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giovedì 27 febbraio 2014

Pentiti e scandali per Enzo Russo

In un pomeriggio noioso e sonnolento un uomo bussa al portone della sede romana della Dia. Non spiega il motivo della sua visita, dice solo di essere il dottor Ettore Milazzo, un commercialista palermitano, e di voler parlare esclusivamente con il direttore. All’iniziale diffidenza dei funzionari della direzione investigativa antimafia un nome, pronunciato dal misterioso personaggio, cattura immediatamente il loro interesse: Giovanni Basile. Dietro questo nome infatti si cela uno dei più pericolosi latitanti ricercato da anni senza successo da tutte le forze di polizia. Milazzo è un pezzo pregiatissimo dell’ingranaggio criminale di Basile, è colui che ne cura personalmente gli interessi in ogni parte del mondo, ma è anche colui che ha deciso di consegnare il suo boss alle forze dell’ordine perché si è reso conto che la sua vita è in pericolo... Prende da qui le mosse l’avvincente romanzo di Enzo Russo, “Nessuno escluso” (Barion, 2013) pubblicato per la prima volta nel 1995, in un periodo in cui il fenomeno dei pentiti e del pentitismo si mischiava alle efferate stragi di mafia che qualche anno prima avevano visto cadere i giudici Falcone e Borsellino. In un crescendo di colpi di scena le rivelazioni di Ettore Milazzo, che pezzo dopo pezzo ricostruiscono un puzzle in cui la menzogna sembra verità e la verità menzogna, provocheranno un terremoto istituzionale che susciterà scandali, arresti e dimissioni, trascinando nell’ignominia uomini fino a quel momento considerati irreprensibili. C’è però una domanda che si insinua nel romanzo dall’inizio alla fine: chi è davvero Ettore Milazzo?


Pubblicato su La Sicilia giovedì 16 Gennaio 2014

mercoledì 26 febbraio 2014

La solidarietà sociale al servizio della scuola

La scuola è un bene di tutti e per tutti, svolge un ruolo sociale di fondamentale importanza e come tale deve essere tutelato e garantito. Dalle colonne di questo giornale qualche giorno fa il professor Lamberto Maffei, presidente dell’Accademia dei Lincei, sottolineava come la questione educativa costituisse una vera e propria emergenza nel nostro Paese. Nel nostro territorio questa situazione risulta essere ancora più drammatica a fronte spesso di una mancanza di risorse da destinare alla scuola che né le Istituzioni né gli enti locali sono in grado di garantire in modo pieno. Quali possono essere allora le possibili soluzioni che la società civile può mettere in campo per salvaguardare un bene così prezioso come l’educazione delle nuove generazioni? Il professor Francesco Garraffo, docente di Business Economics & Management all’Università di Catania, parla del progetto “educare”, un progetto che verrà presentato oggi alla città in un incontro pubblico.

Professore in cosa consiste concretamente il progetto “educare”?
«Ci troviamo di fronte, per quanto riguarda il nostro territorio, ad un’iniziativa innovativa, pionieristica potrei dire, attraverso la quale si vuol far dialogare il mondo profit, delle aziende, con il mondo non-profit. Si tratta quindi di una proposta di solidarietà sociale volta a finanziare, realizzare, avviare opere educative».

Come funziona?
«Il procedimento è molto semplice: attraverso una card, la “educare card”, che verrà distribuita gratuitamente a coloro che saranno interessati al progetto e ne faranno richiesta e grazie ad alcune aziende radicate da molti anni nel nostro territorio che hanno accettato di aderire ad educare, verrà devoluta una percentuale dell’incassato proveniente dagli acquisti che le persone hanno effettuato utilizzando questa card. Questa percentuale andrà a sostenere un fondo di risorse finanziare messo a disposizione della Fondazione Sant’Orsola, la quale provvederà a realizzare opere educative aperte a tutti, a favore cioè di tutti gli alunni delle scuole medie e superiori di Catania. Non verrà fatta distinzione tra privato e statale ma ci sarà la possibilità per i giovani di usufruire di queste risorse sotto forma di progetti e iniziative. Se ci riflettiamo con attenzione, il bene di cui qui si sta parlando è un bene pubblico, è il bene dell’educazione, che non riguarda la scuola privata o la scuola pubblica, ma che riguarda i nostri giovani e il loro futuro che sono un patrimonio inestimabile dell’intera società. Un giovane può crescere, può evolvere, può diventare migliore nella misura in cui potrà accedere ad iniziative che lo aiutano a migliorare. Il progetto educare si pone dunque come mission proprio questo».

