Circa due settimane fa ha
suscitato grande scalpore e indignazione la foto scattata dal regista Francesco
Sperandeo sul volo Roma-Tunisi, che ritraeva un uomo con del nastro adesivo da
imballaggio sulla bocca guardato a vista da un agente di polizia in borghese.
L’immagine è stata postata sul profilo Facebook di Sperandeo e, in brevissimo
tempo, ha fatto il giro della rete venendo ripresa poi il giorno dopo su tutti
i giornali. Il film-maker ha poi corredato la foto con una didascalia in cui
spiegava che l’uomo con lo scotch sulla bocca era un tunisino che stava per
essere forzosamente rimpatriato dalle forze dell’ordine, che sull’aereo c’era
un altro uomo che stava subendo lo stesso trattamento… Quello che ha fatto
Sperandeo è un classico esempio di “citizen journalism”, di giornalismo
partecipativo “dal basso”, in cui un privato cittadino, testimone di un fatto
che riveste una certa importanza o gravità, attraverso un cellulare, un i-pad,
una fotocamera digitale o un altro apparecchio elettronico, riprende la scena,
la pubblica su Facebook, Twitter o sul blog personale, ottenendo così uno scoop
in anteprima assoluta. L’episodio del volo Roma-Tunisi è una ulteriore prova
del rapporto inscindibile che lega ormai la tecnologia digitale e i social
network con i citizen journalists e i giornalisti professionisti, e chi si
occupa per mestiere di informazione sa quanto sia divenuto indispensabile,
l’apporto proveniente dal mondo dei blogger e dei social media. I problemi, le
domande che questo sodalizio pone al giornalista di professione sono semmai
altre: la fonte “digitale” che fornisce la notizia è attendibile? In che modo
la si può verificare? Qual è il ruolo del professionista dell’informazione? Un
caso simile a quello documentato da Sperandeo può aiutare a rispondere a queste
domande: il 12 ottobre del 2010 Jimmy Mubenga, un cittadino angolano residente
da molto tempo in Inghilterra con la sua famiglia, in seguito ad una
irregolarità del permesso di soggiorno viene accompagnato sul volo 77 della
British Airways in partenza da Londra verso Luanda per essere rimpatriato. Ma
Mubenga muore. La notizia ufficiale era che, arrivato in precarie condizioni di
salute in aeroporto, si era aggravato e, trasportato in ospedale, poco dopo era
deceduto. Le circostanze della sua morte non convincono però Paul Lewis,
giornalista del “Guardian”, che non potendo più verificare direttamente i fatti
perché l’aereo nel frattempo era decollato, attraverso Twitter chiede di essere
contattato da qualche passeggero del volo 77 che avesse visto come erano andate
realmente le cose. Kevin Wallis, un ingegnere che si trovava sull’aereo seduto
nella stessa fila di Mubenga dall’altra parte del corridoio e che aveva visto tutto
risponde al tweet di Lewis: da quella testimonianza e da quella di altre
quattro persone, recuperate da migliaia di kilometri di distanza grazie all’uso
di un social network, il giornalista del Guardian ricostruisce la verità dei
fatti e pubblica sul suo giornale i risultati dell’inchiesta. Per verificare la
credibilità dei testimoni, non potendo parlarci direttamente, ha consultato la
lista dei passeggeri a bordo del volo 77, oltre a porre alcune domande
specifiche ai testimoni, ad esempio di che colore fossero i seggiolini o la
moquette del corridoio. Una nuova frontiera del giornalismo d’inchiesta è stata
raggiunta.
Pubblicato su La Sicilia venerdì 4 maggio 2012


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