Prima del 24 agosto 2011, il giorno del suo rapimento in
Libia, non sapevo chi fosse Domenico Quirico. Mi trovavo nella sala stampa del
Meeting di Rimini, da pochi mesi avevo iniziato a collaborare al quotidiano
A un certo punto, nel silenzio della sala rotto solo dal
picchiettio delle dita sulle tastiere, Ruggiero esclama con costernazione
portandosi le mani nei capelli: «Oh ragazzi, hanno preso quattro dei nostri in
Libia! E’ uscita adesso un’AGI…». Si trattava di Elisabetta Rosaspina e
Giuseppe Sarcina del Corriere della Sera, Domenico Quirico de La Stampa e di Claudio Monici
di Avvenire. Fortunatamente la nostra preoccupazione è durata lo spazio di
ventiquattr’ore perché il giorno dopo i quattro inviati sono stati liberati.
Anche in quel caso è stato lo stesso Giovanni Ruggiero che, leggendo un’AGI e
levando le braccia al cielo, ha dato la notizia dell’avvenuta liberazione a
quelli che si trovavano lì in sala stampa. Da quel momento ho iniziato a
leggere i reportage di Domenico Quirico, mi affascinava il suo stile grazie al
quale riusciva a farti sentire gli stessi odori, gli stessi suoni che lui
sentiva, ti faceva provare i sentimenti che lui stesso provava. Tra me e me
pensavo: «Ecco uno da cui mi piacerebbe imparare a raccontare i fatti, la
realtà…». Il 17 gennaio di quest’anno aveva pubblicato su La Stampa un reportage da
Maarat An-Nouman, una cittadina non distante da Homs in Siria: un pezzo
magistrale! Quando descrive l’ambiente di una casa da poco abbandonato dai
soldati di Assad, ti aspetti quasi che da un momento all’altro questi sbuchino
da un anfratto per crivellare a colpi di kalashnikov lui e i miliziani ribelli che lo accompagnano : odori, suoni, sentimenti, tutto mischiato in una
sinestesia che lascia senza fiato chi legge. Non è un incosciente però Domenico
Quirico, anche lui ha paura eppure sa che deve essere lì. Il perché lo ha detto
lui stesso poco tempo fa in un’intervista ad Alessandra Stoppa sul mensile
Tracce. «Il reportage – diceva – oggi
vive una nuova necessità. Bisogna essere all’interno del fatto, rischiando,
senza avere un modo per scampare a ciò che accade. Poi, c’è tutto il disperato
tentativo della scrittura di restituire in minima parte gli uomini che vedo, di
dare a te che non sei lì, almeno per un’infinitesima parte, il senso di
esserci, di vedere». Inoltre denunciava la pigrizia dei giornalisti che spesso
si accontentano di masticare le agenzie che arrivano al desk senza coinvolgersi,
anche affettivamente: «Il problema dei giornali non è il bilancio in rosso, la
pubblicità… Ma l’incapacità a raccontare il dolore». Per questo lui va; per
condividere, condividere e trasmettere quanto siano a volte terribilmente reali
le cose che vediamo. Quirico, come ha ricordato anche Mario Calabresi, è uno
dei giornalisti più seri e preparati nell’affrontare situazioni di pericolo ed
è per questo motivo che mi auguro con tutto il cuore di poter leggere presto il
resoconto del suo viaggio a Homs.

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