Perché un’impresa dovrebbe aderire ad un progetto del genere?
«Rispondo a questa domanda citando a memoria una frase che ho sentito dire una  volta ad un imprenditore che di sua spontanea volontà realizzava iniziative di questo genere: “Faccio queste cose perché voglio lasciare un segno”. Le imprese sono vissute e gestite da persone, portatrici di bisogni che in molti casi, e aggiungo per fortuna, vanno al di là del bisogno meramente economico e di soddisfazione personale. Un’impresa svolge già una funzione sociale nel momento in cui assume persone che costituiranno poi una famiglia e grazie al loro lavoro potranno realizzare poi altri progetti di vita. Ma l’impresa svolge il suo ruolo sociale facendo lavorare altre imprese, perché un’azienda radicata in un territorio sviluppa volume d’affari per altre aziende. Oggi, lo stiamo vedendo anche con il progetto educare, ci sono imprese nel nostro territorio sensibili a questi temi che hanno il desiderio di sostenere iniziative di questa natura. Gli imprenditori stessi, gli uomini e le donne che gestiscono imprese, sentono il bisogno di lasciare un segno nella società attraverso quello che loro stessi negli anni hanno realizzato».

Come dovrebbero guardare le Istituzioni, spesso distratte quando si tratta di educazione,  a questi tentativi “dal basso”?

«Sicuramente possono guardare in termini estremamente positivi. Le ragioni possono essere tante ma ne voglio elencare almeno due: primo, le Istituzioni a qualunque livello ,ormai hanno acquisito la consapevolezza che i mezzi di cui disponevano un tempo ora non sono più disponibili e quindi la capacità dei privati di sopperire alle carenze delle risorse pubbliche è un vantaggio per tutti. Ma non solo. La disponibilità dei privati di sostenere iniziative di questa natura crea sinergia con ciò che il pubblico fa e quindi la somma di una sinergia risulta sempre superiore al valore dei singoli addendi. La capacità di alcuni soggetti, profit e no-profit, di spendersi per realizzare iniziative di questa natura permette inoltre, sembra un paradosso ma non è così, non solo di alimentare opere di natura sociale che fanno bene a tutti, ma fa in modo che queste opere lavorino a favore delle altre opere che lo Stato realizza per creare il benessere della collettività. Il bello di questo progetto sperimentale (“educare n.d.r.) qui nel nostro territorio consiste proprio nel tentativo di mettere in una concreta e fattiva relazione il mondo profit con quello no-profit. È un modo nuovo, diverso, direi quasi una nuova socialità, per citare le parole di Bernhard Scholz, che fa riferimento a valori di solidarietà, di benessere collettivo, di bene comune; valori critici per una migliore crescita della nostra società».

Pubblicato su La Sicilia venerdì 6 dicembre 2013

mercoledì 4 dicembre 2013

Maffei: Scienza significa "domani" e "giovani"

Lamberto Maffei, neuroscienziato di fama internazionale ed attuale presidente dell’Accademia dei Lincei, la gloriosa istituzione fondata a Roma da Federico Cesi nel 1603 e che annovera fra i suoi soci Galileo Galilei, si è trovato ieri in Sicilia per tenere una lectio magistralis in occasione del centenario della sede che ospita la biblioteca Zelantea di Acireale, curata fino al 1866 dall’Accademia degli Zelanti, la più antica istituzione accademica siciliana. La sinergia tra le due storiche Accademie e la mediazione del dott. Saverio Continella, direttore generale del Credito Siciliano, hanno reso possibile l’incontro con Maffei, le cui ricerche negli anni si sono concentrate sullo studio del Sistema Nervoso Centrale attraverso l’utilizzo di tecniche sperimentali come l’elettrofisiologia la psicofisica e la biologia molecolare.

