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sabato 4 maggio 2013

In attesa del ritorno di Domenico Quirico...


Prima del 24 agosto 2011, il giorno del suo rapimento in Libia, non sapevo chi fosse Domenico Quirico. Mi trovavo nella sala stampa del Meeting di Rimini, da pochi mesi avevo iniziato a collaborare al quotidiano La Sicilia e per la prima volta partecipavo da giornalista alla grande kermesse romagnola. Eravamo in pochi quel pomeriggio a lavorare in sala stampa, molti erano in giro a seguire gli incontri o ad intervistare le varie personalità che si alternavano tra le sale della Fiera. Io ricordo che stavo scrivendo un pezzo sull’intervista che avevo fatto la mattina a due ragazzi egiziani, Mohamed e Assal, venuti a Rimini a lavorare come volontari dopo aver vissuto l’esperienza del Meeting del Cairo e che erano stati anche testimoni degli eventi di piazza Tahrir che portarono in quello stesso anno al rovesciamento del regime di Mubarak. Seduto al tavolo di fronte al mio si trovava il drappello dei giornalisti di Avvenire e, proprio di fronte a me, era seduto Giovanni Ruggiero, intento a scrivere sul suo pc bianco con il logo del giornale attaccato sul dorso.
A un certo punto, nel silenzio della sala rotto solo dal picchiettio delle dita sulle tastiere, Ruggiero esclama con costernazione portandosi le mani nei capelli: «Oh ragazzi, hanno preso quattro dei nostri in Libia! E’ uscita adesso un’AGI…». Si trattava di Elisabetta Rosaspina e Giuseppe Sarcina del Corriere della Sera, Domenico Quirico de La Stampa e di Claudio Monici di Avvenire. Fortunatamente la nostra preoccupazione è durata lo spazio di ventiquattr’ore perché il giorno dopo i quattro inviati sono stati liberati. Anche in quel caso è stato lo stesso Giovanni Ruggiero che, leggendo un’AGI e levando le braccia al cielo, ha dato la notizia dell’avvenuta liberazione a quelli che si trovavano lì in sala stampa. Da quel momento ho iniziato a leggere i reportage di Domenico Quirico, mi affascinava il suo stile grazie al quale riusciva a farti sentire gli stessi odori, gli stessi suoni che lui sentiva, ti faceva provare i sentimenti che lui stesso provava. Tra me e me pensavo: «Ecco uno da cui mi piacerebbe imparare a raccontare i fatti, la realtà…». Il 17 gennaio di quest’anno aveva pubblicato su La Stampa un reportage da Maarat An-Nouman, una cittadina non distante da Homs in Siria: un pezzo magistrale! Quando descrive l’ambiente di una casa da poco abbandonato dai soldati di Assad, ti aspetti quasi che da un momento all’altro questi sbuchino da un anfratto per crivellare  a colpi di kalashnikov lui e i miliziani ribelli che lo accompagnano : odori, suoni, sentimenti, tutto mischiato in una sinestesia che lascia senza fiato chi legge. Non è un incosciente però Domenico Quirico, anche lui ha paura eppure sa che deve essere lì. Il perché lo ha detto lui stesso poco tempo fa in un’intervista ad Alessandra Stoppa sul mensile Tracce. «Il reportage – diceva  – oggi vive una nuova necessità. Bisogna essere all’interno del fatto, rischiando, senza avere un modo per scampare a ciò che accade. Poi, c’è tutto il disperato tentativo della scrittura di restituire in minima parte gli uomini che vedo, di dare a te che non sei lì, almeno per un’infinitesima parte, il senso di esserci, di vedere». Inoltre denunciava la pigrizia dei giornalisti che spesso si accontentano di masticare le agenzie che arrivano al desk senza coinvolgersi, anche affettivamente: «Il problema dei giornali non è il bilancio in rosso, la pubblicità… Ma l’incapacità a raccontare il dolore». Per questo lui va; per condividere, condividere e trasmettere quanto siano a volte terribilmente reali le cose che vediamo. Quirico, come ha ricordato anche Mario Calabresi, è uno dei giornalisti più seri e preparati nell’affrontare situazioni di pericolo ed è per questo motivo che mi auguro con tutto il cuore di poter leggere presto il resoconto del suo viaggio a Homs.  

   

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