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martedì 3 maggio 2011

La giustizia e la lezione di Socrate

La lettura di Platone è un piacere intenso. Nel grande Ateniese infatti il Logos filosofico raggiunge vertici di vera e propria arte attraverso la forma sublime dei dialoghi, che a ragione si possono annoverare tra i grandi capolavori della letteratura di tutti i tempi.
Gli studenti dei Licei che si avvicinano per la prima volta allo studio della filosofia, accanto al normale lavoro sul manuale dovrebbero avere la possibilità di accostarsi direttamente ad un “classico” della filosofia e quale miglior occasione, questa, per leggere Platone e cominciare così ad intraprendere la grande avventura del pensiero occidentale?
In questa prospettiva si colloca il lavoro condotto in sinergia da Enrico Piscione e Alfio Maglia che hanno recentemente curato una edizione “scolastica” del Critone (AG Edizioni) platonico, il primo dedicandosi in special modo all’introduzione ed agli approfondimenti bibliografici, alla traduzione e alle note culturali il secondo. Il pregio di questa edizione consiste, oltre alla veste grafica particolarmente curata, alla ottima traduzione fedele all’edizione del testo greco stabilita da J. Burnet corredata da un efficace apparato di note che intervengono al momento opportuno a spiegare i passaggi più oscuri del testo, ad un approfondimento bibliografico che anziché limitarsi ad un asettico elenco di opere offre una seppur breve antologia critica degli studiosi più autorevoli di Platone, anche  in una introduzione che coglie i punti essenziali del messaggio platonico contenuto nel dialogo attraverso un confronto serrato con ciò che la critica ha prodotto negli anni più recenti e introducendo una notazione sui generis come si vedrà fra poco. Inoltre la snellezza del formato la rende uno strumento particolarmente utile per lo studente che si accosti per la prima volta al testo platonico.
Il Critone rispetto ad altri dialoghi è un testo piuttosto breve, ma questo non implica però che esso sia facilmente intelligibile, anzi, ci avverte Piscione nella premessa all’opera, “se si scende in profondità, lo si trova irto di difficoltà interpretative”.
In primo luogo la data di composizione, che non è una questione di pura erudizione ma è determinante per comprendere appieno il significato del messaggio platonico. Infatti “la linea ermeneutica più recente, - prosegue il curatore- colloca l’opera prossima agli ultimi dialoghi platonici e qualche interprete si spinge ad affermare che il Critone è addirittura una sorta di “proemio alle Leggi” che, com’è noto, sono l’ultima opera di Platone”. Un dialogo della maturità dunque in cui viene dibattuto, attraverso il personaggio di Socrate prigioniero in attesa dell’esecuzione capitale, il problema dell’obbedienza alle leggi della Patria. L’altro protagonista del dialogo (a cui si deve il titolo) Critone, prova a convincere l’amico Socrate ad evadere dal carcere adducendo svariate motivazioni di natura pragmatica, ma il maestro di Platone è irremovibile dal suo proposito di non contravvenire alla sentenza dei magistrati di Atene perché, sostiene, “non si deve tenere in gran conto il vivere in se stesso, ma il vivere bene”, che equivale a “vivere con dignità e giustizia”.
Il carattere nomologico del dialogo è chiaramente messo in evidenza nella rigorosa introduzione di Piscione, che ripropone con scrupolosità le tesi di studiosi tra i più autorevoli intorno a quest’opera: il cittadino è presentato come doulos, ossia “servo” delle leggi, e questa prospettiva emerge quasi con prepotenza all’interno del dialogo nel contesto della grande prosopopea delle leggi, nella quale i Nomoi, le leggi personificate appunto, rivendicano per sé addirittura l’esistenza stessa di Socrate come uomo e come cittadino.Quindi, prosegue il curatore, “le Leggi nel dialogo esaminato assumono la caratteristica dell’assolutezza e, quindi, della divinità.
Ma, incalza Piscione, “esse sono eterne e assolute, portatrici di bene o nascono dalla volontà degli uomini che conseguono il potere? Sono le stesse in tutte le città o variano col variare del tempo e dei luoghi?” Ecco, a queste domande il testo platonico non risponde rivelando un punto debole nella struttura dell’intera opera e perciò “la carenza di un fondamento metafisico rischia di schiacciare ed eliminare la dignità della singola persona che non trova affatto nelle Leggi un interlocutore paritario e il singolo rimane uno schiavo delle Leggi stesse”.
E’ su tali questioni che il curatore fa acutamente notare, confortato dall’autorità di un grande pensatore quale è stato Romano Guardini,  come la posizione evangelica rovesci un tale concetto: “Cristo non nega il valore delle leggi e, in particolare, quella del sabato, ma afferma che la legge è per l’uomo e non viceversa”. L’uomo è imago Dei e quindi la legge, secondo il Nazareno, non si riduce ad “ottuso idolo che esige sacrifici umani”. C’è una legge dunque che è più profonda delle norme positive di derivazione umana ma Platone, pur nella sua immensa genialità, non arriva a coglierla, e di questo elemento di debolezza “il lettore presto s’accorge”. 



Pubblicato su La Sicilia domenica 20 marzo 2011

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