Professor Maffei, lei è un medico: come giudica lo stato di salute della ricerca scientifica oggi in Italia?
«La sua domanda è molto difficile; io ho fatto il ricercatore tutta la vita e mi rendo conto che la ricerca, così come la scienza, è considerata una “cenerentola”, relegata in un angolo polveroso delle stanze di coloro che decidono. Questo credo che sia una vergogna perché scienza significa “domani”, significa “giovani” e probabilmente significa anche avere, in futuro, un PIL maggiore. In particolare i giovani non sono trattati bene, anzi se c’è una classe della nostra società che oggi è particolarmente trascurata io penso che siano proprio i giovani. Non ci sono prospettive e molti dei nostri giovani migliori, li vedo partire per non ritornare. Ma così rischiamo di diventare un Paese senza cultura, senza domani e soprattutto senza quelle energie che certamente non possono provenire dagli anziani. Molti giovani ricercatori che lavorano con me sono ancora a tempo determinato: ma in questo modo con quale concentrazione si potranno dedicare alla ricerca se magari sanno che il prossimo anno non avranno la borsa di studio? Una cosa inimmaginabile! E talvolta quando io mi trovo insieme ai miei studenti mi vergogno perché gente con cui ho lavorato, a cui ho insegnato, che magari è diventata più brava di me, la vedo completamente trascurata. Una vergogna».

Quale contributo può dare un’Accademia, come può essere quella dei Lincei, nel contesto della società attuale?
«Da quando ho assunto la presidenza dell’Accademia ormai quasi cinque anni fa, ho pensato insieme agli altri Soci dell’Accademia di dover fare qualcosa soprattutto per i giovani e che celebrare il passato è certamente doveroso ma occorre anche costruire per le nuove generazioni. Ora, i soci dell’Accademia sono tutti anziani, però sono tutti vecchi professori che sono stati astri nel campo della scienza, della letteratura, delle belle arti, ecc… E dunque abbiamo cominciato ad insegnare agli insegnanti. Sono stati costituiti nove poli che corrispondono ad altrettante città e presto verrà attivato anche qui in Sicilia il polo di Palermo, la cui finalità è quella di sostenere e favorire il miglioramento dei sistemi d’istruzione nel nostro Paese. Ed è una cosa che interessa moltissimo. Il 12 ottobre scorso all’inaugurazione del polo di Bologna sono venuti 730 insegnanti! Alcuni soci dell’Accademia, a titolo gratuito, di concerto con il Ministero dell’Istruzione sono andati ad incontrare soprattutto gli insegnanti delle elementari e delle medie – perché è dai bambini che bisogna cominciare – proponendo loro delle lezioni di matematica, italiano e scienze naturali che hanno lo scopo di offrire un metodo e dei contenuti che gli insegnanti poi offrono ai loro alunni. Devo dire che questa iniziativa, intrapresa con grande sforzo, ha avuto un successo enorme e molte città italiane adesso ci chiedono di aprire un polo lì dove ancora manca».

Lei si è occupato per tutta la vita di neuroscienze e ultimamente la sua ricerca si è focalizzata sulle malattie neurodegenerative. Come coniuga la sua attività di scienziato con quella, per così dire, “istituzionale”?

