«Questo scrittore per fortuna non pratica la
letteratura come sfogo o privilegiata secrezione di un’anima bella. In lui c’è
l’idea, tutt’altro che bacchettona, della letteratura come buona azione».
Queste parole di Giacomo Debenedetti con le quali veniva proclamato il
vincitore del Premio Crotone 1961, assegnato a Leonardo
Sciascia per “Il Giorno della civetta”, sono una testimonianza della profonda
stima che il critico letterario nutriva nei confronti dello scrittore siciliano,
stima ampiamente ricambiata da Sciascia che lo definiva “il maggior critico
italiano dei nostri anni”. Un recentissimo saggio di Pietro Milone
ricostruisce, in un volume impreziosito da numerose fonti inedite, il rapporto
dello scrittore di Racalmuto con Debenedetti. Ma non solo. Il sottotitolo del
volume – “La musica dell’uomo solo tra
Debenedetti, Calvino e Pasolini” – come in un gioco di specchi, riflette la
fortunata espressione critica che Debenedetti coniò per Pirandello e la
proietta su Sciascia poiché egli specchiava la propria identità di scrittore in
quella dell’illustre conterraneo, verso il quale nutriva un profondo senso di
figliolanza reso ancora più cogente, «dopo la contrapposizione antagonistica
della giovanile ribellione», dalla scoperta di ciò che li accomunava. Ma “la
musica dell’uomo solo” – prosegue Milone – è in realtà una polifonia perché è
con i coetanei e fraterni Pasolini e Calvino che Sciascia si confronta,
affidando alla letteratura la difesa di un destino di umanità per l’uomo
attraverso il quale egli può conoscere se stesso e la verità.
Pubblicato su La Sicilia sabato 8 ottobre 2011


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