimentare, al liceo. Quello che mi preme sottolineare però è che l’amore in Dante non si riduce ad una passione irrazionale, quella passione che, a giudizio di tanta critica, ha condannato all’Inferno Paolo e Francesca. A mio avviso invece la condanna dei due amanti è avvenuta in forza di un libero assenso della loro volontà e non appena a causa di una passione tumultuosa e inarrestabile. Dante cerca di farci fare un percorso di comprensione attraverso la nostra ragione, non cerca banalmente di sedurci attraverso una immedesimazione sentimentale».

Dante è il poeta cristiano per eccellenza e lei lo insegna nella “laicissima” Francia. Questo non le ha creato qualche problema?

«In Francia scontiamo una pesante eredità anticristiana e parlare di certi temi a volte non è facile. Secondo altri aspetti però questa difficoltà è positiva perché obbliga ad essere più veri, a non dare nulla per scontato e ad andare verso l’essenziale: ai ragazzi non puoi fare un discorso sulla religione, lo rifiuterebbero, e a ragione mi verrebbe da dire. È fondamentale ancora una volta l’insegnamento di Dante: la luce cristiana che penetra la sua opera non è un cristianesimo ridotto a meri valori da salvaguardare, l’intera Divina Commedia imploderebbe su se stessa se fosse un discorso sui valori. Il mio connazionale Fabrice Hadjadj usava un’immagine efficace per descrivere i valori cristiani: sono come una bellissima rosa posta dentro un vaso in mezzo ad una stanza. All’inizio rallegrerà l’ambiente e spanderà un buon profumo, ma alla lunga marcirà diffondendo un cattivo odore. Ecco, i valori cristiani senza Cristo sono come quella rosa staccata dalle sue radici. È indispensabile, secondo me, che l’uomo di oggi recuperi una tensione ideale verso qualcosa che può irrompere nella nostra esperienza quotidiana con una potenza, direi, sovversiva. In questo senso Dante è un grandissimo educatore, nel senso etimologico del termine, uno che conduce, che fa un cammino insieme a te perché era uno che prendeva sul serio tutta la sua umanità, senza censurare nulla. E si capisce perché qualcuno possa appassionarsi a lui talmente tanto da dedicargli la vita».


Pubblicato su La Sicilia lunedì 19 Maggio 2014