«Effettivamente un’altra attività che l’Accademia svolge, sempre in sinergia con il Ministero, riguarda l’altro polo “debole”, ma fondamentale della società: gli anziani. Accanto all’educazione l’altro tema di cui la società civile deve occuparsi è appunto quello che riguarda la persona anziana. Su questo tema però ho fatto un po’ più fatica a convincere i Soci a porre in atto idee e soluzioni, però gli anziani nei prossimi dieci anni diventeranno una vera e propria “emergenza” planetaria. Una vita più lunga significa dover fronteggiare un crescente numero di persone affette da demenza senile e si calcola che un malato di Alzheimer costa al sistema sanitario 50mila euro l’anno. Se pensiamo che in Italia vi sono oggi circa un milione di malati ricaviamo una cifra spaventosa ma il nostro governo non ha all’ordine del giorno il problema della demenza senile! E queste persone non possono essere abbandonate a se stesse. Occorrono strutture e personale adeguato, sviluppo della farmacologica e della robotica. Ma è necessario anche, ed è questo il mio campo specifico, intervenire per cercare di prevenire il più possibile l’insorgere di queste malattie. A Pisa c’è un progetto già avviato, e che fortunatamente è stato finanziato, dove le cliniche forniscono il loro contributo gratis. Dall’Alzheimer non si guarisce, ma si può certamente migliorare la qualità della vita delle persone malate e dei loro familiari. Ma occorre che le nostre Istituzioni si facciano carico di questo problema come altri Paesi dell’Unione europea stanno già facendo». 

Pubblicato su La Sicilia giovedì 28 Novembre 2013

giovedì 3 ottobre 2013

Lampedusa

Lampedusa non è più il nome di un’isola, è il nome di un immenso cimitero. “Non sappiamo più dove mettere i morti” dice oggi qualcuno mentre, insieme a tanti altri, mette in fila i sacchi che custodiscono le spoglie mortali di uomini, donne e bambini di cui non sapremo mai il nome. Eritrea? Sì, quasi certamente. Somalia? Forse. Siria? Egitto? Sì, sì. Vengono da ogni luogo in cui c’è guerra, fame, violenze. Il copione è sempre lo stesso: disperazione, sacrificio, speranza e poi… Lampedusa, Catania, Scicli e chissà quanti altri ancora che prima di provare quell’emozione unica di avvistare un lembo di terra, una propaggine di spiaggia, sono stati inghiottiti nel fondo del Mediterraneo. Questa volta erano in 500 stipati all’inverosimile su un peschereccio andato a fuoco per la frenesia di farsi notare, di dire “Eccoci! Siamo qui anche noi, venite a salvarci!”. "Lutto nazionale domani" twitta il Presidente del Consiglio, sì giusto; "faremo sentire la nostra voce all’Europa" twitta il suo vice, benissimo; e poi tragedia, scandalo, cordoglio, turbamento, commozione: il ventaglio lessicale è molto ampio. Vergogna ha detto oggi il Papa; vergogna. Non scandalo, non cordoglio ma vergogna. Perché vergogna? Cosa fa uno che si vergogna? Si nasconde, cerca di non farsi vedere, di non farsi trovare. Perché sa che l’ha fatta grossa, ha combinato un casino. Riecheggia la domanda di Dio nel giardino dell’Eden: “Adamo dove sei?” “Ho avuto paura, perché ero nudo, e mi sono nascosto”. L’aveva ricordato il Papa, giusto tre mesi fa, giusto a Lampedusa: «Adamo è un uomo disorientato che ha perso il suo posto nella creazione perché crede di diventare potente, di poter dominare tutto, di essere Dio. E l’armonia si rompe, l’uomo sbaglia e questo si ripete anche nella relazione con l’altro che non è più il fratello da amare, ma semplicemente l’altro che disturba la mia vita, il mio benessere». Oggi allora è il tempo della vergogna, il tempo del nascondimento, del pianto e, ancora una volta, il tempo di domandare perdono. Non c’è spazio oggi per i proclami altisonanti e roboanti.


giovedì 6 giugno 2013

Poggio: "Quei ragazzi considerati spesso vuoto a perdere e l'assenza di adulti"

