Il
metodo con cui oggi si conduce un’inchiesta giornalistica è mutato radicalmente
anche solo rispetto ad una decina di anni fa. L’uso massiccio della rete e i
social media, Twitter e Facebook sopra tutti, hanno letteralmente rivoluzionato
il lavoro del giornalista che oramai non può più prescindere dalla
collaborazione con blogger e citizen journalist, utilizzati come fonti, per
giungere alla verità della propria indagine. Questo modo di procedere “open” suscita
tuttavia numerosi interrogativi tra gli addetti ai lavori: ci si chiede
innanzitutto se sia possibile produrre un’inchiesta di qualità puntando
sull’interazione tra una comunità di utenti e dei giornalisti qualificati. In
secondo luogo si pone il problema, fondamentale, della credibilità delle fonti e
della verificabilità della notizia. Paul Lewis, giornalista britannico del “The
Guardian”, famoso per le numerose inchieste che gli hanno valso il premio di
“Reporter of the Year” nel 2010, sostiene che sì, ormai è fondamentale
l’ausilio del web, ma che occorre anche incontrare la persona che si cela
dietro un nickname, parlare con lei e verificare se quello che dice corrisponde
o meno alla realtà. «La verifica delle fonti – ha recentemente dichiarato – io
la faccio guardando le persone negli occhi, e comunque è sempre meglio essere
presenti agli eventi, vedere con i propri occhi, che affidarsi alle
centoquaranta battute di un tweet». L’interazione tra citizen journalists,
social media e professionisti dell’informazione sarà dunque tanto più proficua
quanto più definiti saranno i compiti che ciascuno dovrà svolgere senza
sconfinamenti o invasioni di campo: ai primi spetterà sempre più il compito di
raccogliere le notizie; il filtraggio, la contestualizzazione e
l’interpretazione della mole enorme di materiale raccolto dovrà invece spettare
ai giornalisti. Il rischio altrimenti sarà quello di barattare un’informazione
seria semplicemente con una serie di notizie sfilacciate e senza nessi.
Pubblicato su La Sicilia sabato 5 maggio 2012


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