«Tu sei la cosa più importante dell’universo». La ricetta per sconfiggere lo scoraggiamento e la disillusione che, stando all’ultimo rapporto Ocse, affligge circa l’11% (14% a Catania) dei giovani disoccupati, secondo Cristiana Poggio, vice presidente della Fondazione Piazza dei Mestieri, passa attraverso queste poche, semplici parole. La “Piazza dei Mestieri”, nata a Torino nel 2003 e da qualche anno operante a Catania,  si propone come mission  di favorire la crescita dei giovani in tutte le dimensioni della vita e di avviarli verso il mondo del lavoro recuperando mestieri tradizionali.
Quali sono secondo lei gli elementi di criticità per i quali un giovane trova difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro?
«C’è una mancanza di coesione tra le diverse politiche rivolte ai giovani, manca una politica forte che miri all’accoglienza dei giovani, i giovani si sentono trascurati, quasi un vuoto a perdere, mancano strumenti flessibili, ma soprattutto mancano gli adulti».
Si spieghi meglio.
«Occorrono degli adulti (imprenditori, docenti) che accolgano i giovani e facciano capire loro che sono importanti. La dico in maniera semplice ma il cuore del problema è proprio questo. E’ necessario un sistema di accoglienza del giovane finalizzato all’orientamento, all’individuazione cioè sia delle attitudini peculiari di ognuno sia delle necessità dell’azienda. I percorsi formativi poi devono essere personalizzati e flessibili, perché non tutti i ragazzi imparano nello stesso modo».
Qual è la strategia vincente secondo la sua esperienza?
«Bisogna riconsiderare l’idea che i giovani debbano poter svolgere attività manuali, mentre troppo spesso la scuola, la formazione accademica, vengono considerate le uniche possibilità attraverso cui passa la riuscita professionale. Inoltre  ci sono tanti imprenditori che sarebbero disposti a scommettere sui giovani. Purtroppo però capita spesso che questi imprenditori siano rimasti “scottati” da pregresse esperienze negative e non sono più disposti ad assumere questo rischio».
Lei sostiene che sollecitare la responsabilità dei ragazzi è fondamentale. In che senso?
«I giovani devono essere consapevoli, devono poter giocare la loro responsabilità. Se noi adulti continuiamo a dire ai giovani non c’è speranza cos’altro potrebbero fare? Ai miei ragazzi invece io dico sempre: “Tu sei la cosa più importante del mondo”!»
E funziona?
«Assolutamente sì! Negli anni mi sono accorta che se ad un ragazzo viene affidato un compito, gli si mostra come fare e lo si valorizza il risultato è garantito. Così accade a Torino e così l’ho visto accadere a Catania».


Pubblicato su La Sicilia sabato 1 Giugno 2013

domenica 5 maggio 2013

Di padre in figlio quando l'educazione diventa un'avventura


[foto D. Anastasi]
Quarto di dieci figli, insegnante, padre di famiglia e oggi rettore della scuola paritaria La Traccia di Calcinate in provincia di Bergamo, Franco Nembrini ha fatto del mestiere dell’educatore la sua vocazione e il suo pane quotidiano. Autore di un libro di successo, “Di padre in figlio. Conversazioni sul rischio di educare” e appassionato studioso di Dante, ha fondato nel 2005 insieme ad alcuni studenti della Cattolica di Milano l’associazione “Centocanti” grazie alla quale la poesia dantesca è stata portata in giro per l’Italia, anticipando addirittura le lecturae Dantis di Roberto Benigni che per questo motivo lo ha voluto con sé qualche anno fa alla prima romana del suo spettacolo “Tuttodante”. Nembrini ha compiuto numerosissimi incontri con studenti, insegnanti, genitori nei quali ha messo sempre a tema la questione che tra tutte gli sta particolarmente a cuore e che oggi appare sempre più come una vera e propria emergenza: quella educativa.

Professor Nembrini, lei ha recentemente affermato che oggi c’è un equivoco quando si parla di educazione. Può spiegarsi meglio?
«Noi pensiamo che il problema siano i ragazzi, i nostri figli, i nostri alunni. In parte questo è vero; conosco bene, insegnando ormai da quasi quarant’anni, il dramma profondo di questa generazione, ma proprio per questo sostengo che il problema siamo noi adulti: la vera emergenza educativa è l’adulto».

In che senso?
«Nel senso che per il fatto che io, tu, noi siamo al mondo, educhiamo ossia trasmettiamo un certo sentimento della vita. I genitori non sono solo quelli che danno la vita biologica - quella possono darla anche i cani o i gatti - ma sono coloro che danno anche un certo sentimento della vita, un certo modo di guardare alla vita, alla sua bellezza, alla sua positività. Ricordo che un po’ di tempo fa mi è capitato di leggere l’articolo di un neuropsichiatra americano il quale sosteneva che già un feto nel grembo materno “sente” se sua madre è contenta di sé, del marito, della sua gravidanza, insomma della vita oppure, viceversa, se è scontenta, infelice o addirittura maledice la sua stessa gravidanza. Questo segnerà immancabilmente il modo con cui il bambino, una volta diventato grande, affronterà tutte le circostanze della vita. Dunque l’adulto è colui che introduce il figlio, o l’alunno, ad un significato positivo e totale della realtà».

C’è stato un momento particolare in cui ha capito cosa significa davvero educare?
«C’è un episodio della mia vita che effettivamente mi è rimasto impresso in modo indelebile nella memoria e posso dire che in quel momento sono nato come educatore: ero intento a correggere i compiti dei miei alunni e ad un certo punto mi accorgo che mio figlio, a quel tempo ancora piccolo, era entrato nella stanza e mi fissava. Non diceva niente ma io, guardandolo negli occhi è come se avessi scorto in lui questa domanda: “Papà, assicurami che vale la pena venire al mondo!” Il “mestiere” dei figli è guardare, guardare in continuazione ed in questo sono bravissimi. Per questo la responsabilità di noi adulti, è partire dal nostro desiderio di realizzazione - ma direi piuttosto dal nostro desiderio di felicità che poi è lo stesso per tutti, adulti e ragazzi - testimoniando la positività e la bellezza della vita, pur dentro le fatiche e le contraddizioni di ogni giorno sfidando la libertà dei ragazzi che, misteriosamente, può anche dire di no».

Eppure oggi sembra di vivere in una società senza padri in cui, come osservava Claudio Risè, “si è smarrita la capacità di vivere le domande elementari dell’esistenza…”
«Diciamo che è stata fatta una guerra sistematica proprio all’idea stessa di paternità iniziando ad indebolire anzitutto l’idea stessa di un Padre Eterno. Quindi la battaglia è stata condotta prima di tutto sul piano religioso, ma ciò ha svelato tutta la debolezza di questa cultura perché alla fine non solo si è fatta fuori l’idea del Padre Eterno, ma anche l’idea di ogni paternità, di ogni autorità è stata sminuita e svillaneggiata. In questo disastro culturale abbiamo davanti una generazione di padri debolissimi che non hanno più il coraggio del loro ruolo e tentano di sostituirlo con quello dell’ “amico” del figlio. Ma i nostri figli non hanno bisogno di avere nei padri degli amici, hanno bisogno di un padre! Lo chiedono a volte disperatamente e la sfida che oggi ci attende è capire nuovamente qual è il ruolo del padre e dunque anche della madre perché è proprio di questo che l’educazione ha più bisogno». 


Pubblicato su La Sicilia sabato 4 Maggio 2013


sabato 4 maggio 2013

In attesa del ritorno di Domenico Quirico...


Prima del 24 agosto 2011, il giorno del suo rapimento in Libia, non sapevo chi fosse Domenico Quirico. Mi trovavo nella sala stampa del Meeting di Rimini, da pochi mesi avevo iniziato a collaborare al quotidiano La Sicilia e per la prima volta partecipavo da giornalista alla grande kermesse romagnola. Eravamo in pochi quel pomeriggio a lavorare in sala stampa, molti erano in giro a seguire gli incontri o ad intervistare le varie personalità che si alternavano tra le sale della Fiera. Io ricordo che stavo scrivendo un pezzo sull’intervista che avevo fatto la mattina a due ragazzi egiziani, Mohamed e Assal, venuti a Rimini a lavorare come volontari dopo aver vissuto l’esperienza del Meeting del Cairo e che erano stati anche testimoni degli eventi di piazza Tahrir che portarono in quello stesso anno al rovesciamento del regime di Mubarak. Seduto al tavolo di fronte al mio si trovava il drappello dei giornalisti di Avvenire e, proprio di fronte a me, era seduto Giovanni Ruggiero, intento a scrivere sul suo pc bianco con il logo del giornale attaccato sul dorso.
A un certo punto, nel silenzio della sala rotto solo dal picchiettio delle dita sulle tastiere, Ruggiero esclama con costernazione portandosi le mani nei capelli: «Oh ragazzi, hanno preso quattro dei nostri in Libia! E’ uscita adesso un’AGI…». Si trattava di Elisabetta Rosaspina e Giuseppe Sarcina del Corriere della Sera, Domenico Quirico de La Stampa e di Claudio Monici di Avvenire. Fortunatamente la nostra preoccupazione è durata lo spazio di ventiquattr’ore perché il giorno dopo i quattro inviati sono stati liberati. Anche in quel caso è stato lo stesso Giovanni Ruggiero che, leggendo un’AGI e levando le braccia al cielo, ha dato la notizia dell’avvenuta liberazione a quelli che si trovavano lì in sala stampa. Da quel momento ho iniziato a leggere i reportage di Domenico Quirico, mi affascinava il suo stile grazie al quale riusciva a farti sentire gli stessi odori, gli stessi suoni che lui sentiva, ti faceva provare i sentimenti che lui stesso provava. Tra me e me pensavo: «Ecco uno da cui mi piacerebbe imparare a raccontare i fatti, la realtà…». Il 17 gennaio di quest’anno aveva pubblicato su La Stampa un reportage da Maarat An-Nouman, una cittadina non distante da Homs in Siria: un pezzo magistrale! Quando descrive l’ambiente di una casa da poco abbandonato dai soldati di Assad, ti aspetti quasi che da un momento all’altro questi sbuchino da un anfratto per crivellare  a colpi di kalashnikov lui e i miliziani ribelli che lo accompagnano : odori, suoni, sentimenti, tutto mischiato in una sinestesia che lascia senza fiato chi legge. Non è un incosciente però Domenico Quirico, anche lui ha paura eppure sa che deve essere lì. Il perché lo ha detto lui stesso poco tempo fa in un’intervista ad Alessandra Stoppa sul mensile Tracce. «Il reportage – diceva  – oggi vive una nuova necessità. Bisogna essere all’interno del fatto, rischiando, senza avere un modo per scampare a ciò che accade. Poi, c’è tutto il disperato tentativo della scrittura di restituire in minima parte gli uomini che vedo, di dare a te che non sei lì, almeno per un’infinitesima parte, il senso di esserci, di vedere». Inoltre denunciava la pigrizia dei giornalisti che spesso si accontentano di masticare le agenzie che arrivano al desk senza coinvolgersi, anche affettivamente: «Il problema dei giornali non è il bilancio in rosso, la pubblicità… Ma l’incapacità a raccontare il dolore». Per questo lui va; per condividere, condividere e trasmettere quanto siano a volte terribilmente reali le cose che vediamo. Quirico, come ha ricordato anche Mario Calabresi, è uno dei giornalisti più seri e preparati nell’affrontare situazioni di pericolo ed è per questo motivo che mi auguro con tutto il cuore di poter leggere presto il resoconto del suo viaggio a Homs.